KaaRa ha scritto: ↑13/04/2018, 11:19
I cani, specificatamente, possono rappresentare i punti di vista dottrinali non vedantici (o sempre vedantici ma con sfumature diverse), a cui a volte i vedantin non sanno rispondere, quando devono affrontarli davvero: il che vuol dire che non hanno approfondito adeguatamente la loro comprensione, non l'hanno interrogata a sufficienza e soprattutto non si sono auto-interrogati in riferimento ad essa, e/o non l'hanno sperimentata.
Più in generale, e forse più in linea con l'inizio del discorso di Sai Baba, i cani sono qualunque evento che metta in discussione la dottrina e le eventuali esperienze del Vedanta: basta qualche fatto che distragga, che preoccupi, che indispettisca (insomma, che "abbaia"), e tutti i principi e tutti i vissuti vedantici svaniscono ("scappano", ovvero emergono sentimenti e pensieri meno non-duali e meno trascendenti).
Giusta osservazione anche se, secondo me, il vedanta non è ancora "non duale" in quanto indica un percorso codificato per autoindagare nella "propria realtà di esistenza" fino a comprendere che 'l'io", il senso di essere (io sono) fa da base alla consapevolezza, ma non è la Consapevolezza stessa, l'una consapevolezza. Scoprirsi ātman non è ancora il Brahman, unico, assoluto, supremo, nemmeno autoreferente (in quanto essente).
Nel sonno profondo non c'è il senso di essere, ma si esiste lo stesso, e al risveglio si testimonia la propria esistenza, "lo si sa di aver dormito".
Sai Baba nel testo "Dissolvere i dubbi spirituali (Sandeha nivarini) dialoga con un devoto che gli domanda: "Tu hai detto che l'ātma è in tutto; l'ātma è anche in un uomo morto?
Dopo aver scherzato dicendo che è una bella domanda chiede:
R. E' più per risolvere il tuo dubbio o quello di un morto?".
D. Il mio.
R. "L'io c'è anche nello stato di sonno profondo, ma solo quando ne esci ne sei consapevole, non è vero? Capisci allora che l'atma è anche in un cadavere."
D. "Allora come si può definire 'morto', come può esserci la morte se c'è l'atma?"
R. "Se discirmini correttamente, non esiste nè il morire, nè il vivere. Si chiama vivo un corpo che si muove. In sogno si possono vedere innumerevoli corpi vivi e morti, ma al risveglio essi non esistono. Allo stesso modo il mondo, mobile o immobile, è inesistente. La morte rappresenta lo svanire della coscienza dell'"io" e la rinascita avviene quando la coscienza dell'"io" ricompare. Ecco, ragazzo mio! Questo viene chiamato nascita e morte!. Il senso dell'io nasce, il senso dell'io muore. Tutto qui".
Dello stesso tenore un brano dell'Advaita bodha dipikā (cap. IX)
D. "Una volta morta, la mente potrà risorgere?
R. Ciò che muore è il suo dominio, è il suo credersi altro da ciò che è. Ascolta! Come un vetro mostra e deforma, attraverso le impurità e la sporcizia, gli oggetti che riflette, così è la mente. Non è la mente a dover morire, come può morire ciò che non esiste? Riconosciuta quale strumento, la sua attività di presunto dominio termina. Se verrà aperta sul mondo, essa continuerà a catturare e a riflettere le immagini del mondo.".
D. Cosa sarà stato di me? Io non ci sarò più? Avrò smesso di vgare nel saṁsāra solo perché sarò ormai morto? Cosa sarà di tutto?
R. Sarà morta l'idea che hai di te, quella che, creduta, si è resa esistente, ma la tua essenza sarà tutt'altro che morta, essa sarà rimasta intatta e pienamente presente."
Il vedanta conduce, secondo me, a discriminare tra apparenza e realtà, autoindagando gli stati di coscienza (veglia, sogno e sonno profondo) con uno sguardo consapevole, sapendo che "io" è oltre, è l'essenza non condizionata dagli incolucri e affrancata da spazio, tempo e causalità che scandiscono il ritmo del vivere in una forma.
Il vedanta prepara alla visione non duale dell'advaita che realizza, in identità, l'aria fuori dal vaso come una, attualizzando (non predicando) il "nessuno nasce, nessuno muore, nessuno che sia da liberare e nessuno che sia in schiavitù" sintetizzato da Gaudapada e testimoniato da altri "conoscitori" della "materia non duale".
Ma prima si dovranno fermare quell'insieme di movimenti e perturbazioni che siamo abituati a sentire e credere come io-me.
Nel percorso dell'autoindagine si evidenziano oscurità caratteriali, traumi, paure e speranze. I cani abbaiano e noi stessi latriamo.
La madre di tutte le paure è la paura di cessare all'esistenza (morire) ed è da risolvere.
Eppure non abbiamo paura di addormentarci, forse non teniamo conto che domani potrebbe capitare che non ci riprendiamo il corpo come ogni mattina. Il mulo è morto, oibò.
Risolvere la paura di non esistere non è un gioco mentale da risolvere con delle teorie, perchè la paura della morte è insita nella materia grossolana, pervade ogni cellula e ogni molecola del nostro corpo. Anche il minuscolo insetto teme la morte e scappa se sente il rombo di un piede che si avvicina. Tutto ciò che vive in questa apparenza vuole continuare a vivere. Aderisce alla forma. L'aria dentro il vaso, pur nella consapevolezza dell'aria fuori dal vaso, mantiene l'nvolucro finchè è l'ora, finchè è esaurito, cotto e mangiato il riso nel granaio.
Dice Sai Baba:
"Una volta compresa la causa della morte, si deve completamente distruggere la coscienza di un "io separato": questa condizione è la liberazione".