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Seguire il sentiero advaita...

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cannaminor
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Seguire il sentiero advaita...

Messaggio da cannaminor » 30/10/2016, 7:50

ramor ha scritto:Negli ultimi anni, dopo aver letto i libri di Raphael ho deciso di seguire il sentiero dell'Advaita.
...il che si traduce in quale pratica?
voglio dire, se domani dovessi decidere di seguire il sentiero dell'advaita, cosa dovrei fare, cosa cambierebbe o dovrebbe cambiare nella mia vita quotidiana? detto ancora altrimenti in cosa consiste il seguire il sentiero advaita? che pratiche, che modalità, che attuazioni comporta?

ramor
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Re: Seguire il sentiero advaita...

Messaggio da ramor » 20/11/2016, 21:57

Voglio innanzitutto precisare che, per sintetizzare al massimo, ho usato l’espressione”ho deciso di seguire il sentiero dell’ADVAITA”. In verità io sono soltanto all’inizio, in pratica mi trovo ancora ” alla scuola materna”, peraltro questa mia scelta è stata in un certo senso “guidata”.
Rileggendo alcuni testi di SATYA SAI BABA ( sono un Suo devoto da molti anni), ho incominciato ad approfondire la NON DUALITA’, citata molto spesso da BAGAVAN sia nei libri che nei discorsi, perché questa via mi appariva come la strada più diretta e più lineare, anche se molto difficile da percorrere.
Ho iniziato con le pubblicazioni di RAPHAEL, poi ho letto i libri di altri grandi MAESTRI, seguendo un percorso che sembrava disegnato in base alle mie caratteristiche personali ( background culturale, età , interessi ecc…).
Consapevole delle difficoltà e delle insidie di una ricerca solitaria, ho cercato una guida qualificata nella mia zona, ma la ricerca è stata infruttuosa. Poi ho cercato consigli attraverso il Forum Pitagorico e mi è stata suggerita la pratica del testimone.
Questa pratica ha fatto aumentare la fede e l’ aspirazione alla liberazione,inoltre mi ha gradualmente portato a dedicare sempre più tempo alla ricerca spirituale, dopo aver assolto ,ispirandomi ai cinque Valori Umani di SATYA SAI BABA, i miei impegni di marito, padre, nonno fratello e zio. Ho perso progressivamente interesse nella mondanità e trovo molto più appagante la lettura dei grandi Maestri.
Medito con regolarità e pratico l’abbandono secondo i suggerimenti di Sri RAMANA MAHARSHI.
Nei momenti di difficoltà, non potendo contare sull’aiuto di una Guida, pratico il namasmarana.
In sintesi sto cercando di acquisire le qualificazioni necessarie per seguire il sentiero ADVAITA, con la speranza che quando” sarò pronto comparirà il Maestro”.
Ringrazio cannaminor per avermi stimolato a confrontarmi su questo argomento e mi auguro che altri confratelli che stanno percorrendo questo cammino possano aiutarmi con i loro consigli .

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cannaminor
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Re: Seguire il sentiero advaita...

Messaggio da cannaminor » 21/11/2016, 10:25

ramor ha scritto:Ho perso progressivamente interesse nella mondanità e trovo molto più appagante la lettura dei grandi Maestri.
Medito con regolarità e pratico l’abbandono secondo i suggerimenti di Sri RAMANA MAHARSHI.
Nei momenti di difficoltà, non potendo contare sull’aiuto di una Guida, pratico il namasmarana.
In sintesi sto cercando di acquisire le qualificazioni necessarie per seguire il sentiero ADVAITA, con la speranza che quando” sarò pronto comparirà il Maestro”.
Ringrazio cannaminor per avermi stimolato a confrontarmi su questo argomento e mi auguro che altri confratelli che stanno percorrendo questo cammino possano aiutarmi con i loro consigli .
Sul rapporto discepolo-maestro si sono scritti fiumi di parole, d'altra parte il tema è centrale nella sadhana, più volte menzionato negli stessi testi. Così come è centrale, sempre in riferimento al maestro, al guru; la grazia, l'influsso spirituale.

6. il solo tramite (per conseguire questo) è costituito dal Guru.

Guru è il Maestro, la Guida sapiente che dissipa l'oscurità con la luce della sua comprensiva Coscienza; egli soltanto, quando ne sia captato l'influsso spirituale, è il vero tramite (upāya), poiché la grazia da lui concessa può, sola, rimuovere il dubbio e l'ignoranza.
Colui che ha ottenuto la grazia del Maestro va sicuro verso la Liberazione; Guru è Colui che conferisce l'iniziazione (dīkṣā) e la cui Conoscenza risveglia la consapevolezza del Sé: perciò il vero Guru, che è identico all'ātman, risiede nel Cuore dell'essere poiché è lo stesso Sé (hṛdayeguru).
L'Insegnamento è impartito dall'espressione silente del Guru, che è rivolta direttamente al cuore, e non per mezzo della parola, la cui forma nutre la mente discorsiva e l'io.
"Quando il discepolo è pronto - dice la Bhagavad gita - il Maestro appare". La coscienza del Maestro, così come il senso dell'Insegnamento, è dunque informale; la coscienza matura del discepolo sa riconoscere l'Insegnamento stesso di là dai limiti imposti dagli schemi mentali ordinari.
L'insegnamento è la dimostrazione incondizionata del Sé. (Tratto da Siva-Sutra di Vasugupta, Ed. Asram Vidya, pag 84-85)

Il maestro, il guru può avere una connotazione manifesta così come immanifesta, immanente come trascendente, ed in un certo senso nessuna delle due esclude l'altra. Sono due aspetti, due modalità d'essere della stessa realtà. C'è chi trova più consona una via e chi l'altra, più in sintonia con l'una piuttosto che l'altra, chi applica il "conosci te stesso" alla propria diretta interiorità e chi lo applica per il tramite del maestro e della (sua) grazia.

Personalmente ho più familiarità con la prima che non con la seconda, anzi per me la seconda, il maestro-guru e relativa grazia-influsso spirituale sono ancora oggetto di conoscenza e scoperta, di comprensione, comprensione che sta però avvenendo per il tramite della prima, dell'introspezione, del conosci te stesso diretto, dell'atmavichara (come proposto quanto a notorietà da Ramana).

C'è un detto che non ricordo bene come formulato, ma che nella sostanza dice che dei due, il discepolo ed il maestro, ne rimanga solo uno, il Sè (in questo caso con il termine Sè equiparato a quello di Maestro).

Parlavi di "acquisire le qualifiche necessarie..", e non so, per il mio sentire se siano acquisibili; forse evocabili, forse maturano, devono maturare, non saprei bene. Secondo me quando uno si pone il problema della propria emancipazione dal divenire, le qualifiche necessarie già ci sono, altrimenti non se lo porrebbe. Quando l'anima è matura non può che guardare in alto e cominciare a muovere le ali, come fanno i piccoli di aquila nei nidi; quando si è pronti, non resta altro da fare che spiccare il volo e tornare volando nel "regno dei cieli", si potrebbe forse dire con licenza evangelica.

Anche l'abbandono, è in una certa lettura abbandono delle "cose del mondo" ( il mio regno non è di questo mondo...); si abbandona, sempre in una certa ottica, lasciando cadere l'aderenza, l'identificazione, il credersi essere questo e quello; e lo si può abbandonare solo realizzandone, conoscendone la non-Realtà, l'apparenza, l'impemanenza, etc etc.

Sono tutti temi che si incastrano e si compendiano nei significati a vicenda, viveka e vairagya...

Completavi il tuo post augurandoti che altri fratelli possano aiutarti con i loro consigli...

Non posso certo parlare per gli altri e per il loro o meno richiesti "consigli", ma posso parlare per me e quindi ti dico cosa ne penso.

Secondo me c'è un termine che bene esprime quello che voglio dire, la modalità in uso, la pratica in uso ed è testimoniare, testimonianza.

Se ne parlava anche il altro tread mi sembra. Io non ti consiglio, non do consigli, nè a te nè a nessuno, non me lo permetterei mai di darne.

Come fai a consigliare qualcuno di checchesia? per farlo dovresti conoscerlo, conoscerlo appieno, e come fai a conoscerlo se manco conosci te stesso ? No, non conosco me stesso al punto da conoscere il mio prossimo, e quindi me ne guardo bene da dargli consigli e quant'altro.

L'unica cosa che posso fare è testimoniarmi, testimoniarmi per ciò che sono, nudo e crudo, e quindi ben rimarcando indirettamente i miei limiti e margini quali che siano. Sono proprio i limiti ed i margini che descrivono la testimonianza di chi si è, così come in un disegno sono i tratti di nero su carta bianca a descrivere il disegno stesso.

Io posso solo descrivermi nella mia più alta onestà di me, cosa vedo di me, cosa provo e cosa sento, e quello sono, e non altro, e quindi ammesso di riuscirci, nel qui e ora a descriversi per quello che si è, uno è quello, ed è il risultato più alto che si possa porgere e portare al prossimo.

Tante volte mi è stato contestato di questa pratica "ma allora è una confessione pubblica, io non posso espormi così al pubblico...".

Testimoniarsi è semplicemente (anche se il semplice non coincide con il facile) descriversi per quello che si è. Già per farlo devi vederti, devi conoscerti, ci deve essere stato dietro un lavoro di "conosci te stesso", senza il quale non vedi e non descrivi ciò che sei ma ciò che credi di essere, ciò che vorresti essere, che desideri essere o che gli altri vedano tu sia, il che sono tutte cose altre e diverse da ciò che si è.

La scrematura di ciò che si crede, desidera, anela persino essere, va fatta prima della "istantanea" che si va a porgere quale testimonianza di sè.

E comunque quello che si è, si è, cosa c'è da nascondere, da non far vedere e sapere e quant'altro a riguardo?

Quello che si è si è, quella è la nostra realtà del momento, del qui e ora e quindi va accolta e vissuta per il semplice fatto che è ciò che siamo.

Che senso ha immaginarsi altro, pensarsi altro, anelare ad altro se non è ciò che siamo qui e ora? Qual'è la nostra natura, quella più vera e intima, quella più basale e fondamentale? c'è solo da scoprirla, da scavare, da svelare per saperlo e esserlo, e quindi perchè invece di scavare e svelare si fa l'esatto contrario, si continua a buttare veli e terra sopra a ciò che già al dato di fatto dell'osservazione, non siamo.

Vestiti su vestiti, abiti su abiti, per coprire il già coperto, fino a diventare degli "omini michelin" e perdere del tutto la bussola di chi siamo davvero. Non ha un gran senso. E allora se uno appena appena comincia ad intravedere il meccanismo, le spire del drago che lo attanagliano, e desidera la "liberazione", non resta che cominciare a spogliarsi di ciò che si credeva essere etc etc. E se facendolo lo testimonia a dei fratelli tanto meglio. Sarà uno spunto su cui riflettere sia per lui che per gli eventuali fratelli.

Più o meno questa l'idea, il pensiero...

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