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L'Anima (jīva) entro la forma

L'ANIMA (JĪVA) ENTRO LA FORMA

Possiamo considerare quanto esposto sotto un'altra prospettiva, quella del Vedantā: c'è l'Etere onnipervadente (Īśvara-Essere) che prende indefinite forme-guaine (Uno-molti); quella "parte" di Etere (jīva) entro il vaso-guaina può identificarsi con i vari veicoli-corpi (fisico-grossolano, mentale, buddhico, ecc.) credendosi così separato sia dall'Etere universale sia dagli altri eteri circoscritti dalle guaine-vasi, per cui si pensa "Io sono questo" in contrapposizione con gli altri enti.

La realizzazione consiste nel disidentificarsi dai vari corpi-guaine-vasi, con le loro qualità specifiche, fino a riconoscersi: "Sono Etere" (e non più corpo-guaina). Qui l'io è scomparso perché l'Etere di questo stato non si concepisce più come individuo con un nome e una forma; l'ulteriore passo è di riconoscersi come Etere onnipervadente poiché l'Etere entro il vaso-forma è della stessa natura dell'Etere fuori del vaso. Ogni forma-vaso appare e scompare, per cui solo chi vi è identificato può parlare di nascita e morte, di trasmigrazione, di tempo e spazio, ecc. In definitiva è la Coscienza universale (Īśvara-Essere) che assume delle forme e si particolarizza, («con una "parte" di Me mi manifesto»1), e l'identificazione dell'Etere entro il vaso con le forme fa nascere l'individualità separata; inoltre ciò costituisce il mezzo per far muovere la ruota del divenire. Fino a quando c'è identificazione c'è anche l'io e il tu, c'è manifestazione, oggettivazione, c'è un vedersi altro da sé; quando l'Etere entro il vaso si riconosce fattivamente, e non teoricamente, ciò che realmente è "comprende" il vaso, con le sue varie qualificazioni, lo trascende e poi integra Īśvara-Essere, quale causa prima della esteriorizzazione, e si risolve nell'Uno-senza-secondo o nirguṇa.

Il Jīva entro il vaso è un momento coscienziale di Īśvara che risponde al Jīva principiale universale e questo, a sua volta, è un momento coscienziale del Brahman nirguna o dell'Essere non-qualificato e metafisico.

I vasi-corpi sono alimentati, in ultima analisi, dall'Etere-Īśvara, dalla causa prima o dal seme principiale (corrispondente al "Sono" microcosmico). Tutta la natura, compresi i nostri veicoli-corpi, è oggettivata e attivata dal "Mondo delle Idee" secondo Platone. Questo seme ha la capacità quindi di passare dalla potenza all'atto con una forza straordinaria, per quanto relativa e perciò passibile di essere trasceso. Da tutto ciò possiamo dedurre che l'io, quale fattore di separatività, non esiste, rappresenta una pura illusione. Noi non siamo, né potremmo essere, separati dall'Etere-Essere. Se crediamo di esserlo, ciò è solo apparente, utopistico. Ne consegue che non c'è da conquistare qualcosa, da andare in qualche parte o da raggiungere una mèta lontana; c'è solo da risvegliare la consapevolezza all'essere ciò che è.

La Realtà senza secondo che tu sei non è mai nata né può perire, è sempre stata e sempre sarà; non è tale Realtà che deve realizzarsi ma il suo riflesso che vive le contingenze del tempo e degli effetti; essa è di là dallo stato di veglia, di sogno e di sonno profondo senza sogni; l'intero universo, con le sue indefinite possibilità espressive, pur sempre aleatorie, rotea intorno al Centro costante il quale non dipende da nessuna casualità o circostanza, mentre queste dipendono da Quello.

Finché non ti sei scoperto simile Realtà puoi crederti anche tante cose belle ma, per quanto molteplicità, ti trovi in uno stato illusorio, rimanendo prigioniero delle "apparenze" che il tempo ti offre per stordirti e farti dimenticare lo stato d'inquietudine in cui ti trovi.

Se domandi all'io empirico se puoi realizzare tutto quello che abbiamo detto ti risponderà che è impossibile; ciò dimostra che non è il caso di turbare coloro che sono completamente fusi con il prodotto egoico e quindi con le guaine-vasi.

Però se inizi a "osservare" o, meglio, a essere consapevole del movimento dello psichico: pensieri, emozioni, desideri, istinti, ecc., che appartengono ai veicoli-corpi, ti accorgi che per quanto sia difficile non è impossibile. È questione di pazienza, di perseveranza, di sete di compiutezza, di affrancamento dall'identificazione con ciò che non si è.

Malgrado le circostanze della vita che, come abbiamo detto, sono sempre contingenze anche se qualche volta dolorose, tu continua a separare la Presenza-etere consapevole dall'osservato; ti accorgerai, come avrai potuto notare in precedenza, che in te tutto va e viene, ogni cosa appare e poi scompare, ma non scompare la Presenza consapevole; difatti, essa è cosciente dell'assenza e della presenza di qualunque movimento che possa determinarsi entro la tua circonferenza.

Noi siamo talmente abituati a "sentirci vivi" solo se esprimiamo pensieri, emozioni, ecc., che non abbiamo idea dello stato di Essere senza dualità. Né possiamo concettualizzare tale condizione perché non otteniamo alcun risultato: la Presenza è uno stato da realizzare, di là da ogni movimento mentale, anche perché essa si trova dietro la stessa mente, essendo questa un semplice mezzo di espressione, un corpo-vaso.

Ecco perché ti si parla spesso di realizzazione, di attenzione coscienziale, ecc. Una persona completamente fusa con lo strumento mentale desidera a tutti i costi capire, con la sola concettualizzazione, ciò che non può capire; qui non si tratta di capire ma di essere, tout court; e per essere occorre solo una presa di consapevolezza totale; diremo che solo nel silenzio dei veicoli, strumenti di rapporto o di relazione, puoi scoprirti, puoi essere ciò che realmente sei, e questo stato ti offre pienezza, quindi libertà e beatitudine; pienezza che puoi offrire a chiunque per un puro atto di amore-donazione, e finalmente senza aspettative, proiezioni, desideri, appropriazioni.

(Tratto da Oltre l’illusione dell’io, Associazione Ecoculturale Parmenides, pag 67-74, Raphael)

1Cfr. Bhagavad Gita, X - 42. Traduzione dal sanscrito e commento di Raphael. Edizioni Asram Vidya, Roma.

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