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Libro dei Morti - Bardo Thösgrol

Tratteremo della condizione ''post mortem" riferendoci al Libro dei Morti tibetano ed egiziano, che appartengono entrambi alla Tradizione. Essi cercano di spiegare, nei limiti del possibile, quanto avviene dopo la dipartita dal livello fisico. Poiché sono insegnamenti formativi, occorre saperli interpretare, e coloro che hanno avuto qualche esperienza sui piani del sottile potrebbero convalidare il loro contenuto.

Poiché ci riferiremo al "Bardo Tsgrol", dovremo esaminare prima di tutto di quale genere di morte tratti. Vi sono, infatti, diverse morti; per brevità, diremo per ora che ve ne sono due.

La prima si riferisce al piano fisico denso; la seconda (la vera, autentica morte); si riferisce al complesso delle tre guaine annamayakośa, prāṇamayakośa e manomayakośa, dietro le quali dimora il senso dell’io ahakāra.

L’ahaṁkāra porta a riferire ogni esperienza a un "me", per questo la seconda è la vera morte. La prima, invece, quella apparente, fisica, non è morte, ma semplicemente un distacco, un passaggio dal veicolo solido a quello liquido, da quello grossolano a quello sottile; tutto qui. La morte, come comunemente intesa (annullamento di qualcosa, il lasciare qualcosa) non esiste; è come lasciare un vecchio vestito. Se qualcuno dice "io muoio’’, è in errore, è preda dell’avidyā. Ciò equivale a dire che chi esce da questa stanza se ne va per l’eternità. Per chi si trova sulla via del ritorno e per il Realizzato la morte, non esiste.

A chi eventualmente dicesse: "Ma io mio nonno non lo vedo piu" potremmo rispondere che ciò avviene in quanto allo stato attuale non possiede una vista particolare, non che il nonno non esista. Essendo egli passato in un altro stato, non è più visibile agli occhi fisici (che rispondono allo stato grossolano). Coloro che possiedono altre possibilità di vista potrebbe ro vedere che il nonno sta felicemente dall’altra parte. Dunque, non morte ma passaggio di stato. Ad un tratto ci accorge di trovarsi con un altro veicolo di manifestazione.

Per morire veramente, come dicevamo prima, dobbiamo risolvere l’intera individualità: solo allora abbiamo abbandonato la dimensione individuata, ci troviamo veramente in un’altra dimensione.

Il Libro dei Morti si interessa soprattutto di questa seconda morte: la trascendenza dell’individualità e l’integrazione nella "Chiara Luce del dharma"; in termini vedantici, l’integrazione nell’ātman. Da tale prospettiva questo libro non è per i defunti, ma per i vivi; e collima con altri insegnamenti per cui, a seconda delle varie predisposizioni, può essere benissimo uno strumento valido.

Sapete che l’essere è rivestito di cinque involucri (i tre citati prima, la buddhimayakośa e l'ānandamayakośa). Ogni corpo è una finestra aperta su un piano esistenziale, e il riflesso di coscienza incarnato del jīvātman esperimenta modalità di vita inerenti ai relativi piani.

Che cosa si può sperimentare su questo piano grossolano? Tutto ciò che già conosciamo da tanto tempo, e che forse è oggetto di discriminazione da parte nostra tanto da non ritenerlo più valido. Non c'è, quindi, fuga da questo piano esistenziale, poiché la nostra coscienza non sente più attrazione, non si gratifica più con certe cose, non le sente più. Allora diremo che essa può ritirarsi da questo livello esistenziale per andare in un altro che può offrire esperienze più accettabili. Ogni guaina superiore offre, infatti, maggiori possibilità di esperienza, di poteri. Noi siamo in una prigione limitatissima. Per chi ha avuto la fortuna di fare qualche esperienza su piani più sottili è facile capire che cosa significhi questo corpo così pesante (annamayakośa), così lento, così cieco (la mente corre, ha la libertà di muoversi in altre sfere sensoriali, in quelle archetipali, mentre le cellule cerebrali circoscrivono in una circonferenza limitata). Ripeto: chi ha avuto qualche esperienza del genere può comprendere quanta sofferenza ci sia in questo corpo poiché, come dice Śakara, avendo visto il sole deve adattarsi ai deboli riflessi della luna.

Ogni finestra offre delle possibilità, ma fate attenzione che ogni piano esistenziale non è un luogo bensì uno stato di coscienza, e pertanto i vari piani si interpenetrano. Ogni piano è cioè una condizione vibratoria con la sua scala di valori, e là dove uno termina comincia l'altro. Il piano fisico, che stiamo sperimentando, è uno dei tanti piani esistenziali e per percepirlo sappiano che occorrono i cinque sensi. Per vedere gli altri piani vibratori occorrono invece altri veicoli rapportati ad essi.

Affrontiamo ora il problema del post-mortem: il passaggio dal piano grossolano a quello sottile e la morte (che ci interessa) che risolve l’intero complesso ["psichico”].

 

"Morte" del veicolo fisico

 

Come avviene questo passaggio? Poiché non avviene per tutti allo stesso modo, dovremo fare molta attenzione a non essere assolutisti, in quanto ogni individuo si ritira con certe modalità. Sebbene vi sia una nota fondamentale, molti particolari variano a seconda dello stato di coscienza, dei conflitti avuti dall'individuo. Noi ci interesseremo delle note fondamentali e tralasceremo i particolari.

Prima di tutto, dobbiamo considerare che il termine "ritiro" è il più appropriato poiché il jīvātman non fa che ritirare il suo duplice filo ancorato nell'annamayakośa, mettendo il corpo fisico in condizione di disintegrarsi e tornare nel serbatoio al quale era stato sottratto.

Col ritiro del jīvātman le cellule coesive si sfaldano, la forma si decompone e non si vede più l'archetipo sul fisico. Con la decomposizione l’annamayakośa individuale ritorna in quella universale, viśva a Vira. Diremo che incarnandosi il jīvātman prende a prestito dal serbatoio della natura una quantità di elementi che restituisce al momento del ritiro, del rientro. Può restituire cellule malate o sane, quindi può alimentare la malattia o l'armonia di quel piano esistenziale. Avete mai pensato a questo? Anche l'annamayakośa umano ha contribuito a portare delle malattie ad altri regni di natura, persino a quello vegetale (e queste sono cose evidenti), ma per quanto questo tema sia interessante, a noi basta qualche accenno.

Noi possiamo restituire la nostra compiutezza o la nostra incompiutezza non solo a livello fisico denso, ma anche ad altri livelli. Un'incarnazione per il jīvātman non è che un’esteriorizzazione, mentre il ritiro è un processo di interiorizzazione. Se comprendete bene questi termini, potete capire che cos’è ciò che chiamiamo nascita e morte. Quando avviene l'astrazione del riflesso incarnato sono coinvolti alcuni cakra: due sono collegati nel fisico denso al cuore e alla resta; altri due meno importanti, ai polmoni. (Quando si tenta di riportare in vita qualcuno, si opera soprattutto con questi due ultimi centri, più che con quelli del cuore o della testa, mediante la respirazione artificiale. Ciò è possibile quando la persona sembra morta, ma sono ancora collegati i fili della vita).

Il primo stacco del filo della vita riguarda il centro della testa, che risponde alla consapevolezza dell'essere (soprattutto, i cinque mezzi di azione): questi può anche percepire, sentire, ma non ha la forza di parlare o muoversi dato che viene a mancare l'energia pranica. In questo momento, perdendo la presa sui mezzi di azione, l'individuo si sente molto menomato, soprattutto se viene sollecitato dall'esterno. Direi che questo è uno stato simile al dormiveglia.

Dopo questa fase avviene lo stacco, il disinnesto del filo dai due centri minori, quelli dei polmoni, in modo totale. Ripeto, in determinati casi e in particolari condizioni, questo disinnesto può essere riattivato. Può avvenire che il jīvātman abbia deciso di ritirarsi per cui opera di conseguenza, mentre noi, per volere sempre in vita quell'ente, interveniamo su questi due cakra minori. Può avvenire persino che la persona ritorni in vita per un certo periodo di tempo, e poi l'evento si ripeta, perché se è stato deciso può essere ritardato, ma non annullato. Questo per far comprendere in quale maniera avviene il ritiro e quanto possiamo sbagliare se, per attaccamento, vogliamo trattenere la persona che ha deciso di cambiare stato. Quando l'ente ha deciso ed è in stato di coma profondo, viene disinnestato il filo della vita dal centro del cuore. A questo punto l’astrazione dal fisico è totale, diremo che a questo punto non si può più tornare indietro, nel fisico denso, perché i fili sono stati tagliati. Il ritiro, come l’estroversione della nascita, avviene per stadi ben definiti. Il filo della coscienza jivaica che si incarna si ancora al centro del cuore, poi al centro della testa, e per ultimo a quello dei polmoni (quando esce). Per uno Yogin i processi della nascita e della morte sono eventi straordinari, meravigliosi. Diremo che essi sono anche assecondati da altri "enti” di "evoluzioni" collaterali.

Durante la gestazione diremo che la madre non è mai sola in quanto vicinissimo, quasi dentro di Lei, c’è l’ente che sta per nascere, e accanto a lei altri esseri che aiutano e assecondano (a seconda dello stato vibratorio della madre possono esservi anche degli angeli); così avviene anche per il ritorno: non siamo, quindi, mai soli.

Per lo Yogin che ha risolto l’intera individualità, il ritiro è più rapido: non è che non vi siano questi stadi, ma vengono risolti di colpo. Lo Yogin non si attarda sui piani dell’ānna, prāna e manomayakośa, ma va direttamente in quello dell’ānanda, e da lì nell'ātman, nella Chiara Luce, a seconda del suo stato di coscienza. La maggioranza delle persone non riconosce la Chiara Luce ed è quindi assoggettata a certi passaggi obbligati. Una cosa è certa: quello che noi chiamiamo dolore nel processo di rientro non c’è, o almeno può esservi fino a quando restano collegati alla testa (là dove c'è la percezione) i fili della coscienza. Man mano che questa si ritira, l’ente perde quella che denominiamo percezione del dolore. In effetti, lo stadio ultimo del ritorno è di una grande serenità. Il viso si rasserena anche se qualche minuto prima era sofferente. Se, anzi, il dolore in precedenza è stato eccessivo, l’ente prova una grande gioia, una grande serenità nel non vedersi più in quello stato. Soprattutto quando l'ente che soffre molto ha deciso di ritirarsi, noi dovremmo assecondarlo in quanto col nostro amore potremmo invece farlo soffrire più di quanto la vita ha deciso.

Deposto il corpo fisico, ci troviamo con la prāṇomayakośa (di cui parleremo in seguito).

Per sintetizzare, diciamo che vi sono due morti: la morte prettamente fisica (che in effetti non è morte, ma il trapasso da un ambiente ad un altro: si depone un vestito logoro che non serve più e si rimane con un altro veicolo) e la seconda morte di cui parlano S.Paolo, il Bardo Tsgrol e la nostra Dottrina. Ogni notte noi facciamo questo passaggio; per noi è un ritiro abituale, normale, ma l'io-bambino (pensando di non ritrovarsi più) teme la morte. A volte il passaggio non viene avvertito, e può accadere che l'ente nella sua ignoranza, vedendo altri che parlano, parla ma non viene sentito: non si è reso conto di trovarsi in un altro stato. Questo per dirvi che il passaggio può essere molto bello, tanto da non accorgersene, Non c'e quindi dolore, non c’è demonio, non c’è inferno. Ogni notte facciamo questa esperienza, solo che al mattino ci svegliamo al nostro corpo fisico ed è un'altra giornata, mentre in questo passaggio non c’è domani. C’è un ritiro senza ritorno alla dimensione grossolana.

Abbiamo, dunque, detto che tre sono i centri interessati; i due centri minori dei polmoni (respirazione), il "filo d'argento" (come lo chiama la Bibbia) ancorato al cuore, e il filo della consapevolezza ancorato al centro della testa (dove molti pensano che dimori l’anima).

Nella trance o per uno svenimento viene ritirato il filo di questo ultimo centro, ma esso continua a sussistere, come quello dei polmoni e della vita: si perde solo momentaneamente la coscienza.

Il vero passaggio, dicevamo, avviene con calma o serenità. Restituendo l’annamayakośa (fisico denso) al serbatoio dal quale l'aveva preso, l'ente chiude momentaneamente, o per sempre, il suo rapporto col piano esistenziale fisico-grossolano. Però attenzione: ha altri corpi, altre guaine da usare e con i quali determinarsi.

Il veicolo fisico è il più determinato, è una circonferenza più ristretta (anche se offre molte possibilità) perché è tamasico, lento, pesante. Col manas abbiamo creato gli aviogetti, ma in confronto ad altri piani la loro velocità è lentezza. Tutte le invenzioni, fatte per sopperire alle nostre deficienze tamasiche, non sono altro che compensazioni.

Deposto il veicolo fisico, così pesante, che ci costa tanto dispendio di energie, ma che ci permette di fare certe esperienze, deposto, quindi, questo veicolo che ha la sua ragion d'essere nel tempo e nello spazio, con che cosa rimaniamo? Alcuni non si accorgono nemmeno del passaggio dal fisico al pranico perché anche quest'ultimo è abbastanza denso (è sottile in confronto al fisico, ma è palpabile, e molti non si accorgono della differenza in quanto ha la stessa conformazione, la stessa immagine di quello fisico: questo è un altro aspetto per avvalorare l’idea della non-morte).

Sul veicolo pranico si può parlare molto. Noi diremo due cose: è molto importante tenere presente che esso appartiene ancora a viśva, a Vira, non ad Hirayagarbha. È la quintessenza del fisico denso, è il primo elemento, la materia prima da cui nascono gli altri quattro elementi; è l'etere dogli Occultisti occidentali; è l'ākāśa della filosofia orientale (del Sāṁkhya e anche del Vedānta). Viene anche chiamato corpo vitale perché fornisce alimento ai quattro elementi: ecco perché quando si ritira abbiamo un cadavere. Se tejas, il fuoco, si ritira, viene infatti a mancare il fuoco vitale, ossia il calore, ed il corpo fisico rimane privo di vitalità. Il calore è vita, è sangue. Il corpo pranico non solo dà alimento e vita ai quattro elementi, ma mantiene in coesione le loro molecole, per ciò quando viene sottratto abbiamo il fenomeno della decomposizione della forma. A sua volta, essendo sempre di ordine fisico (per quanto non proprio solido) sente assai forte l'attrazione verso il piano fisico, e un potente magnetismo lo collega ai quattro elementi, soprattutto se è qualificato da tendenze (che provengono dal manas) prettamente materiali. Il veicolo pranico-vitale (fatto ad immagine di quello materiale) potrebbe avere una durata brevissima sui piani sottili se si usasse la cremazione. Abbiamo parlato delle malattie che possiamo trasmettere al pianeta restituendo delle cellule malate e di come risolvere il problema. Voi sapete che il fuoco purifica. In altri paesi si usa la cremazione abitualmente e solo i Realizzati, i Liberati potevano essere lasciati alla decomposizione graduale perché a questi esseri non occorrono condizioni particolari (volano direttamente nell’ātman o nel jīvātman a seconda del lavoro che debbono compiere), e perché questi corpi lasciati sul piano fisico potrebbero costituire dei magneti benefici per chi ha la sensibilità di ricevere loro vibrazioni (di qui i pellegrinaggi, ecc.). Queste possibilità vengono chiamate "samādhi" (abbiamo così il samādhi di Aurobindo, di Ramakṛṣṇa, ecc.). Vi sono poi ragioni più profonde.

La cremazione è importante per diverse ragioni:

elimina le eventuali impurità del fisico, e così non si trasmettono malattie degenerative all’ambiente;

evita che l’ente si attardi in una condizione che non è né di qua né di là.

Nell’antico Egitto invece di fare la cremazione si faceva addirittura l’opposto: si conservava, si mummificava il cadavere, soprattutto di sacerdoti e faraoni. Il motivo era profondamente esoterico. Nelle tombe venivano anche conservati strumenti, elementi di natura, il fuoco... per certi scopi specifici. Riuscendo a tenere in vita per lungo tempo i quattro elementi, si poteva prolungare anche la vita del corpo pranico (kâ). Inoltre, avendo ancora i quattro elementi in una certa efficienza, coloro che erano realizzati a certi livelli potevano (avendo tanche il pranico efficiente) ricostituirsi il corpo ed avere contatti con determinate persone. Tutto questo veniva fatto in fondo por prolungare la vita. L’Egitto era magico, ma soprattutto per i Piccoli Misteri, e cercava disperatamente di capire e conoscere la quintessenza di ogni cosa, da qui si è sviluppata l’Alchimia.

L'India, invece, è stata sempre per la seconda morte, per la morte fisica immediata; capite la diversità delle due concezioni? una cercava di trattenere la vita sul piano di Vira, l’altra, con la cremazione, cercava di uscire non solo dai piano fisico, ma anche da quello sottile, come poi vedremo. In India anche oggi abbiamo Yogi che, astraendosi completamente dal corpo fisico, possono crearsene un altro, sempre fisico, rendendosi visibili in due corpi. Si può materializzare un altro corpo purché la quintessenza (l'ākāśa) e i quattro elementi rimangano in una certa condizione. Il manas il quale ha una potenza enorme plasma la quintessenza (l’ākāśa incorruttibile) che è il Mercurio filosofale di cui si è interessata l'Alchimia. Essendo l’elemento primo, contiene in sé tutti gli altri elementi; la scienza è arrivata a farlo a livello oggettivo scindendo e ricomponendo l’atomo. L’Alchimia lo faceva a livello soggettivo perché operava sui veicoli e poteva trasmutarli dal di dentro. L’Alchimista cercava la pietra incorruttibile perché sapeva che tutte le formazioni grossolane dipendono dall'archetipo dell’elemento vitale (la chiave dei quattro elementi).

Trovare questo elemento significava avere in pugno anche gli altri quattro o quindi poter riprodurre il fisico e dargli una durata considerevole. Attenzione, però, perché l'ākāśa non è Prakti (la Madre universale, le Acque universali); è solo un effetto non la causa; è solo l'elemento primo del grossolano (a livello di Vira), quindi si può prolungare la vita non eternarla. Per l’Oriente non era importante prolungale la vita fisica perché esso non puntava a Vira, ma a Brahman. Si interessava alla trascendenza della forma, mirava al Brahman, che è di là da questo tipo di ākāśa.

L’ākāśa è importante perché di li partono codici, messaggi, l'armonia o la disarmonia fisica (malattie), ecco perché la meditazione può avere enorme importanza: la mente, se è veramente concentrata, plasma l'ākāśa, e si ottiene in modo semplice quello che l’Alchimia cercava in modo molto complicato. Basta che una mente preparata sappia meditare, e l'ākāśa si plasma. In sette, dieci anni una persona potrebbe totalmente trasformare anche il fisico. Tutto questo, vedete, è a livello yoga; il bhakta, il religioso, si abbandona alla potenza divina e, se sa farlo, certi eventi possono scattare. Lo Yoga è, invece, più scientifico: conosce certe cose e sa come produrle.

 

Morte del veicolo pranico

 

Quale può essere lo stato di coscienza dell'ente che si trova nel corpo pranico, una volta abbandonato il fisico? È particolare perché pur osservando e percependo il piano fisico non vi si può accedere; è come stare affacciati ad una finestra si vede ciò che avviene sulla strada, ma non si è sulla strada, non si può comunicare, e questo stato particolare per alcune persone può costituire un piccolo travaglio.

La cremazione viene fatta anche perché questo corpo, in effetti, non è né di qua né di là. Non è grossolano perché ne è la quintessenza, non è di là perché non è ancora entrato in altri piani (taijasa ). Non tutti sanno vivere in questo corpo. Costretto dalla forza gravitazionale a seguire il corpo fisico l'ente segue il suo funerale, vede tutto, ma non può più comunicare col piano fisico. C’è ancora il cordone ombelicale con il fisico. Quando l’ente si ritira anche dal corpo pranico possono essere visti gli spettri.

Questo è uno stato di transizione, non è stabile, non è un piano esistenziale vero e proprio, non è taijasa. Come i 4 elementi del fisico denso si decompongono e tornano a Vira, così anche per questo corpo viene la fine (è questione di giorni, ma può prolungarsi addirittura per anni a causa della potenza materialistica e degli attaccamenti della persona).

Questo corpo più che decomporsi si disperde come una nuvola biancastra, dorata o anche grigiastra a seconda della qualità dei pensieri, ma sempre luminosa o risplendente e di una leggerezza straordinaria. Qui la persona potrebbe spaziare in libertà se non fosse tanto attirata dal fisico che ha lasciato. Questo corpo non ha più forma, ma noi sempre abituati alla forma continuiamo a "vederci" con la stessa forma, e così continuiamo ad avere quella forma.

Anche il passaggio dal pranico al sottile e quasi inavvertito dall’ente. Una volta usciti dal pranico ci si trova in una condizione diversa. Tra fisico e pranico non c'è nessuna differenza, mentre nel passaggio dalla quintessenza al sottile vi può essere una perdita di coscienza, un vuoto. Qui si possono incontrare molte persone "pie" che vanno incontro all’ente per aiutarlo ad ambientarsi. Abbandonando il pranico e quindi l’archetipo della figura (in quanto il pranico ha una forma come quella del fisico), ecco che questo rimane come un guscio vuoto e vaga, e può essere occupato da altri enti. Questo corpo è lo spettro, è il guscio vuoto che si riporta dove stanno i 4 elementi (questi gusci deformati dalla decomposizione a volte possono impaurire, ma sono innocui e si disperdono pian piano).

Arrivati a perdere questo secondo veicolo che è la controparte del fisico finalmente l’ente ha interrotto i legami col fisico, non vede più il piano esistenziale grossolano, e tutto ciò che vi avviene può sentirlo come un riflesso del riflesso. Allora inizia una seconda esperienza sul piano di taijasa. Avendo noi ora tutti i veicoli possiamo lavorare su tutti i livelli.

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