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Libertà, Norma giuridica ed Etica

Libertà, Norma giuridica ed Etica

D. Posso dire che fin da giovanissimo sono stato stimolato a riflettere su ciò che è la libertà. Lentamente quest'idea si è fatta strada e ho cercato esperienze nel campo religioso prima, e in quello politico dopo. Ho potuto notare che, per quanto alcuni parlino di libertà, all'atto pratico sono sempre schiavi di qualcuno; questo qualcuno può essere Dio, la Tradizione, l'intelletto, la famiglia, un'ideologia politica o un programma rivoluzionario, ecc. Inoltre, ho potuto riconoscere come altri, pur professandosi difensori della libertà, inconsciamente o coscientemente, si sforzano di renderti schiavo, di plagiarti e d'imprigionarti. Io oggi chiedo: la libertà è una realtà oppure una semplice proiezione dell'io? È un concetto o un principio filosofico? Tenga presente che la mia non è sete di discussione o di erudizione; è qualcosa di più; ho bisogno di chiarificazioni che mi diano la possibilità di pormi nel processo vitale, oltre a quella basilare di sapermi accettare.

R. Comprendo la sua ansia di ricerca di valori fondamentali per la vita, e comprendo anche la complessità del problema. Sarebbe opportuno che cercassimo insieme la soluzione, se soluzione può darsi a livello empirico. Lei parla di libertà, ma in che senso usa questo termine?

D. La libertà in che relazione è col libero arbitrio? oppure, la libertà coincide con il libero arbitrio?

R. Ecco un altro amico che pone un ulteriore problema. Come potete notare la tematica può dilatarsi.

D. (Precedente interrogante). Nel meditare sulla libertà ho potuto notare che vi è una libertà politico-sociale e una libertà esclusivamente psicologica.

R. Diciamo allora che vi è una libertà politica che riguarda il rapporto sociale, la convivenza degli individui che formano una comunità, una società, una nazione, ecc., e una libertà psicologica che riguarda il rapporto con le proprie istanze, i propri moti energetici e il proprio sentire. Poiché penso c'interessi di più questo secondo tipo di libertà, vediamo di entrare, quanto più è possibile, nel cuore del problema.

D. Mi scusi se la interrompo; non potremmo esaminare entrambe le libertà? Io penso che questa sera potremmo avere qualche spiraglio d'illuminazione, utile per tutti noi.

R. Miei cari, prevedo che toccheremo problemi che non sono proprio pertinenti alla nostra condizione coscienziale. In ogni modo, mi auguro che possiamo avere questo spiraglio d'illuminazione; accostiamoci al problema con mente libera da preconcetti e da posizioni settarie. Chi si avvia verso la soluzione della propria individualità, si avvia verso la trascendenza di tutti i problemi inerenti all'io. Non dimentichiamo che noi, qui, tendiamo a questo fine. C'è qualcuno che, pressato dalla ricerca, abbia formulato una definizione di libertà politico-sociale?

D. La libertà politica è quella libertà che consente all'individuo di esercitare liberamente i suoi diritti e di trovare i mezzi atti al loro compimento. Trovo questi diritti consustanziali alla natura dell'uomo.

R. Ora, poiché una comunità non è composta di un solo individuo, ma di più individui, i quali avanzano legittimamente i loro propri diritti, in che modo si può esercitare il diritto di libertà senza danneggiare il proprio simile?

D. Trovo giusto che la libertà dell'uno non debba menomare la libertà dell'altro.

R. Dunque, la libertà socio-politica implica l'armonizzazione dell'esercizio della libertà dei singoli. Non vi sembra?

D. Senza dubbio, questo tipo di libertà presuppone un ordinamento che armonizzi la libera attività dei membri.

R. Se non erro siamo arrivati a considerare, come evento imprenscindibile, una normativa giuridica regolatrice delle singole libertà. Inoltre, emerge un altro fatto: la libertà socio-politica non può essere libertà assoluta bensì relativa, né può essere licenza, è impensabile fare ciò che si vuole, ma solo ordine ed equilibrio per non disarmonizzare, appunto, il corpo sociale. Ciò implica ancora che la comunità, in quanto ente sociale, può essere ritenuta libera, a sua volta, di chiedere all'individuo il compimento di determinati obblighi, per cui nell'ambito socio-politico la libertà si risolve nell'armonico e giusto equilibrio tra diritti e obblighi; questo giusto equilibrio è rappresentato dalla norma giuridica o dalle leggi. Da qui lo stato di diritto, già prospettato da Platone nelle Leggi. La norma giuridica è il fondamento del diritto e del dovere del singolo nei confronti della comunità; e quella comunità che prescinda dalle norme legislative si avvia verso la licenza. Il diritto implica liceità di fare o non fare; il dovere, imposizione a fare o non-fare.

D. Dobbiamo riconoscere che ci sono legislazioni le quali esigono da parte dei singoli più obblighi che liceità. Anzi, alcune di esse, ispirate dal Prìncipe, non consentono nessuna forma di libertà. Quindi, in che senso possiamo dire che la norma è il fondamento della libertà dei singoli?

R. Giusto. Anche Platone sostiene che la monarchia, o governo affidato ad un solo uomo, può degenerare in tirannide, il governo aristocratico in oligarchia e la democrazia in demagogia. E a questo punto dovremo andare avanti perché ciò che abbiamo detto non è sufficiente. Ricapitoliamo: la libertà del singolo presuppone una norma regolatrice per potersi armonizzare con la libertà degli altri. La norma, per essere equanime, deve implicare o tener presente certi fattori, diversamente può anche essere non equanime; per esempio, può favorire un determinato gruppo di individui, può limitare certe libertà poiché parte da preconcetti settari, partitici, ideologici, ecc. Così, a sua volta, la norma a che cosa dovrebbe essere sottoposta per risultare equanime? C'è qualcuno che ci vuole aiutare?

D. Direi, ad una morale; anche nel campo socio-politico dovrebbe sussistere una morale, non le sembra?

R. Diremo allora ad un'etica (éthos), per cui in sintesi abbiamo questo quadro;

- Libertà

- Norma giuridica

- Etica

La libertà dev'essere sottoposta alla norma, la norma all'etica. Quando sussistono questi tre fattori, abbiamo una condizione ottimale di rapporto sociale. La libertà non può violare la norma e la norma non può violare l'etica. Rovesciando la sequenza abbiamo che l'etica informa la norma per indicare una libertà equanime. Ciò implica che l'etica, nella sua essenza, deve salvaguardare la libertà. Un'etica che cerchi di menomare, restringere arbitrariamente o coercire la libertà del singolo non è un'etica degna di tal nome.

D. Secondo la filosofia del divenire, l'etica, come tutto il resto, non è altro che comportamento mutevole, per cui non le si dà alcun valore, oppure ha il margine molto esiguo di applicabilità. L'etica è opinabile per la filosofia del divenire, essa è uno strumento flessibile nelle mani del Prìncipe.

R. Per la filosofia del divenire non è opinabile solo l'etica, ma anche la libertà perché rappresenta un accidente. Per essa, che non ha valori assoluti e costanti, la libertà può esserci e non esserci perché dipende dal divenire, dal momento politico, dalla necessità storica. È in nome di questa necessità storica che si sono realizzati atti da Homo bestia più che da Homo sapiens. In nome di un'esigenza-necessità storica si sono giustificati bombardamenti atomici, camere a gas, torture, eccidi di ogni sorta all'est e all'ovest, al nord e al sud, senza eccezione. Se parliamo di etica non ci riferiamo al costume, alla consuetudine di indossare un vestito con certe caratteristiche, di salutare in un modo o in un'altro, e cose di questo genere. L'etica di cui parliamo è qualcosa di più, non è neanche in riferimento alla singola individualità umana. Facciamo qualche esempio; secondo voi è etico arrogarsi il diritto, come persona o gruppo, di uccidere a piacimento altre persone? È etico sfruttare l'ignorante o il debole psichico? È etico sfogare il desiderio di potenza di un gruppo su un altro gruppo? È etico che pochi e incapaci governino sui più? È etico considerare gli altri come trastulli per i propri fini? Che cosa mi rispondete?

D. Ne convengo, non posso accettare tutto questo.

R. Allora dobbiamo convenire che se l'individuo, nell'esercizio della sua libertà, è sottoposto alla norma, il legislatore è sottoposto all'etica nel formulare quella norma. Però, se da una parte vi sono usanze spazio-temporali ed esclusive di certi individui o gruppi di individui, dall'altra vi sono norme etiche che riguardano non l'individuo in quanto tale, ma l'uomo come specie, come umanità; in altri termini, vi sono norme che sono fondamentali per gli enti che si organizzano come comunità. Laddove esistono due esseri là deve esistere anche e necessariamente una condotta di fondo, un giusto agire, cioè un'etica che rappresenti il principio e la ragion d'essere della vita a due. L'etica, dunque, concerne il giusto agire, il corretto comportamento.

D. Ammetto che se a fondamento dell'essere non c'è l'etica, non può esserci osmosi interindividuale; ma mi chiedo, a quali princìpi dovrebbe ispirarsi la stessa etica? Penso che si ponga anche questo problema, in base a quello che è stato detto prima.

R. Mi era sembrato che tale condizione potesse emergere dal nostro precedente dialogo. Forse non ci siamo compresi e bisognerà riprendere il discorso. Prima di tutto, ritornando su questo tema, vorrei ricordarvi che stiamo trattando della libertà socio-politica; essa è una delle libertà degli individui in quanto corpo sociale. Dunque, a quali princìpi deve ispirarsi l'etica? L'interrogante fa capire che una norma giuridica deve ispirarsi a certi princìpi. Così abbiamo che il comportamento dell'uomo, per la sua stessa armonica convivenza, deve conformarsi a princìpi necessariamente uguali per tutti (universali) e che sono il fondamento del vivere sociale. Per quanto in una comunità possano essere consentiti la poligamia, il divorzio, l'aborto, l'esercizio di alcuni diritti politici ad una certa età, ecc., e in altre non essere consentiti, tuttavia i gruppi sociali del pianeta devono attenersi a princìpi di fondo comuni come quello, per esempio, di considerare la vita come sacra e inviolabile, oppure che l'altro, essendo un ente vivente con possibilità reattive-sensoriali, non può essere sottoposto a schiavitù o a sfruttamento, ecc. Si parla infatti di Diritti fondamentali dell'uomo, già sanciti dalle varie costituzioni, ma purtroppo non applicati. Diritti riferentesi all'uomo come specie, come ente razionale, quindi valevoli in tutto il pianeta, dal momento che non sono diretti ai singoli stati in quanto Enti giuridici. Inoltre, l'etica deve salvaguardare la più ampia libertà individuale. Un'etica che restringa sempre più non solo le istanze di libertà, ma anche la loro espressione pratica (i mezzi per il raggiungimento del fine), si avvia verso un totalitarismo imprigionante e quindi verso una alienazione della libertà. Diremo, perciò, che l'etica a cui deve ispirarsi la norma è quella che consente una maggiore espressione di libertà di pensiero, di sentimenti e di comportamento nell'ambito del giusto rapporto umano. Così, in conclusione abbiamo:

- Libertà

- Norma giuridica

- Norma etica

- Principio universale

Sotto questa prospettiva la libertà stessa è sottoposta al Princìpio; diremo meglio, al Dharma o all'éthos universale, che è di ordine sovraindividuale. In ciò possiamo riconoscere lo stato quale riflesso o copia dell'Ordine universale, quello Stato ideale proposto da Platone nella Repubblica.

D. Sappiamo che ci sono norme legislative che si ispirano ad un'alta etica, eppure esse, come lei dice, non vengono applicate; perché? Il paradosso dell'uomo è questo: riconoscendo la propria sofferenza, egli lavora, studia e trova anche i mezzi per eliminarla; poi, una volta trovati questi mezzi, non li mette in pratica, volendo continuare a soffrire. Si fanno delle rivoluzioni per cambiare qualcosa e dopo un paio d'anni si scopre che in definitiva non si è cambiato niente, o è cambiato soltanto il privilegio, passando da un gruppo ad un'altro, da un Prìncipe ad un altro. Perché tutto questo?

R. In fondo, l'umanità ha già tante verità filosofiche, tanta ispirazione etica, tante norme giuridiche, ecc., che non dovrebbe affannarsi a cercarne delle nuove. Basterebbe leggere certe risoluzioni votate dall'ONU per capire quante belle cose sappiamo scrivere. Ma il problema è più profondo, perché investe la coscienza stessa dell'individuo e la sua costituzione psicologica. Se noi non trasformiamo le cause della disarmonia, non potremo mai avere belle costituzioni o fare rivoluzioni sociali. Il dato essenziale è che l'uomo, per essere armonico e dare armonia, deve trasformarsi, deve operare sì una rivoluzione, ma non all'esterno, per cambiare semplicemente strutture o sostituire il Prìncipe, bensì all'interno, per trasformare la sua stessa coscienza. Se siamo sempre schiavi delle nostre passioni e dell'individualismo, potremo mai avere una comunità libera e perequata? Se l'essere non si sottopone al Principio, né si risolve nell'Essere, proietterà sempre fuori di sé il Salvatore-Prìncipe.

D. Ecco il punto; ho parlato anche di libertà psicologica perché nella mia sperimentazione mi sono accorto che, per quanto possa essere libero di svolgere un'azione a livello sociale, ne sono invece impedito da certi miei condizionamenti psichici. C'è stato un momento in cui ho sofferto molto di un complesso di inferiorità e, benché nessuno mi vietasse di fare certi atti, tuttavia ero schiavo del mio contenuto. Qualche volta mi è sembrato che alcune mie scelte fossero determinate da fattori ignoti o inconsci. Inoltre, sono d'accordo con lei: se l'uomo non trasforma la sua avidità, la sua sete di potere e di vanità, a che cosa possono servire le sue istituzioni e le sue norme giuridiche o etiche? Quando gli uomini sono tristemente egoisti, separativi e competitivi, a che cosa possono servire le belle leggi e le trasformazioni istituzionali? Forse che, cambiando una democrazia in dittatura o viceversa, essi diventeranno angeli e liberi dalla sete di autoaffermazione e dall'avidità?

R. Abbiamo parlato di una libertà politica che si innesta in un tessuto sociale; libertà inerente all'individuo come società, come gruppo, come espressione di convivenza e di rapporto interindividuale; adesso il problema si sposta e dovremo parlare della libertà psicologica, di un tipo di libertà in cui l'altro è me stesso. Libertà significa assenza di ostacoli nell'attuazione di un fine e conseguente possibilità di coordinare i mezzi per consentire tale fine. Dobbiamo tener presente comunque che la libertà politica, in senso lato, e quella psicologica sono relative. Nascono e vivono, cioè, sul piano della dualità.

D. Mi scusi se m'inserisco; ci sono delle dottrine che propugnano una libertà assoluta in riferimento all'individuo; che relazione può esserci con quanto stiamo dicendo?

R. Nessuna. In effetti alcune dottrine sostengono che gli altri esistono e sono in quanto io semplicemente li penso. Dal momento che gli altri esistono perché esisto solo io, io, in quanto vero e unico Prìncipe esistente, posso arrogarmi il diritto di fare o non fare ciò che voglio sugli altri che sono miei sudditi, miei prodotti. In fondo è una teoria solipsista, soggettivista, egocentrica. Parlare di libertà assoluta in riferimento all'io è un controsenso; i due termini io e libertà si escludono reciprocamente.

D. Se anche gli altri hanno questa concezione, dove andremo a finire?

R. Che vincerà il più forte: da qui il desiderio di potenza e la predicazione del desiderio di potenza. Da questo punto di vista la libertà coincide con la forza, con la potenza, non più con la norma e l'etica o Dharma universale. In altri termini, è la legge del più forte.

D. La legge della giungla?

R. In termini spiccioli, si; è questa legge. Ritorniamo a noi. La libertà psicologica implica due dati: un ente che cerca di determinarsi in libertà e un qualcosa, interno all'ente stesso, che pone degli ostacoli. La libertà psicologica consiste nel realizzare quella norma che armonizzi le istanze e lo strumento atto ad estrinsecarle. Così, se abbiamo desiderio di camminare, per esercitare liberamente tale atto, occorre che si stabilisca un giusto rapporto tra il desiderio-istanza e il fisico grossolano che deve compiere l'atto. Ci possono essere delle reazioni fisiche che impongono il riposo, lo star fermi. Quindi, la libertà psicologica è il risultato dell'armonia tra volontà di fare o non-fare e forze psico-fisiche che devono portare a compimento l'atto. Nell'ambito della libertà politico-sociale, queste corrispondono all'organismo esecutivo nel suo complesso, il quale deve favorire l'espletamento di quello scopo che l'individuo si propone di attuare nell'ambito della sua libertà sociale. L'apparato esecutivo statale è, o dovrebbe essere, un organismo, un complesso energetico atto a favorire l'espletamento dell'esercizio della libertà individuale. Il complesso psicofisico è altrettanto un composto funzionante atto a portare a compimento le determinazioni dell'ente. Qualche meccanismo può incepparsi tanto da creare conflitto tra la libertà di fare o non-fare dell'ente e la sua programmazione e attuazione oggettiva.

D. Sono dell'idea che il problema sia molto più profondo e più vasto. Non è questione semplicemente di armonizzare desideri e mezzi operativi. Fino a che punto, mi chiedo, sono libero dal desiderio stesso? Fino a che punto sono libero dalle determinazioni del mio inconscio e di quello collettivo? Quando sono impulsato da un desiderio, da un ideale, da un contenuto subconscio, fino a che punto posso considerarmi veramente libero? In definitiva vorrei sapere questo: l'uomo è anche libero di non-fare, non-agire, non essere necessitato?

R. Indubbiamente il problema è più complesso, ma è maggiormente pertinente alla Metafisica realizzativa. Fino a quando ci troviamo sul piano della libertà socio-politica e di quella psicologica siamo sempre nell'intraindividuale e quindi sul piano della necessità. Laddove esiste un io o più io, esiste anche necessità, per quanto si possa avere un margine più o meno ampio di libertà; quando, invece, ci poniamo il problema di uscire dalla dimensione dell'io e dei suoi prodotti le cose cambiano, e allora potremo parlare finalmente di vera libertà da ogni possibile necessità, potremo parlare di libertà dell'Essere in quanto Principio ed Essenza metafisica. Diremo che le prime due libertà sono libertà illusorie perché appartengono a quel fantasma egoico che, per quanto possa essere relativamente libero di fare o non-fare, non potrà mai trovare il proprio completamento, la propria pace e la propria compiutezza. Ci sono individualità che s'interessano di direzionare la libertà relativa dei singoli enti (e questo è il loro dharma), e ci sono coscienze che si stanno risvegliando al riconoscimento che la vera libertà non coincide né con la norma sociale né con quella psicologica individuale, ma con qualcosa che trascende l'una e l'altra, con qualcosa che è di là da quell'individualità sottoposta alla necessità. La libertà dell'Essere con che cosa possiamo farla coincidere?

D. Si è detto spesso che la vera libertà è libertà dall'io, non dell'io; quindi la libertà o liberazione coincide con l'assenza dell'io.

R. Certo, quella dell'io è libertà illusoria e, per quanto nel mondo individuato possiamo escogitare mezzi e ideologie filosofiche e politiche, tuttavia non possiamo dare la libertà all'io perché l'io è esso stesso necessità e conflitto. Ci sono popoli che hanno sperimentato la povertà e l'opulenza, la democrazia e la dittatura, l'ignoranza e la cultura, eppure non hanno trovato né realizzato quello che normalmente si dice paradiso in terra.

D. La vera libertà è nell'assenza di desiderio, ma penso che ciò corrisponda a quanto è stato detto.

R. Desiderio implica un muoversi verso. Desiderio implica cercare di ottenere quello che non si ha, significa essere motivati da un'istanza d'insoddisfazione. Ora, laddove c'è insoddisfazione non può esserci quiete e pienezza; laddove c'é un tendere verso qualcosa che non si ha, vuol dire che non si è completi, che si manca di qualcosa. Il mondo dell'io è mancanza, è privazione, e la sua sopravvivenza è garantita dal desiderio acquisitivo e compensativo. Ma il desiderio e la sua gratificazione non rendono felice nessuno perché se così fosse gran parte dell'umanità dovrebbe essere compiuta, mentre non lo è; sappiamo che l'io, dopo aver gratificato un desiderio, si dirige verso un altro desiderio non essendo mai in pace e soddisfatto. La vita dell'io è una lotta incessante per appagare ed espandere se stesso, per compensarsi; e, pur di sopravvivere, esso inventa ideali addirittura sublimi, ma che poi si dimostrano evasioni. La vita dell'io è vita di aspirazioni oggettivate, di sperimentazioni, proprio perché non è e non ha. Chi veramente è, non cerca, né sperimenta, né aspira a qualcosa perché appunto è.

D. Se mi consente, nelle mie meditazioni ho trovato che la libertà dell'Essere, l'ultima e reale libertà, coincide con la Verità; me lo conferma?

R. E la Verità vi renderà liberi, dice Gesù. Se la necessità s'identifica con l'ignoranza, l'alienazione e con il fenomeno evanescente, ci sembra naturale che la libertà s'identifichi a sua volta con la Verità ultima o la Realtà in quanto tale. Sotto questa prospettiva possiamo anche aggiungere che se il desiderio coincide con l'io o l'individualità, la Volontà coincide con l'Essere; l'Essere ha in sé la possibilità di estrinsecarsi nelle indefinite espressioni di vita (non soltanto in riferimento a quella umana), come ha in sé la possibilità di essere ciò che è fuori di ogni manifestazione grossolana, sottile e causale, fuori, quindi, di ogni possibile necessità. La vera realizzazione consiste nel ritrovare la Libertà-Verità-Volontà che è consustanziale all'Essere.

(Tratto da Quale Democrazia?, Raphael, Edizioni Āśram Vidyā)

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