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Maestro - Discepolo

MAESTRO-DISCEPOLO

 

«[Soltanto] l’uomo che ha un Maestro può realizzare la Conoscenza».
«È solo la Conoscenza ricevuta direttamente da un Maestro [che conduce alla Liberazione]»
(Chāndogya Upaniṣad: VI, XIV, 2; IV, IX, 3)1.

«Mi inchino dinanzi ai Maestri, le grandi Anime che hanno realizzato la suprema Realtà, a coloro simili a Dei che ai primordi hanno agitato l’immenso oceano dei Veda per trame il nettare sublime della Conoscenza»2.

Si racconta che, nella notte dei tempi, antiche civiltà ricevettero da Esseri straordinari la Conoscenza. I primi uomini ebbero la fortuna di “camminare accanto agli dèi” e da questi ebbero in dono le scienze, le arti e tutte le raffinatezze della civiltà. Si dice che appresero da questi grandi Esseri l’agricoltura, l’arte delle costruzioni, la matematica, l’astrologia e tutte le altre scienze. Questi Esseri furono chiamati “Maestri civilizzatori”, ma anche dèi perché donarono, soprattutto, la Conoscenza suprema: la Conoscenza della Realtà ultima dell’essere e dell’universo.
Ma chi erano questi Esseri sublimi di cui si parla nelle culture antiche se non degli dèi, degli Esseri divini? E questi dèi incarnati, questi Esseri divini, sono stati gli iniziatori e l’origine della lunghissima catena di Maestri sempre presenti e vicini all’uomo. È per questo che si dice che l’uomo non è mai rimasto orfano.
Un vero Maestro, in termini tradizionali, è dunque il Divino stesso che si incarna per portare Luce e Conoscenza. Luce e Conoscenza che è sempre identica, non importa in quale luogo e in quale epoca venga trasmessa, poiché riguarda l’essenza dell’Essere, la Realtà ultima che sottostà a ogni individuo ma anche a ogni forma di cultura. Questi Esseri divini che, per puro amore, si incarnano hanno il compito unico e sublime di ricordare agli uomini la loro origine divina.
Si dice che nel passato questi dèi camminassero accanto agli uomini e guidassero il destino dei popoli, instaurando quella che si conosce come l’“età dell’oro”, oppure il “primo tempo”. Gli esseri umani di allora, di natura più semplice, erano ricettivi a
ll’Insegnamento e alla vibrazione di questi Esseri tanto da poter vivere accanto a loro.
Con il tempo varie sovrapposizioni hanno velato e interrotto questo rapporto diretto. Non è stato più possibile parlare a tutti e l’insegnamento venne dato solo a chi era pronto, con un Rito iniziatorio. Vennero creati i templi e i luoghi sacri dove il Fuoco della Conoscenza veniva alimentato nel segreto degli altari e i princìpi della Conoscenza venivano trasmessi nelle aule delle Accademie e delle Scuole iniziatiche.

Alla base di tutto questo c’era sempre un Maestro che poteva vestire i panni di un Sacerdote, di un Re oppure quelli dell’ Istruttore-Filosofo.
Ciò che contava e conta è che la Dottrina, l’insegnamento, doveva essere tenuta in vita e trasmessa affinché alle anime incarnate non venisse meno l’“acqua di vita”.
Un Maestro è un dono del cielo. Egli costituisce la stella polare per chi è in cammino e cerca un punto fermo di orientamento per non smarrirsi; Egli è il ponte per passare «dal sensibile all’intelligibile». Un Maestro è una figura particolare, poco compresa dal mondo umano quando questo è totalmente preda dell’identificazione con ciò che “va e viene”.

Un Maestro è per tutti, perché la sua Luce e il suo Amore illuminano e riscaldano tutti, anche se non tutti Lo riconoscono e non tutti sanno approfittare del nettare delle sue parole; pur tuttavia anche in questi terreni apparentemente aridi cade il seme che un giorno germoglierà e alla fine genererà i suoi frutti. Chi, invece, è pronto Lo riconosce e non può non seguirlo e comprendere che quell’incontro è il coronamento delle sue lunghe e molteplici esistenze: incontrare un Maestro è ritornare a Casa, dando finalmente un senso al lungo peregrinare, dando finalmente una ragione alle infinite esperienze, sofferenze, illusioni, infatuazioni e inganni. Il senso stesso della vita si conclude nel momento in cui il discepolo si unisce per sempre al suo Maestro, simbolo di quel Maestro interiore che è la Realtà ultima di tutti.

«Se hai la fortuna di sintonizzarti con un Fratello maggiore accordato, allora stagli vicino e, dopo aver acquietato l’animo irrequieto, “ascolta” il suo ritmo, la sua Armonia...»3.

Vediamo ora, in modo più dettagliato, il rapporto Maestro-discepolo;
Abbiamo detto in precedenza che il Maestro è un dono del cielo perché Egli è l’incarnazione stessa della Conoscenza e dell’Amore di cui ogni anima è assetata ed è alla ricerca, e che riesce a trovare solo alla fine del suo travagliato viaggio.

Quando un discepolo è pronto e incontra un Maestro è un momento solenne; se il discepolo apre la sua vista interiore e Lo riconosce, quell’incontro lo si può paragonare a un “matrimonio celeste”. A quell’anima che per così lungo tempo ha bussato, finalmente si sono spalancate le porte. Il primo momento è sicuramente estasiarne e un fuoco si accende; pur tuttavia ci saranno ancora ombre e disarmonie perché, per quanto si possa essere pronti, l’individualità ha le sue armi e i suoi trabocchetti, pone resistenze e condizioni. Ma tutto questo è normale: fa parte di quello che chiamiamo sādhanā. L’Amore e la Pazienza infinite del Maestro suppliranno alle mancanze del discepolo e gli daranno il giusto stimolo per andare avanti nonostante le cadute, i dubbi e le fughe.

«In Oriente - in linea generale - l’iniziazione avviene per via diretta, vale a dire da Maestro a discepolo. Un guru che abbia conseguito la coscienza universale (e solo questi dovrebbe essere considerato il vero guru) trasmette direttamente l’Influsso al discepolo; ma perché ciò possa avvenire occorrono due condizioni indispensabili: le qualificazioni del discepolo e lo stato di effettiva realizzazione del guru.

...Il discepolo qualificato gradatamente si accorda sulla nota del suo guru stabilendo così una specie di cordone ombelicale mediante cui l’influsso circola e opera»4.

La “Via del Ritorno” del discepolo si compie a piccoli passi e per gradi che corrispondono a passaggi che deve compiere, a piccole rinunzie-morti; il Maestro sarà sempre lì a sostenerlo e guidarlo e a dargli il necessario coraggio.
Il Maestro non chiede nulla al discepolo, gli offre incondizionatamente il suo aiuto perché conosce bene le sofferenze che lui vive, ma sa anche che la vittoria non può non arridergli.
Man mano che il discepolo si libera del suo passato, essendo più leggero e disponibile, comprende sempre più Chi ha incontrato, e comincia un’opera di donazione di sé verso quell’Anima beata che vuole solo che anche egli sia beato.
Il Maestro darà al discepolo l’insegnamento, delle tecniche, una nuova Visione, ma soprattutto sarà la sua profonda vibrazione di Amore a far sì che il discepolo si interiorizzi sempre più, alla ricerca di quella Fonte che è identica a quella del Maestro.

Questa ricerca lo porterà sempre più dentro di sé, ma anche sempre più vicino al Maestro;
scoprendo la propria identità si scopre in
identità con il Maestro.

Giunti a questo punto il cammino è stato percorso, ma soprattutto quell’anima-discepolo ha coronato lo scopo delle sue molteplici incarnazioni, lo scopo della sua esistenza, che era tracciato sin dall’inizio dei tempi.
Ecco l’opera di un Maestro: risvegliare le anime alla loro reale natura. Il suo operare non è quello di dare delle semplici nozioni che il discepolo deve memorizzare, come avviene nelle aule scolastiche:, il compito del Maestro è di aiutare l’anima a rendersi bella e a scoprirsi identica a
Quello.
Incontrare un Maestro è un dono raro che dobbiamo comprendere e saper valorizzare.
Ci sono persone che sostengono di poter fare a meno del Maestro perché, secondo loro, potrebbe condizionarli. Chi parla così è velato dall’orgoglio, e comunque la sua anima non è ancora sufficientemente matura per un atto di donazione e umiltà; inoltre non ha compreso che cosa sia un Maestro, diversamente non direbbe di poterne fame a meno.

«Si arriva a conoscere il Sé seguendo i salutari consigli di un Saggio realizzato, non bagnandosi nelle acque sacre, moltiplicando le offerte o facendo interminabili prāṇāyāma».

«Un ricercatore del Sé deve appoggiarsi alla propria investigazione, dopo aver debitamente avvicinato un Istruttore, il quale deve possedere la perfetta conoscenza del Brahman e una grande compassione»5.

Solo quelle anime che soffrono sono pronte a mettere tutto in discussione e a mettersi nelle mani di Colui che li traghetterà dall’altra parte.
Occorre, questa disperazione per saper morire giorno dopo giorno e rendersi disponibili per farsi riplasmare dalle mani dell’Artista.
Ecco che cosa rappresenta il rapporto tra Maestro e discepolo: un artista che modella una sostanza resasi plastica e malleabile fino al capolavoro finale.
Migliaia di volte abbiamo ripetuto di essere immensamente fortunati in questa incarnazione per aver incontrato un autentico Maestro
advaitin. Ma siamo veramente convinti di queste parole o ce le ripetiamo tanto per non dimenticarle o per pura abitudine, rimandando, però, l’evento di prendere totale e definitiva consapevolezza di questa fortuna, traducendo il tutto in un lavoro di fattiva realizzazione?

È ora di prendere una decisione, non è più possibile rimandare a più tardi ciò che è imperativo fare subito.

Dobbiamo smettere di gingillarci con le piacevolezze del momento, con le gratificazioni dell’io vanitoso; tutto questo ci può dare una gioia effimera ma che, paragonata alla beatitudine eterna che ci attende, dobbiamo riconoscere come
vacuità e questo riconoscimento deve far scattare in noi una forza che ci porti alla resa finale: dobbiamo porre la nostra testa “sul vassoio” e dobbiamo rinunciare a qualsiasi esigenza-impulso dell’individualità. Dobbiamo saper ricambiare con un atto di totale donazione delle nostre incompiutezze l’Amore che ci dona il Maestro.

Il rapporto tra Maestro e discepolo è sacro perché è un rapporto tra anime. Il Maestro risveglia nel discepolo la consapevolezza di ciò che è; tutto questo lo fa con somma discrezione e soavità, non c’è mai una forzatura. Sono accenni delicati che in una coscienza ricettiva bastano a risvegliare una nuova consapevolezza.

Lo scopo dell’incontro con il Maestro è realizzare l’Identità; quando il discepolo incontra il Maestro è ancora annebbiato e confuso dalle sue incompiutezze. Solo con l’inizio e il proseguimento della sādhanā comincerà, man mano, a liberarsi delle resistenze e dell’ignoranza di quello che aveva creduto di essere fino a quel momento. Operando su se stesso e seguendo le indicazioni del Maestro, il discepolo inizia ad accorciare le distanze. Inizia a sperimentare gradi e livelli di unione con la sua Guida spirituale. È per questo che si parla di gradi di crescita e di passaggi da compiere.

Se il discepolo saprà donarsi al Maestro seguendo le sue istruzioni, questi passaggi saranno veloci e indolori; contrariamente, il discepolo non potrà non soffrire perché le resistenze dell’io a cui andrà incontro saranno molto forti e dure a morire. Può avvenire che un discepolo pronto arrivi subito all’identità, ma è una condizione rara e privilegiata di pochissime anime mature. Il più delle volte ciò non avviene e sia il discepolo che il Maestro devono lavorare pazientemente per far cadere tutti i veli e i condizionamenti imprigionanti e opprimenti.

Questo lavoro di avvicinamento al Maestro rassomiglia allo svuotamento di una coppa che deve liberarsi del vecchio liquido per contenere quello nuovo. Quando il discepolo non avrà più una sua volontà indipendente ma pensa e agisce consapevolmente come il suo Maestro, si può dire che il suo passato è morto e il suo presente non esiste perché in lui esiste solo l’immagine, la volontà e l’amore del Maestro.

«Oh Signore, fa di me un istrumento della tua Pace», diceva San Francesco; mentre San Paolo affermava: «Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me».

Terminiamo con alcuni sūtra del Vivekacūḍāmai:6

«Un Saggio [Istruttore] che sia versato nella Śruti, vero conoscitore del Brahman, che, senza desideri, sia raccolto in Brahman e calmo come il fuoco che ha consumato tutto il combustibile, [un Saggio] che sia diventato un oceano di misericordia e la cui benevolenza si espanda in modo inesauribile su quanti a Lui si prosternano».

«A questo guru il discepolo deve avvicinarsi, con profonda devozione e, offrendogli umilmente i suoi servigi, chiedergli ciò che deve conoscere».

«O Maestro e amico di coloro che si abbandonano a te, io m’inchino. Affrancami dall’oceano delle nascite e delle morti in cui mi dibatto, guardami con i tuoi occhi penetranti che effondono influssi di grazia».

«A colui che, assetato di liberazione, sollecita aiuto e protezione, a colui che si conforma ai canoni delle Scritture e che ha la mente serena e tranquilla, il Maestro non può non dare l’insegnamento con la massima benevolenza».

 

(Tratto dal fascicolo Vidyā, Giugno 1999)

1 Citato in Upadeśasāhasrī: I, I, 3.

2 Śaṅkara, Upadeśasāhasrī: II, XIX, 28. Ed. Āśram Vidyā, Roma.

3 Raphael, La Triplice Via del Fuoco, I II 73. Ed. Āśram Vidyā, Roma.

4 Raphael, La Filosofia dell'Essere, capitolo “Iniziazione e Rito”. Edizioni Āśram Vidyā, Roma.

5 Śakara, Vivekacūḍāmai: 13, 15. Traduzione dal sanscrito e commento di Raphael. Edizioni Āśram Vidyā, Roma.

6 Sankara, Vivekacūḍāmai: 33, 34, 35, 42. Op. cit.

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