Dignità
DIGNITÀ
Dignità è nobiltà, è maestà, è bellezza. Dignus è colui che, divenuto divino, non deve più “inseguire” la divinità.
« Devono Essi [gli Dei] venire a me, non io a loro » (Plotino).
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Chi è nobile se non colui che possiede il distacco? Nobilis è sinonimo di superior, e questo, a sua volta, di vincitore. Nobile è quindi colui che si è elevato al di sopra della natura umana, che ha vinto la necessità e si è reso libero.
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Bellezza e dignità esteriori sono il riverbero di Qualità soggettive che permangono di là da qualunque vicissitudine formale. Un nobile può "andare a piedi" e ciò nonostante restare nobile, uno che nobile non è può "andare a cavallo", ma non per questo acquistare nobiltà.
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La vera nobiltà o aristocrazia è quella del Cuore. É la dignità del Cavaliere medioevale, armato di lealtà (lancia), di fede (scudo), di coraggio (spada).
Cavaliere è il risultato di un ascesi o trasmutazione alchemica che si realizza in tre fasi, corrispondenti, simbolicamente alle sue armi:
— scudo: stato di ricettività. Disponibilità all'influsso. Il seme si predispone.
— lancia: influsso dall’alto. Lo Stimolatore agisce sul seme. L'opus ha inizio.
— spada: l'opera è compiuta: Trionfo sulla morte. Resurrezione.
La figura del Cavaliere è il simbolo per eccellenza di uno stato coscienziale che si esprìme in termini di nobiltà e di bellezza.
Ci sono molti "scudieri" e pochi "cavalieri" perchè pochi sono disposti a crocifìggersi, a trasfigurarsi. Pochi sanno rinunciare, distaccarsi, morire. Pochi amano ritrovare la loro dignità.
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C’è una dignità nel vivere e una dignità nel morire, come c’è una dignità nella vittoria e una dignità nella sconfitta. E poiché è nella morte e nella sconfìtta che la dignità raggiunge la sua più alta espressione, bisognerebbe "vivere morendo" e "vincere perdendo".
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L’io scambia la dignità con l'orgoglio e ostentazione. Ma dignità è umiltà di cuore e povertà di spirito.
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Consapevolmente vivere e consapevolmente morire: questa è dignità.
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Chi ha dignità sovrasta l’"onda", perché ha raggiunto il completo abbandono.
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Se è tempo di “mietere", lascia che la spiga reclini il capo, che la falce la recida, che la trebbia batta, che la mola la macini, che il lievito la fermenti e che il fuoco la trasformi in pane.
«Chi ha Dignità non è nel dubbio, nell’incertezza, nell’ansia di fare o non fare. Dignità impone che l’ente sia l’incarnazione della certezza...».
«La Dignità è frutto di superiore statura, quindi, è effetto di Realizzazione...».
«Chi ha paura, manca di Dignità... Si può cadere, ma Dignità impone di rialzarsi con compostezza, in bellezza, senza rumore, senza commiserazione e senza rimpianti».
«... nell’essere debole non c’è Dignità... Per vivere con Dignità occorre avere un preciso orientamento interiore...».
«La Dignità, al massimo grado, si esprime con lo stato di Essere...».
Dignità! Quante volte abbiamo sentito questa parola, quante volte abbiamo pensato di capirla e di esprimerla; eppure come eravamo lontani dal vero...
Spesso ristagniamo in certe posizioni; ci illudiamo di aver conquistato una condizione di equilibrio che osiamo anche definire armonia. E questo accade perché sul piano dei rapporti c’è una parvenza di comprensione reciproca, ci sentiamo accettati e, di conseguenza, ci illudiamo di essere al nostro giusto posto; tutto prosegue felicemente perché ogni cosa ci appare perfetta e non sapremmo proprio cosa modificare. Che bella illusione!1
Per fortuna la Vita ci propone di continuo nuovi eventi, alcuni più “forti” di altri, ed è così che, in un certo modo, siamo costretti a liberarci dagli insidiosi “pantani” del ristagno. Ogni passaggio, non importa di quale natura, presuppone una rottura, un toccare il fondo e una presa di coscienza. Solo quando questo avviene possiamo dire di essere folgorati dalla Grazia perché all’improvviso apriamo gli occhi e vediamo tutti gli errori e finalmente ci diamo una spinta per risalire. Solo allora comprendiamo realmente.
Ritornando alla Dignità, è proprio in quel momento che prendiamo atto di averla tradita. Solo allora capiamo quanto ci eravamo illusi, quanto poco avevamo capito questa parola e cosa significa incarnarla. Avevamo creduto di capire perché la nostra mente è in grado di offrirci una chiara disamina sul significato di questa parola e pensavamo che questo bastasse; così eravamo convinti di averla assimilata e averla fatta nostra. Anche quando sentivamo più forte il bisogno di evocarla in modo da porci nella giusta posizione per affrontare un evento, anche allora era solo un barlume quello che ricevevamo.
La Dignità non è un abito che si può indossare, non è una maschera che ci mettiamo in determinati momenti della nostra vita ma che non convince nessuno.
Vogliamo dire con questo che la Dignità non può venirci da fuori, non ce la possiamo autoimporre. Se per noi la Dignità è questa, stiamo solo modificando un’espressione esteriore, stiamo toccando solo la periferia del nostro essere, stiamo operando sul comportamento, sugli atteggiamenti esteriori che fanno “colpo” sugli altri ma che non modificano l’ente nel suo interno.
Ed è in queste condizioni che tutti, più o meno, ci illudiamo di essere “dignitosi”, e in queste condizioni è facile ristagnare.
Dicevamo però che per fortuna la Vita è una grande stimolatrice e arriva il momento in cui mette a nudo la nostra debolezza («nell’essere debole non c’è Dignità»), mette in evidenza il nostro asservimento agli altri quando mendichiamo l’accettazione e l’approvazione altrui. Prendere consapevolezza di questo è talmente doloroso che non possiamo non evocare finalmente quella «superiore statura».
Ecco che in noi si palesa la certezza di essere qualcosa di distinto da tutti quei giochi che ora incominciano a stancarci. Facciamo appello alla nostra Realtà più profonda ed Essa, che è sempre stata presente e che è stata testimone delle nostre debolezze e compromessi, si manifesta con tutta la sua forza e soavità.
Scopriamo in quel momento che cos’è veramente la Dignità; scopriamo allora che la Dignità può venire solo da quella Fonte inesauribile e amorevole che è il nostro Sé. Solo permanendo in questa posizione ritrovata vinciamo le debolezze, i dubbi, le paure. Scopriamo che la Dignità non può venire da fuori e che non può essere indossata a seconda delle circostanze. Essa è in noi e solo quando ci ritroviamo Sé quella forza del tutto sconosciuta fluisce e scopriamo allora una posizione solare per noi nuova che non si appoggia a nulla perché da nulla dipende.
«Chi ha Dignità non si protende per acquisire perché ha in sé la compiutezza e la ragion d’essere».
«L’Ente di Dignità non teorizza né discute, non divaga, né interpreta né deve convincere: tutto ciò appartiene all’io samsarico bisognoso di conforto e di consensi».2
Dignità è nobiltà, è maestà, i bellezza. Dignus è colui che, divenuto divino, non deve più "inseguire" la divinità.
«Devono Essi (gli Dei) venire a me, non io a loro» (Plotino)
Chi è nobile se non colui che possiede il distacco?
Nobilis è sinonimo di superior, e questo, a sua volta, di vincitore. Nobile è quindi colui che si è elevato al di sopra della natura umana, che ha vinto la necessità e si è reso libero.
Bellezza e dignità esteriori sono il riverbero di Qualità soggettive che permangono di là da qualunque vicissitudine formale. Un nobile può "andare a piedi" e ciò nonostante restare nobile, uno che nobile non è può "andare a cavallo", e non per questo acquista nobiltà.
La vera nobiltà o aristocrazia è quella del Cuore. È la dignità del Cavaliere medievale, armato di lealtà (lancia), di fede (scudo), di coraggio (spada).
Cavaliere è il risultato di un'ascesi o trasmutazione alchemica che si realizza in tre fasi corrispondenti, simbolicamentc, alle sue armi:
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scudo: stato di ricettività. Disponibilità all’influsso Si predispone il seme;
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lancia: influsso dall'alto. Lo Stimolatore agisce sul seme. L'opus ha inizio;
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spada: l'opera è compiuta. Trionfo sulla morte. Resurrezione (realizzazione).
La figura del Cavaliere è il simbolo per eccellenza di uno stato coscienziale che si esprime in termini di nobiltà e bellezza.
Ci sono molti “scudieri" e pochi “cavalieri", perché pochi sono disposti a crocefiggersi, a trasfigurarsi. Pochi sanno rinunciare, distaccarsi, morire. Pochi amano ritrovare la loro dignità.
C’è una dignità nel vìvere e una dignità nel morire, come c'è una dignità nella vittoria e una dignità nella sconfitta. E poiché è nella morte e nella sconfitta che la dignità raggiunge la sua più alta espressione, bisognerebbe "vivere morendo" e "vincere perdendo".
L'io scambia la dignità con l'orgoglio-ostentazione. Ma dignità è umiltà di cuore e povertà dì spirito.
Consapevolmente vivere e consapevolmente morire: questa è dignità.
Chi ha dignità sovrasta "l'onda", perché ha raggiunto il completo abbandono.
Se è tempo di “mietere", lascia che la spiga reclini il capo, che la falce la recida, che la trebbia la batta, che la mola la macini, che il lievito la fermenti e che il fuoco la trasformi in pane.
1 Raphael, La Triplice Via del Fuoco, “Dignità Sulfurea”.
2 Raphael, Ibid.
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