Il dialogo dIstruzione
Inviato: 05/12/2016, 14:59
Un dialogo necessita la presenza e questa è distruttiva per l'io.
In un dialogo, occorre aprirsi al ciò che si è, non a ciò che si pensa. Anche se il ciò che si è appare limitato da incrostazioni, quelle sono e quelle si portano. Ovviamente in un confronto teso al reale, esse possono solo essere distrutte, perché sovrapposte alla Pura Realtà.
Un dialogo distruzione teso alla Pura Realtà dei partecipanti equivale all'atmavicara, l'indagine sull'essenza. Ove sia presente un interlocutore qualificato, costui è "ciò che tu sei e non sai di essere", perché ti vedi quale insieme di credenze.
Occorrono delle fondamenta solide affinché avvenga questo, secondo la scuola rinzai, la presenza di un Maestro. Ci sono tradizioni che essendosi interrotte, credono che un muro bianco possa fare da maestro. Sono quelle che hanno più aspiranti, persone che fuggono la propria natura, credendo la spiritualità altro e lontana da sé stessi.
L'atmavicara a parole è bellissima. Nella pratica è devastante. "Noi" siamo ciò che siamo, siamo noi stessi, non siamo questo o quell'altro, nemmeno il nostro genere o la nostra natura. Eppure abbiamo attribuito a questo "noi" mille valenze e significazioni, mentre solo la continua presenza può distoglierci da ciò che non siamo. E questo distoglimento è doloroso, in quanto chiamiamo "io" proprio quegli attributi che "Io" non sono. Occorre una sadhana continuata, da svolgersi con l'accettazione del mondo e della vita come sadhana stessa, interpretando le priorità vitali (purusartha) unitamente al varnasrama (capacità e potenzialità personali).
La filosofia dell'essere è realizzativa, non coercitiva, non nozionistica. Occorre un uso attento del linguaggio, perché i termini raramente hanno un senso univoco, ove i trattati e le opere siano sparsi su migliaia di anni e miglia. Certi termini hanno senso solo se considerati nel Vedanta Advaita, appena fuori altri sono i significati; così i samadhi... indicano stati diversi, ma la medesima esperienza può determinare testimonianze diverse, mentre la stessa testimonianza, le stesse parole, potrebbero indicare due eventi completamente diversi.
Un dialogo realizzativo, non un semplice passaggio di nozioni, necessita un sorta di abbandono, quella unicità che ha un riferimento puntuale che diviene perno e centro vitale, abbandonandone ogni altro.
Siamo noi e il riferimento, facendo morire il "noi", l'alterità, grazie all'asparsa: la mancanza di ogni sostegno, poi si giungerà a lasciare anche il riferimento, affinché risplenda la Pura Realtà o atman.
La maggioranza degli aspiranti necessita di binari, regole, pratiche, etichette, fosse anche quella con scritto "non ho etichette".
Dire a qualcuno: «Sei tu la tua istruzione!» lo sbarella.
Gli esseri umani necessitano di gabbie per vivere, perché chiamano "io" le loro gabbie; quando qualcuno li libera dalle gabbie, lo vedono come assassino.
Premadharma, tratto da forum pitagorico, forum interno, 27/02/2016
In un dialogo, occorre aprirsi al ciò che si è, non a ciò che si pensa. Anche se il ciò che si è appare limitato da incrostazioni, quelle sono e quelle si portano. Ovviamente in un confronto teso al reale, esse possono solo essere distrutte, perché sovrapposte alla Pura Realtà.
Un dialogo distruzione teso alla Pura Realtà dei partecipanti equivale all'atmavicara, l'indagine sull'essenza. Ove sia presente un interlocutore qualificato, costui è "ciò che tu sei e non sai di essere", perché ti vedi quale insieme di credenze.
Occorrono delle fondamenta solide affinché avvenga questo, secondo la scuola rinzai, la presenza di un Maestro. Ci sono tradizioni che essendosi interrotte, credono che un muro bianco possa fare da maestro. Sono quelle che hanno più aspiranti, persone che fuggono la propria natura, credendo la spiritualità altro e lontana da sé stessi.
L'atmavicara a parole è bellissima. Nella pratica è devastante. "Noi" siamo ciò che siamo, siamo noi stessi, non siamo questo o quell'altro, nemmeno il nostro genere o la nostra natura. Eppure abbiamo attribuito a questo "noi" mille valenze e significazioni, mentre solo la continua presenza può distoglierci da ciò che non siamo. E questo distoglimento è doloroso, in quanto chiamiamo "io" proprio quegli attributi che "Io" non sono. Occorre una sadhana continuata, da svolgersi con l'accettazione del mondo e della vita come sadhana stessa, interpretando le priorità vitali (purusartha) unitamente al varnasrama (capacità e potenzialità personali).
La filosofia dell'essere è realizzativa, non coercitiva, non nozionistica. Occorre un uso attento del linguaggio, perché i termini raramente hanno un senso univoco, ove i trattati e le opere siano sparsi su migliaia di anni e miglia. Certi termini hanno senso solo se considerati nel Vedanta Advaita, appena fuori altri sono i significati; così i samadhi... indicano stati diversi, ma la medesima esperienza può determinare testimonianze diverse, mentre la stessa testimonianza, le stesse parole, potrebbero indicare due eventi completamente diversi.
Un dialogo realizzativo, non un semplice passaggio di nozioni, necessita un sorta di abbandono, quella unicità che ha un riferimento puntuale che diviene perno e centro vitale, abbandonandone ogni altro.
Siamo noi e il riferimento, facendo morire il "noi", l'alterità, grazie all'asparsa: la mancanza di ogni sostegno, poi si giungerà a lasciare anche il riferimento, affinché risplenda la Pura Realtà o atman.
La maggioranza degli aspiranti necessita di binari, regole, pratiche, etichette, fosse anche quella con scritto "non ho etichette".
Dire a qualcuno: «Sei tu la tua istruzione!» lo sbarella.
Gli esseri umani necessitano di gabbie per vivere, perché chiamano "io" le loro gabbie; quando qualcuno li libera dalle gabbie, lo vedono come assassino.
Premadharma, tratto da forum pitagorico, forum interno, 27/02/2016