Convinzione incrollabile e conoscenza diretta
Inviato: 30/04/2026, 10:50
Pubblico anche sul forum il commento di Bodhananda al sutra 20 del Vivekacūḍāmaṇi, il gran gioiello della discriminazione, in cui si evidenziano i quattro mezzi cardinali (di cui alla triade dei sutra citati) su cui poggia il pilastro della paravidya o atmavidya che è definita dal sutra 16:
"La comprensione di Sè, la conoscenza oggettiva, l'abilità di riconoscere la verità nelle Scritture o di capire le contrapposizioni relative, sono le qualità (lakṣaṇa) che deve possedere un candidato alla liberazione degno della conoscenza dell'Ātman.(Ātmavidyā)".
Nello jnanayoga si afferma la necessità della distinzione fra conoscenza e opinione, fra oggettivo e soggettivo per la quale occorre la comprensione di sé, e quindi il sapere distinguere la realtà di un evento (per relativa che sia) dalla sua interpretazione.
Le interpretazioni sono senza fine, sono i mille occhi aperti sul mondo, ma l'Essenza resta Una e non ci si arriva appoggiandosi sulle convinzioni, sulle costruzioni teoriche.
Nell'inanayoga si richiede (sempre secondo mia visione) una posizione coscienziale diversa, che discrimina continuamente mantenendo la focalizzazione sul ciò che sono, senza distrazioni "sensibili", in modo da comprendere sé stessi, di vedersi per come si è e non per come si vorrebbe. Magari anche usando le scritture come grimaldello per aprire quelle porte del "castello" dell'io che non siamo capaci di aprire veramente senza mappe e chiavi.
Se non si è in grado di vedere la propria natura fenomenica, contingente, sensibile, reattiva, difficilmente si saprà riconoscerla come velo alla pura Realtà, descritta dalle Scritture. Ma a una tale consapevolezza in identità non si arriva tramite convinzioni acquisite dalla mente che ha concettualizzato perfino le scritture.
Sotto la luce della "ragion pura" l'aspirante impara ad abbandonare ogni valutazione soggettiva (sia propria che indiretta) e a vedere le cose con gli occhi dell'onestà oggettiva che consiste nel vedere una cosa per come è e non per come sarebbe dovuta essere o non sarebbe dovuta essere secondo nostre "convinzioni". Le convinzioni sono i muri che crollano, macerie, resta la convinzione "incrollabile" fissata da Shankara.
"La comprensione di Sè, la conoscenza oggettiva, l'abilità di riconoscere la verità nelle Scritture o di capire le contrapposizioni relative, sono le qualità (lakṣaṇa) che deve possedere un candidato alla liberazione degno della conoscenza dell'Ātman.(Ātmavidyā)".
Nello jnanayoga si afferma la necessità della distinzione fra conoscenza e opinione, fra oggettivo e soggettivo per la quale occorre la comprensione di sé, e quindi il sapere distinguere la realtà di un evento (per relativa che sia) dalla sua interpretazione.
Le interpretazioni sono senza fine, sono i mille occhi aperti sul mondo, ma l'Essenza resta Una e non ci si arriva appoggiandosi sulle convinzioni, sulle costruzioni teoriche.
Nell'inanayoga si richiede (sempre secondo mia visione) una posizione coscienziale diversa, che discrimina continuamente mantenendo la focalizzazione sul ciò che sono, senza distrazioni "sensibili", in modo da comprendere sé stessi, di vedersi per come si è e non per come si vorrebbe. Magari anche usando le scritture come grimaldello per aprire quelle porte del "castello" dell'io che non siamo capaci di aprire veramente senza mappe e chiavi.
Se non si è in grado di vedere la propria natura fenomenica, contingente, sensibile, reattiva, difficilmente si saprà riconoscerla come velo alla pura Realtà, descritta dalle Scritture. Ma a una tale consapevolezza in identità non si arriva tramite convinzioni acquisite dalla mente che ha concettualizzato perfino le scritture.
Sotto la luce della "ragion pura" l'aspirante impara ad abbandonare ogni valutazione soggettiva (sia propria che indiretta) e a vedere le cose con gli occhi dell'onestà oggettiva che consiste nel vedere una cosa per come è e non per come sarebbe dovuta essere o non sarebbe dovuta essere secondo nostre "convinzioni". Le convinzioni sono i muri che crollano, macerie, resta la convinzione "incrollabile" fissata da Shankara.
Vivekacūḍāmaṇi (brano tratto dal sito vedanta)
I quattro mezzi cardinali.
Sutra 18. I saggi hanno detto che per la realizzazione occorre praticare quattro qualificazioni, senza le quali l'attuazione del Brahman può fallire.
Sutra 19. La prima è la discriminazione tra reale e irreale (nityanityavastuvivekah), la seconda è il distacco da ogni frutto dell'azione sia in questo mondo, sia in altri, la terza è costituita dal gruppo delle sei qualità, quali la calma mentale, ecc... e la quarta è l'aspirazione ferma e ardente alla liberazione.
Sutra 20. Il discernimento tra reale e irreale (nityanityavastuvivekah), si fonda sull'incrollabile convinzione che solo Brahman è reale (brahma satyam) e che l'universo fenomenico è non reale.
Commento di Bodhananda.
Leggendo questo sutra, mi ha molto colpito il termine "convinzione".
A differenza delle altre volte, sono andato a prendere il Vivekacudamani dell'Asram Vidya per controllare in quanto la parola mi strideva un po’.
Nell'esperienza personale, in quella di altri confratelli e consorelle e negli stessi testi tradizionali, le convinzioni trovano poco spazio dato che la convinzione o credo è pur sempre un aspetto del manas, una proiezione.
D'altra parte in alcuni gruppi spirituali si fa la meditazione sulla frase: "Io sono Dio" e questa pratica si basa sulla convinzione che l'io che afferma, non sia più "l'io psicologico" ((individuale), ma quello ontologico (universale), e fino a qui comprendo che è una istanza verso l'alto, una sorta di richiesta di intercessione al mondo degli Dei.
Ma l'affermazione di identità con Dio necessiterebbe prima della conoscenza del Divino, sia nel suo aspetto persona, sia in quello impersonale.
Altrimenti si affermerebbe una convinzione perché, non avendo esperienza del trascendente, non possiamo non affermare come vero un qualcosa che è una semplice illazione (per quanto confermata dalla Tradizione).
Il rischio vero non è questo, perché in fondo la tradizione esiste proprio come trampolino di lancio, ma il punto è che dall'inconscio collettivo, dall'educazione e dalle convenzioni, si ha una idea-concetto di Dio, gli si danno certi attributi, se non poteri.
Quindi l'uso di certi mantra, se non si ha già un certo livello di consapevolezza, può solo che essere dannoso.
Lo stesso potremmo dire col credo-convinzione del solo Brahman reale e dell'universo fenomenico non reale.
Poi controllando il commento di Raphael a questo e ai successivi sutra, si è visto che parla di "comprensione, assimilazione, risoluzione, andare oltre".
D'altra parte è difficile fondare il discernimento o la discriminazione sulla convinzione. Proprio perché lo stesso discernimento non può non disconoscere la convinzione come elemento per la trascendenza.
Però controllando meglio ho visto che nel sutra riportato manca una parola: incrollabile.
La convinzione di cui parla Shankara è incrollabile.
Ora una convinzione incrollabile può essere solo conseguenza di una conoscenza diretta. Se io credo qualcosa, questo credere nasce dal vedere come reale quel qualcosa.
Se uso il discernimento (ragion pura) non posso credere reale qualcosa che diviene da un’affermazione del Maestro o della Tradizione.
Lo ritengo valido in quanto indirizzo, ma sin quando non lo avrò esperito, lo terrò in sospensione, perché per quanto alto possa essere il livello coscienziale del Maestro o del testo sacro, per quanto possa essere grande la sua proprietà di linguaggio, senza un controllo diretto da Maestro a Discepolo, la sua affermazione sarà comunque mediata dalla mente e pertanto, volenti o nolenti, interpretata, quindi non reale.
Esiste però anche la conoscenza diretta, continuativa, quella che Ramana chiama sahaja samadhi, in tal caso allora sì che si può parlare di convinzione incrollabile.
È un’esperienza continuativa e il mondo fenomenico viene visto come semplice emanazione o manifestazione del Brahman.
Ma forse questo sutra non è certo rivolto ai jivanmukta, se non per quei casi in cui l'ente, pur vivendo tale stato, non sa di cosa si tratti (si ripensi a Ramana che "codificò" il suo stato solo quando ebbe a leggere i testi tradizionali, anni dopo essere riuscito a stabilizzare il suo stato coscienziale).
Per questo motivo credo che il sutra sia più da indirizzare a quegli aspiranti che a mezzo di una sadhana o per la grazia dell'Ideale o per affioramento di un precedente livello coscienziale, hanno avuto modo di esperire in modo puntuale (non continuativo) l'esperienza della non realtà, in sé, della molteplicità, ne detengano una sorta di memoria: l'incrollabile certezza.
Tutto questo per affermare che credere "non reale" il fenomenico non può e non deve influenzare l'azione della persona nel fenomenico stesso, non almeno in quelle che sono le azioni pertinenti al proprio dharma.
Da qui la pericolosità dell'affrontare discipline per cui non si abbiano la predisposizione e l'istanza adatta.
Ci sono persone che possono convincersi di certe verità metafisiche e poi cercano di applicarle nel fenomenico.
In ambito metafisico non c'è spazio per certezze non esperite (se non quelle pertinenti le leggi del fenomenico, ma anche lì con un certo margine di discrezionalità), non c'è quello spazio che invece esiste nell'ambito della devozione o dell'azione dove invece alcune certezze sono un parametro necessario al cammino spirituale.
Ora, purtroppo, avviene che alcuni si avvicinino al cammino non duale o lo percorrano portandosi dietro un carico di convinzioni e spesso costruendosene altre.
Sono fardelli che rendono gravoso il cammino e che, talvolta, sospingono lontano dall’agognata meta.
Sono queste convinzioni uno dei pericoli più grandi su ogni cammino, perchè esse limitano la nostra vista e la nostra percezione, ma anche la capacità di essere coerenti con l'insegnamento che cerchiamo di praticare, al punto talvolta di ritrovarsi, senza nemmeno accorgersene, nel cammino altrui.
[ML Advaita_Vedanta 8 aprile 2001]