ortica ha scritto: ↑04/11/2025, 12:09
Che vogliamo farci? Siamo, anche, umani e non possiamo nè dobbiamo tentare di sfuggire alla nostra umanità, semmai viverla, esperirla fino in fondo. Perché, se siamo qui, se siamo nati e dunque ci siamo incarnati in un corpo umano, è per fare le esperienze necessarie, qualsiasi esse siano.
Il che non esclude la sofferenza.
È proprio quella frizione, quell'attrito salvifico che potrà essere strumento per il superamento della nostra umanità e, forse, per la realizzazione che comprende l'ineffabile libertà di non nascere.
Non a caso Shankara sostiene che la nascita in un corpo umano è uno dei presupposti per la liberazione.
Sì, giustamente Shankara sostiene che la nascita in un corpo umano è uno dei presupposti per la liberazione, io aggiungerei e sottolinerei che è l’unico presupposto per la liberazione. Solo un corpo umano, solo una mente, nata in un tempo\spazio, condizionata dal tempo e dallo spazio, necessitata dal tempo e dallo spazio può anelare alla “liberazione”, e chi altro? Bisogna nascere per vivere e poi morire, non ci sono altri percorsi possibili. La vita cosa è in fondo se non lo spazio\tempo che intercorre tra la nascita e la morte dell’evento che chiamiamo vita e vivere? Un evento che può durare un secondo o un millennio, sempre evento è sempre confinato tra una nascita ed una morte, sempre una vita è.
Com’era quel passaggio di Marco Aurelio tratto dal II libro, 14, che diceva:
«Anche se tu dovessi vivere tremila anni e dieci volte altrettanto, in ogni caso ricorda che nessuno perde altra vita se non questa che sta vivendo, né vive altra vita se non questa che va perdendo. Pertanto la durata più lunga e la più breve coincidono. Infatti il presente è uguale per tutti e quindi ciò che si consuma è uguale e la perdita risulta, così, insignificante. Perché nessuno può perdere il passato né il futuro: come si può essere privati di quello che non si possiede? Ricordare sempre, quindi, questi due punti: il primo, che tutto, dall'eternità, è della medesima specie e ciclicamente ritorna, e non fa alcuna differenza se si vedranno le stesse cose nello spazio di cento o di duecento anni o nell'infinità del tempo; il secondo, che sia chi vive moltissimi anni sia chi dopo brevissimo tempo è già morto subiscono una perdita uguale. È solo il presente, infatti, ciò di cui possono essere privati, poiché è anche l'unica cosa che possiedono, e uno non perde quello che non ha.»
“Perché, se siamo qui, se siamo nati e dunque ci siamo incarnati in un corpo umano, è per fare le esperienze necessarie, qualsiasi esse siano. Il che non esclude la sofferenza…”
Tutto vero dal punto di vista dell’incarnazione, della vita, dell’esperienza, del mondo ma permettimi l’Essere che siamo nella nostra più autentica e vera identità, non necessita di alcuna esperienza di alcun tempo e alcun spazio, né di alcuna vita da vivere sia pure miliardi di volte di seguito.
“Io”, inteso come il soggetto scrivente, vivente etc in questo momento non mi identifico con ciò che il mondo mi vede, col nome e con la forma che il mondo mi ha assegato per riconoscermi e per riconoscermi io stesso di me stesso. So che il mondo mi conosce come marco, io stesso so che il (mio) nome (attribuitomi dai miei genitori biologici) è marco, tutto vero e tutto coerente, ma coerente a questo mondo, a questa esistenza a questo intervallo temporale che chiamiamo vita e vivere, ma tutto ciò non è per nulla coincidente con ciò che sono, semmai lo è solo rappresentativo di ciò che sono, come rappresentativo di ciò che si è al mondo è l’abito che vestiamo e indossiamo ogni giorno nel mondo. Non siamo l’abito che indossiamo, non siamo la maschera che indossiamo, quella è solo una rappresentazione utile al vivere e interpretare la vita che viviamo ogni giorno, ma ben lungi dall’essere ciò che siamo.
La vita porta esperienza ? Sì la porta ma a chi la porta? Chi fa esperienza della vita che vive se non colui che è nato e che è destinato suo malgrado e nonostante l’esperienza che potrà accumulare a morire di quello stesso corpo-mente che è nato un tempo fa?
La liberazione, la supposta liberazione è condizionata, necessitata dalla stessa vita e nascere cui tutti noi siamo stati interpreti e soggetti viventi. Ha senso e significato parlare di liberazione solo per il recluso in gabbia, solo per colui che è nato a questo mondo e ci si sente prigioniero e recluso, della sua stessa vita e mente che lo rappresenta ed è. Recita un detto vedanta “siamo ciò che pensiamo (di essere)”, ciò che pensiamo. Questo è un pensiero come pensiero è la “liberazione” come tutto il resto è pensiero e vita e vivere ed esperienza etc etc. Il mondo che viviamo ed in cui crediamo di essere è un mondo mentale, immaginario, parto e prodotto della nostra immaginazione, credenza, pensiero pensato e creduto tale, “siamo ciò che pensiamo” anche se il detto originariamente è meno categorico dicendo “si diventa ciò che si pensa”.
Cara Ortica, cara amica, non rigetto e non rifiuto la vita e quindi non rigetto e non rifiuto il mio stesso pensare e mentale, i miei stessi attaccamenti emotivi e sentimentali che caratterizzano questa mente in tutta la sua ampiezza e possibilità. Il mondo (inteso nella sua interezza mentale “mia” e del “mondo” che sono poi la stessa cosa essendo coincidenti di fatto nell’ultimo) è quanto di più bello e magnifico una mente, qualsiasi mente possa pensare. Il mondo è perfetto nella sua presenza, nel suo istante, nel suo infinito ed eterno istante, non c’è nulla da cambiare o modificare, anche se tutto cambia e si modifica continuamente.
Per quante esperienze un essere umano possa fare non le esaurirà mai fino in fondo, non potrà mai dire ho fatto l’ultima e conclusiva esperienza di vita, passo oltre e altrimenti dal mondo presente. Il mondo è esperienza lui stesso, la vita è esperienza lei stessa, il tempo intercorso tra la nascita di un muone o di un universo e la sua rispettiva morte, anche se diverso in termini di miliardi di anni etc, è sempre il tempo presente in cui quell’evento è vissuto, dalla nascita alla morte.
Come diceva Marco Aurelio, non puoi perdere ciò che non hai, se non il “tempo presente” che sia un miliardesimo di secondo o miliardi di anni.
Per cui che questa mia vita (o quella di chiunque altro) sia quella che termina tra un attimo o tra cento anni, sempre vita sarà, sempre evento vissuto tra una nascita ed una morte, con le sue esperienze che varranno quel tempo vissuto e non altro, quelle esperienze e non altre.
Buon prosieguo a tutti in qualunque tempo e spazio sarà.