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L'azione equanime e senza aspettative

Inviato: 22/10/2016, 19:08
da cielo
Premadharma
Fondamentale è confrontarsi con la propria sadhana, con il proprio dharma. E non con quello altrui.

Invece ci sono aspiranti che giungono a credere che ci sia la stessa misura per tutti.

E' vero se si considera l'Essere, non è vero se si considera la molteplicità fenomenica.

La traccia che ha lasciato Shankara, che ha lasciato Platone, è che è possibile creare un cortocircuito del molteplice, bypassare qualsiasi percorso ed essere già sulla vetta: si può essere direttamente la noce di cocco. Occorre costanza, attenzione, dedizione totali.

Concettualmente è facilissimo e per questo pericoloso.

La vita, la manifestazione è movimento che si autogenera (il potere della Madre Divina, della Shakti, Prakṛti che muove). Centrandosi sul Purusha, attraverso le Mahavakya, si smette la generazione (ajati vada) e si va oltre il molteplice.

Ovviamente, se si hanno altre priorità, ossia se c'è istanza di movimento, allora la Madre Divina ha disposto altro, o possiamo dire che ci sono ancora contenuti da risolvere/integrare/vivere attraverso azioni equanimi.

L'azione equanime è quella che produce meno effetti, risolvendo più contenuti possibili.

Ogni yoga mostra le varie modalità di possibile svolgimento delle azioni equanimi.

[tratto da Apeiron, stanza interna - forum pitagorico, 31-5-2014]

***
Premadharma
Ci sono momenti in cui l'anelito, l'istanza realizzativa, l'amore per il Divino, è tutto. Non c'è altro.

Momenti in cui la quotidianità, le piccolezze, le brutture, travolgono quel tutto, ottenebrando ogni chiarezza.
Necessità proprie, bisogni altrui, sopravvivenza, desideri, abitudini, paure. Dolore, depressione. Le miserie umane, l'adesione, la sovrapposizione... in questi momenti ogni velleità di aspirante discepolo svanisce, quella meta, così prossima secondo la nostra mente, è scomparsa, il percorso prima così importante sembra essere scomparso sotto i detriti di questa vita.
Prima la sadhana era tutto, riempiva ogni istante del giorno e della notte, oggi siamo persi dietro i bisogni di una madre inferma, di un figlio mentalmente e irrimediabilmente malato, di una vita da disoccupato o malamente o saltuariamente occupato.
Tutto non risponde più al cammino, anzi veniamo trascinati altrove: la necessità diviene sovrana.
Sono solo aspettative infrante. Abbiamo aderito alle aspettative dei frutti delle nostre azioni spirituali.
Non c'è attimo, non c'è evento, non c'è azione - interiore ed esteriore - che non sia parte e momento del percorso spirituale. Al di là di ogni aspettativa o codificazione del cammino, la nostra vita nella sua completezza è il cammino spirituale e la nostra libertà è essere consapevoli della nostra Essenza.
Noi siamo maschere, attori che rappresentano un'opera di cui non siamo artefici, ma semplici testimoni fino al momento in cui non vivremo la pienezza della Pura Realtà. Da quel momento vivremo la leggerezza del sogno consapevole, del bimbo non più identificato nella morte dei propri pupazzi di gioco.

Occorre interrompere la dispersione, ricondurre la mente su un seme o centrarla senza alcun seme, ricostruire la propria centralità osservante, placare i suoi moti ondosi, smettendo di soffiare con l'adesione all'artificiosità.
Si agisca, si operi, ci si impegni senza aspettative, dharma e karma sono così interconnessi che valicano la nostra individualità; per quanto ci impegneremo, se un altro ente ha un determinato karma, non starà a noi mutarlo. La causalità si dipana al di là di ogni nostra volontà, questa stessa essendo a sua volta un’altra causalità.

Aiutano amore e accettazione.
[tratto da Varnasrama - forum pitagorico, 26-12-2014]
***

Dialogo con Premadharma
D. Come si fa a impegnarsi senza aspettativa?! Voglio dire: a volte è proprio l’aspettativa (la meta) che ci fa impegnare (agire) al massimo delle nostre possibilità. In che modo dunque, a livello pratico, far sì che l’accettazione non divenga rassegnazione?
E anche: a che pro impegnarsi se poi non si può ‘assaporare’ il frutto!? Grazie per il chiarimento.

R. Come si fa a impegnarsi senza aspettativa?
Seguendo il proprio dharma nel distacco dai frutti delle azioni, se ovviamente si ha come meta la Pura Realtà o la Realtà Assoluta. Se le proprie priorità appartengono al mondo sensibile allora è bene dedicarsi a quelle, ma l'aspettativa deve essere ben mirata. Vengono indicate quattro mete principali nella vita: benessere, dharma, desiderio e liberazione. Per queste mete, in generale, è normale avere aspettativa; altro oltre questo può non essere armonico. In ogni caso l'aspettativa deve essere armonica con la propria vita e quella altrui.
Smettendo di emulare i samnyasin e gli yogi se non lo si è. Le azioni già compiute o il proprio karma attuale ci mostrano chiaramente quali sono i nostri prossimi passi o le nostre potenzialità. E' bene non ascoltare le varie sirene che ci esaltano allontanandoci dal nostro quotidiano, dai nostri compiti, da ciò che risponde a quanto ci è dato da compiere per essere all'altezza di noi stessi.
Se ho una famiglia, dei figli piccoli, dei genitori anziani, certo non posso venire meno alle azioni che la vita e l'armonia mi ha messo di fronte: sono chiamato a rispondere e se non lo faccio adesso, dovrò risponderne ancor più dopo. Se aspiro a fare il samnyasin, l'amore per la via, per il Maestro, è più forte di qualsiasi altro desiderio o bisogno o aspettative, ma quale Maestro è colui che fa venire meno ai propri doveri e all'armonia? E quale yoga contrasterà mai lo yoga dell'amore?
Smettendo di fare i guitti e i saltimbanchi spirituali. Una via che vive di aspettative non conduce da nessuna parte, se non ad ingolfarsi nel mondo, lontano dalla risoluzione delle nostre vasana [desideri residui].
Nè saltellare qua e là da ogni pseudo Maestro che appaghi i nostri bisogni di grandezza, che soddisfi il nostro desiderio di sentirsi speciali, prediletti, migliori, superiori.
Né una vita di erudizione, di ragionamenti, di speculazioni, potrà mai essere superiore ad un istante di pratica, né mille vite di pratica potranno essere superiori ad un istante di consapevolezza.
Domandi: In che modo dunque, a livello pratico, far sì che l’accettazione non divenga rassegnazione
Smettendo di giudicare. Chi giudica chi? Chi dovrebbe distinguere fra accettazione e rassegnazione? E perché questa necessità? Le cose sono come sono. Chi potrà mai assurgere come artefice che le muta? Chi potrà mai credere di mutarle in una qualche maniera?

A che pro impegnarsi se poi non si può ‘assaporare’ il frutto!?
Una via do ut des, è una via di meretricio. Né è detto che il frutto, ove arrivi, non vada assaporato. Ma l'azione va compiuta perché equanime a ciò che siamo, a ciò che va fatto, non per ottenere i frutti.

Di cosa stiamo parlando? Non certo dello studente che si impegna per avere una buona conoscenza o dei buoni voti se ambisce ad una borsa di studio. Non certo al padre o alla madre che ambiscono al cibo e il benessere dei propri i figli.
Il benessere è uno degli scopi della vita cui ambire... ma non certo attraverso il crimine, si parla di ottenere il benessere attraverso il dharma.
[ tratto da Varnasrama - forum pitagorico, 26-12-2014]

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il cigno scivola candido

nel caotico stagno

imperturbabile, eppur partecipe dello spettacolo

di tanto in tanto scuote le penne

e immerge il capo nell'acqua

Re: L'azione equanime e senza aspettative

Inviato: 11/11/2017, 10:10
da seva
up!

Re: L'azione equanime e senza aspettative

Inviato: 12/02/2025, 10:40
da cielo
Buongiorno a tutti!

Sono qui, in quel del 12 febbraio 2025, a richiamare l'attenzione su due brani di Premadharma (datati 2014) a cui accompagno qualche notazione personale. Spero non tediosa, se del caso bypassate e andate al brano in fondo, alla ciccia del menù.

Ricordo che Premadharma è la figura, la "voce" , che propone un istruzione/testimonianza sui Piccoli Misteri, quelli che ci sostengono nel percorso della vita quotidiana, familiare, sociale consentendoci di trovare l'energia e l'equilibrio per svolgere i nostri compiti, secondo il nostro "meglio, e ci offrono strumenti (ove i piccoli misteri siano "svelati", in noi stessi e per noi stessi) al fine di riconoscere le nostre continue adesioni al mondo fenomenico, la creazione inarrestabile di desideri, aspettative, aspirazioni, e conseguenti reazioni emotive, paura, ansia, rabbia, confusione, sconcerto....Ci auto consoliamo come riusciamo, con il rischio di autoconsolarci con le teorie invece che affrontare i marosi delle pratiche, di cui peraltro (in altro brano, che eventualmente si pubblicherà ) che Il 99% delle pratiche è del tutto inutile ai fini della realizzazione del Sé. Esse hanno altri scopi. Solo l'1% è propedeutico ad un approccio al silenzio.

Conosciamo questo mondo in cui viviamo, e qui, su questo forum silente e timido da anni, (per una piccola oasi, anche se un po' abbandonata) preferisco astenermi dai commenti sul tempo e sui tempi e sugli attori attualmente protagonisti in primo piano sulla scena.
Conosciamo pure il businness delle pratiche "salvifiche" di ogni genere, colore, nazionalità. Alle pratiche "basta crederci" direbbe l'Autista e anche che occorre tenere conto che il problema è che ci campano maestri, monasteri, movimenti, editrici, etc etc e fanno tanta tenerezza.

Sul mondo del 2025 mi verrebbe da dire che a ben pensarci gli attori sono tanti quanti ogni testa pensante e vivente sul pianeta, ognuno sul proprio natante con la strumentazione di bordo che ritiene necessaria per riconoscere la propria rotta, in questo mare, dalle alte onde.

E in più siamo tutti potenziali spettatori dei diversi film in svolgimento, basta sintonizzare il canale e si può scegliere (dalla conquista spaziale, Luna e Marte in pool position, allo sforzo per salvare la biodiversità tra cui i piccoli tritoni calabresi, in via di estinzione ma antichissimi e sopravvissuti a di tutto e di più, loro...chissà noi ove monitorati, dove andremo a parare, ṅo comment).

Tanto aiuta il noto luogo comune: e speriamo che ce la caviamo! Mi fa sempre sorridere perchè in fondo da cosa ce la dobbiamo cavare, dalla nostra stessa vita?
Ci lamentiamo che non sappiamo gestirla (la vita) e non è per niente difficile trovare i colpevoli (fuori) dei vari disastri da noi soggettivamente percepiti, il corpo rompe (e si rompe), la mente non sta mai zitta e ci si deve impegnare a tenerla almeno un po' a cuccia con tutte le varie tecniche...

Bando alle chiacchiere.

Il Caso (anche se non ci credo per niente al Caso che muove sempre le sue pedine imprevedibilmente e non dà il tempo di organizzarsi alla mente, che viene colta di sorpresa) mi ha riportato a ripescare il secondo brano di Premadharma e così mi sono poi ritrovata qui, a rileggere anche il primo brano di cui segnalo un passaggio significativo con un ammonimento, secondo me, sull'eccessiva tendenza a cercare fuori quel qualcosa che ci porti "oltre", a sforzarsi, accumulando una ottima sapienza "libresca", senza riuscire ad attualizzarla nel vivere.

La traccia che ha lasciato Shankara, che ha lasciato Platone, è che è possibile creare un cortocircuito del molteplice, bypassare qualsiasi percorso ed essere già sulla vetta: si può essere direttamente la noce di cocco. Occorre costanza, attenzione, dedizione totali.

Concettualmente è facilissimo e per questo pericoloso.


Invece il secondo brano marca sulle difficoltà concrete dell'aspirante, di tutti i giorni, proprio come si diceva sopra: "tutti a nuotare in questo mare agitato" a prescindere che qualcuno abbia una barca e altri solo un pezzo di legno a cui aggrapparsi o anche niente.

Due giorni fa stavo messaggiando con una amica (abbastanza sfigata, ma sempre gioiosa) e le dicevo proprio di questa stanchezza di gestire il quotidiano che ogni tanto mi spiana come una sfoglia di pasta.

Il brano capitato per caso mi ha offerto la risposta: è la legge della necessità, si fluisce nella vita che ognuno vede davanti senza spostarsi e fare considerazioni inutili sul perchè si debba cavalcare proprio quell'onda o inabissarsi per un po', sperando che l'apnea sia sufficiente a riemergere per un nuovo respiro. Nessuno conosce la data di scadenza, uguali davanti alla morte: memento mori.

Ogni momento è (quindi) da dedicare a ricostruire la propria centralità osservante, placare i suoi moti ondosi, smettendo di soffiare con l'adesione all'artificiosità.

Nonostante questo forum sia in stato di coma da anni ormai, a parte qualche rianimatore o rianimatrice ogni tanto, ho rilanciato il brano perchè per me è stata un'opportunità di "svelamento", di fare un po' di chiarezza in me stessa, finchè necessitano i sostegni inutile far finta che non sia così.
Se si è incatenati alla necessità, alla contingenza, inutile cercare fuori le cause, potrebbe risolversi qualcosa dentro. La Speranza è sempre l'ultima a morire.

Osservavo infine che dalla pubblicazione nel 2016 sul brano non ci sono stati commenti-testimonianze, probabilmente percepito così "lampante" da non suscitare alcuna istanza di dialogo.
[lampante agg. [dal provenz. lampan; nel sign. 2, sull’esempio del fr. lampant]. – 1. Splendente, rilucente (detto, in passato, spec. di monete): uno zecchino bello l. (anticam. anche s. m., un l., uno scudo o altra moneta); cinque scudi belli e l. (Manzoni); di liquidi, trasparente, limpido: vino, liquore l., o, rafforzato, chiaro lampante. Fig., che ha grande evidenza: è una verità l.; prova chiara e l.; conseguenza l.; dimostrare in modo lampante. (...) ◆ Avv. lampanteménte, in modo lampante, cioè con piena evidenza: dimostrare lampantemente la verità.]

Vi auguro una buona lettura.

Premadharma

Ci sono momenti in cui l'anelito, l'istanza realizzativa, l'amore per il Divino, è tutto. Non c'è altro.

Momenti in cui la quotidianità, le piccolezze, le brutture, travolgono quel tutto, ottenebrando ogni chiarezza.
Necessità proprie, bisogni altrui, sopravvivenza, desideri, abitudini, paure. Dolore, depressione. Le miserie umane, l'adesione, la sovrapposizione... in questi momenti ogni velleità di aspirante discepolo svanisce, quella meta, così prossima secondo la nostra mente, è scomparsa, il percorso prima così importante sembra essere scomparso sotto i detriti di questa vita.
Prima la sadhana era tutto, riempiva ogni istante del giorno e della notte, oggi siamo persi dietro i bisogni di una madre inferma, di un figlio mentalmente e irrimediabilmente malato, di una vita da disoccupato o malamente o saltuariamente occupato.
Tutto non risponde più al cammino, anzi veniamo trascinati altrove: la necessità diviene sovrana.
Sono solo aspettative infrante. Abbiamo aderito alle aspettative dei frutti delle nostre azioni spirituali.
Non c'è attimo, non c'è evento, non c'è azione - interiore ed esteriore - che non sia parte e momento del percorso spirituale. Al di là di ogni aspettativa o codificazione del cammino, la nostra vita nella sua completezza è il cammino spirituale e la nostra libertà è essere consapevoli della nostra Essenza.
Noi siamo maschere, attori che rappresentano un'opera di cui non siamo artefici, ma semplici testimoni fino al momento in cui non vivremo la pienezza della Pura Realtà. Da quel momento vivremo la leggerezza del sogno consapevole, del bimbo non più identificato nella morte dei propri pupazzi di gioco.

Occorre interrompere la dispersione, ricondurre la mente su un seme o centrarla senza alcun seme, ricostruire la propria centralità osservante, placare i suoi moti ondosi, smettendo di soffiare con l'adesione all'artificiosità.
Si agisca, si operi, ci si impegni senza aspettative, dharma e karma sono così interconnessi che valicano la nostra individualità; per quanto ci impegneremo, se un altro ente ha un determinato karma, non starà a noi mutarlo. La causalità si dipana al di là di ogni nostra volontà, questa stessa essendo a sua volta un’altra causalità.

Aiutano amore e accettazione.
[tratto da Varnasrama - forum pitagorico, 26-12-2014]