Il rischio: concettualizzare l'advaita
Inviato: 28/06/2018, 18:32
Molti rami della tradizione metafisica unica e universale, conosciuta come philosophia perennis o anche sanāthana dharma danno indirizzi precisi per la grande avventura umana, la realizzazione del Sé, dell'Assoluto, del Divino. E sono molti gli strumenti che questi rami porgono, dal servizio alla preghiera, dall'abbandono all'Ideale divino, alla meditazione.
Śrī Rāmaṇa qualche volta ha dato gli stessi indirizzi o ne ha sostenuta la valenza con precipue persone, ai più però raccomandava di trovare "Chi sono io?". Poiché nella sua stessa esperienza giovanile era stato così che Egli era giunto alla conoscenza del Sé.
«...mi prese un’improvvisa e forte paura della morte. Sentii che stavo per morire. Una simile sensazione non trovava giustificazione nelle mie sensazioni corporee e non fui in grado di spiegarla. Non cercai nemmeno di scoprire se la paura fosse fondata. Sentii: “Sto per morire” e immediatamente pensai a quello che dovevo fare. Non pensai di consultare un medico o di chiamare gli adulti e nemmeno gli amici. Sentii che dovevo risolvere il problema da solo e subito. Lo shock della morte m’interiorizzò all’istante. Mentalmente, senza pronunciare alcuna parola, mi dissi: “Ora è arrivata la morte, che cosa significa? Che cosa sta morendo? È questo corpo a morire”.
Così misi in scena la mia morte. Distesi le membra e le tenni rigide come se fosse arrivato il rigor mortis. Imitai un cadavere per rendere più reale l’ulteriore investigazione. Trattenni il respiro e chiusi la bocca, serrando con forza le labbra di modo che non potesse uscire alcun suono. Feci in modo da non pronunciare alcuna parola, nemmeno il semplice ‘Io’.
Pensai: “Bene, questo corpo è morto. Sarà portato al crematorio, bruciato e ridotto in cenere. Con la morte del corpo, sono forse morto Io? Questo corpo è forse l’Io? Questo corpo è muto e inerte, eppure sento in pieno la forza della mia personalità e anche il suono Io dentro di me, ben separato dal corpo. Così, Io sono uno spirito, un qualcosa che trascende il corpo! Il corpo fisico muore, ma lo spirito che lo trascende non può essere toccato dalla morte: Io sono perciò lo spirito immortale”.
Tutto questo non fu un semplice processo intellettuale, bensì balenò interiormente, come una verità lampante, qualcosa che percepii immediatamente e concretamente, senza alcun confronto. L’Io era qualcosa di reale, la sola cosa reale in quello stato; tutta l’attività consapevole, connessa con il corpo, era centrata su quello. Da allora l’Io, o Sé, rimase costantemente al centro dell’attenzione come un potente catalizzatore. Il timore della morte era svanito per sempre. L’assorbimento nel Sé è continuato sino ad oggi». (Rāmaṇa Mahārṣi Ricordi I, pag.141. Edizioni I Pitagorici)".
Questa testimonianza, che mostra la semplicità del momento finale, ha tratto in inganno chi le ha dato un valore assoluto invece che precipuo a Śrī Rāmaṇa: chiunque facendolo può realizzarsi.
Vero, ma non tutti sono in grado di farlo, non tutti sono Śrī Rāmaṇa Mahārṣi, non tutti hanno la capacità di concentrazione, di distacco, di volontà, di determinazione che ha avuto Śrī Rāmaṇa quell'età, per scoprire che l'io non esisteva ma esisteva solo l'Io, il Sé, l'Assoluta Realtà.
Alcuni invece hanno pensato che questa testimonianza scardinasse ogni altro sistema o didattica spirituale codificata. Hanno cioè concettualizzato l'esperienza metafisica di Śrī Rāmaṇa, dove l'ossimoro usato - esperienza verso metafisica - indica la difficoltà del linguaggio stesso anche solo nel definirla. Chi ha provato a ripetere la stessa esperienza e non ha realizzato il Sè, sa bene che non è così facile.
Altrimenti qualsiasi lettore che abbia emulato Bhagavān sarebbe realizzato.
La testimonianza di Śrī Rāmaṇa sull'indagine sull'io non si oppone ad alcun cammino spirituale, si pone oltre, esattamente come la non dualità o advaita non si contrappone agli altri sistemi o darśana, poiché tutti gli altri punti di vista "operano" in ambito duale, prevedendo un soggetto e un oggetto o meta da cogliere o raggiungere; l'Advaita, mostrando l'apparenza - che non va considerata come puro nulla - dei piani di esistenza (veglia, sogno e sonno), indirizza all'Essere che siamo, scavalcando l'individuazione dello stesso, e punta direttamente all'Assolutezza di tale Essere, con un atto di pura consapevolezza.
Qualcuno, concettualizzando l'Advaita, afferma la non esistenza del mondo confondendo l'apparenza, l'illusione, con la non esistenza (senza entrare in merito alla non esistenza in senso lato che per essere negata deve prima essere ammessa esistente). Chi afferma che Śaṅkara sostenga la negazione del mondo, immagina la filosofia come una creazione mentale, utopica e ipotetica, slegata dalla vita quotidiana del filosofo-conoscitore.
Non avendola praticata, non sanno che filosofia dell'essere è in tutto e per tutto la vita stessa dell'aspirante conoscitore, perché è realizzativa:
"Con la discriminazione tra Reale e irreale, tra noumeno e fenomeno, tra Sé e non-Sé. La via del conoscitore non è costituita però da semplici deduzioni e induzioni filosofiche. Essa rappresenta solo una modalità conoscitiva mediante cui vengono eliminate le sovrapposizioni concettuali e fenomeniche che celano la Realtà". [Raphael, Alle fonti della Vita, Edizioni Āśram Vidyā].
Nelle parole di Śaṅkara, questo significa risolvere il serpente sovrapposto alla corda, ma la corda che manifesta il serpente continua a sussistere, sussistono l'ingombro, le qualità, sussiste cioè tutto ciò che l'ha resa identificabile con il serpente, nel momento stesso in cui continua ad esistere un osservatore del campo. Ciò che è venuto meno è il crederla altro dal suo essere corda.
Così il mondo che svanisce nel nirvikalpa samādhi, si ripristina ove il Conoscitore proceda nell'iti iti alla integrazione della molteplicità della Pura Realtà (Ātman) nella Realtà Assoluta (Brahman) perché "la Causa principiale (saguṇa) e l'effetto-manifestazione non sono il nulla" [Glossario Sanscrito, iti iti, Edizioni Parmenides] e lo Jñānin-Conoscitore mantiene la coscienza nel mondo.
Śaṅkara e Rāmaṇa hanno mantenuto la coscienza del mondo, dopo averlo trasceso nel brahman nirguṇa, nonostante il riconoscimento della sua natura di sogno. Śaṅkara e Rāmaṇa sono rimasti nel mondo, hanno parlato nel mondo, hanno insegnato al mondo, hanno scritto per il mondo.
Se considerare il mondo non reale significasse crederlo non esistente (come le corna della lepre) come il nulla, entrambi verrebbero ricordati come dei folli e così non è. Come nel sogno ci si relaziona con i personaggi del sogno, senza essere consapevoli dello stato di sogno, così un Conoscitore si relaziona con i personaggi della veglia, consapevole della natura apparente dello stato di veglia. Dai volumi di Ricordi vediamo come Śrī Rāmaṇa si sia adeguato alle leggi proprie dello stato di veglia, del mondo della molteplicità, nonostante abbia vissuto l'istanza di lasciarlo. Vediamo come sia stato oggetto di dispute legali, come abbia contrastato le carestie, come abbia seguito le necessità editoriali, come abbia vissuto la semplice quotidianità di mondare le verdure, come si sia impegnato nel consacrare un tempio, o nello stabilire chi si dovesse occupare di una pistola.
Qualcuno, per crearsi una verginità spirituale non contestabile da strutture o lignaggi esistenti (per unamigliore e libera offerta di sathsaṅga, corsi, libri), cerca di contribuire all'idea che Śrī Rāmaṇa e Śrī Śaṅkara siano figure diverse se non contrapposte; il primo fautore con la Sua vita del sahajasamādhi, il secondo fautore di un nirvikalpasamādhi che pone il Conoscitore fuori dal mondo avendone negata l'esistenza.
Eppure nonostante i miti avvolgano la vita di Śaṅkara, l'esistenza oggi dei cenobi da Lui fondati, ove pose come pontefici i suoi discepoli, mostra la continuità dell'opera a distanza di oltre un millennio. Anche Śrī Rāmaṇa ha lasciato un āśram esistente e anch'egli come Śrī Śaṅkara lo ha dedicato alla Madre Divina.
Occorre accettare che Śrī Rāmaṇa rappresenti un'eccezione: non a tutti è data la realizzazione attraverso un'indagine durata meno di un'ora, né devono meravigliare la sua umiltà, la profonda umanità, l'intelligenza, l'amore, la dolcezza, l'equanimità... Un Conoscitore si pone a pari livello, secondo la necessità di ciascuno; nella realizzazione metafisica non c'è contrapposizione e tutte le vie sono comprese in un confronto individuale. Questo fa quasi trascurare le difficoltà che sono insite nella coscienza individuale affinché si manifesti la pura Consapevolezza.
Quali aspiranti discepoli dobbiamo comprendere che esseri come Śrī Rāmaṇa o Śrī Śaṅkara sono rarissimi e per questo la loro realizzazione, la non dualità, pur accessibile a ciascuno in quanto sostrato di tutti, è evento inconsueto perché pochi sono coloro che veramente aspirano al dissolvimento di ogni individuazione, i più cercano una migliore condizione individuale.
Occorre anche comprendere che quanto viene detta realizzazione advaita o non duale è una meta che viene esclusa dalla sua semplice concezione.
Se la si pensa non è advaita, se la si immagina, se la si concepisce non è advaita:
« Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra, ... » [Laozi, Daodejing I].
È questo che la rende una meta inarrivabile ai più: se non sono realmente interessati, manca l'anelito che li sostenga quando anche l'individualità inizia a venire meno.
(brano tratto dall'Introduzione all'edizione italiana di Bodhānanda a Ricordi III Edizioni I Pitagorici)
Śrī Rāmaṇa qualche volta ha dato gli stessi indirizzi o ne ha sostenuta la valenza con precipue persone, ai più però raccomandava di trovare "Chi sono io?". Poiché nella sua stessa esperienza giovanile era stato così che Egli era giunto alla conoscenza del Sé.
«...mi prese un’improvvisa e forte paura della morte. Sentii che stavo per morire. Una simile sensazione non trovava giustificazione nelle mie sensazioni corporee e non fui in grado di spiegarla. Non cercai nemmeno di scoprire se la paura fosse fondata. Sentii: “Sto per morire” e immediatamente pensai a quello che dovevo fare. Non pensai di consultare un medico o di chiamare gli adulti e nemmeno gli amici. Sentii che dovevo risolvere il problema da solo e subito. Lo shock della morte m’interiorizzò all’istante. Mentalmente, senza pronunciare alcuna parola, mi dissi: “Ora è arrivata la morte, che cosa significa? Che cosa sta morendo? È questo corpo a morire”.
Così misi in scena la mia morte. Distesi le membra e le tenni rigide come se fosse arrivato il rigor mortis. Imitai un cadavere per rendere più reale l’ulteriore investigazione. Trattenni il respiro e chiusi la bocca, serrando con forza le labbra di modo che non potesse uscire alcun suono. Feci in modo da non pronunciare alcuna parola, nemmeno il semplice ‘Io’.
Pensai: “Bene, questo corpo è morto. Sarà portato al crematorio, bruciato e ridotto in cenere. Con la morte del corpo, sono forse morto Io? Questo corpo è forse l’Io? Questo corpo è muto e inerte, eppure sento in pieno la forza della mia personalità e anche il suono Io dentro di me, ben separato dal corpo. Così, Io sono uno spirito, un qualcosa che trascende il corpo! Il corpo fisico muore, ma lo spirito che lo trascende non può essere toccato dalla morte: Io sono perciò lo spirito immortale”.
Tutto questo non fu un semplice processo intellettuale, bensì balenò interiormente, come una verità lampante, qualcosa che percepii immediatamente e concretamente, senza alcun confronto. L’Io era qualcosa di reale, la sola cosa reale in quello stato; tutta l’attività consapevole, connessa con il corpo, era centrata su quello. Da allora l’Io, o Sé, rimase costantemente al centro dell’attenzione come un potente catalizzatore. Il timore della morte era svanito per sempre. L’assorbimento nel Sé è continuato sino ad oggi». (Rāmaṇa Mahārṣi Ricordi I, pag.141. Edizioni I Pitagorici)".
Questa testimonianza, che mostra la semplicità del momento finale, ha tratto in inganno chi le ha dato un valore assoluto invece che precipuo a Śrī Rāmaṇa: chiunque facendolo può realizzarsi.
Vero, ma non tutti sono in grado di farlo, non tutti sono Śrī Rāmaṇa Mahārṣi, non tutti hanno la capacità di concentrazione, di distacco, di volontà, di determinazione che ha avuto Śrī Rāmaṇa quell'età, per scoprire che l'io non esisteva ma esisteva solo l'Io, il Sé, l'Assoluta Realtà.
Alcuni invece hanno pensato che questa testimonianza scardinasse ogni altro sistema o didattica spirituale codificata. Hanno cioè concettualizzato l'esperienza metafisica di Śrī Rāmaṇa, dove l'ossimoro usato - esperienza verso metafisica - indica la difficoltà del linguaggio stesso anche solo nel definirla. Chi ha provato a ripetere la stessa esperienza e non ha realizzato il Sè, sa bene che non è così facile.
Altrimenti qualsiasi lettore che abbia emulato Bhagavān sarebbe realizzato.
La testimonianza di Śrī Rāmaṇa sull'indagine sull'io non si oppone ad alcun cammino spirituale, si pone oltre, esattamente come la non dualità o advaita non si contrappone agli altri sistemi o darśana, poiché tutti gli altri punti di vista "operano" in ambito duale, prevedendo un soggetto e un oggetto o meta da cogliere o raggiungere; l'Advaita, mostrando l'apparenza - che non va considerata come puro nulla - dei piani di esistenza (veglia, sogno e sonno), indirizza all'Essere che siamo, scavalcando l'individuazione dello stesso, e punta direttamente all'Assolutezza di tale Essere, con un atto di pura consapevolezza.
Qualcuno, concettualizzando l'Advaita, afferma la non esistenza del mondo confondendo l'apparenza, l'illusione, con la non esistenza (senza entrare in merito alla non esistenza in senso lato che per essere negata deve prima essere ammessa esistente). Chi afferma che Śaṅkara sostenga la negazione del mondo, immagina la filosofia come una creazione mentale, utopica e ipotetica, slegata dalla vita quotidiana del filosofo-conoscitore.
Non avendola praticata, non sanno che filosofia dell'essere è in tutto e per tutto la vita stessa dell'aspirante conoscitore, perché è realizzativa:
"Con la discriminazione tra Reale e irreale, tra noumeno e fenomeno, tra Sé e non-Sé. La via del conoscitore non è costituita però da semplici deduzioni e induzioni filosofiche. Essa rappresenta solo una modalità conoscitiva mediante cui vengono eliminate le sovrapposizioni concettuali e fenomeniche che celano la Realtà". [Raphael, Alle fonti della Vita, Edizioni Āśram Vidyā].
Nelle parole di Śaṅkara, questo significa risolvere il serpente sovrapposto alla corda, ma la corda che manifesta il serpente continua a sussistere, sussistono l'ingombro, le qualità, sussiste cioè tutto ciò che l'ha resa identificabile con il serpente, nel momento stesso in cui continua ad esistere un osservatore del campo. Ciò che è venuto meno è il crederla altro dal suo essere corda.
Così il mondo che svanisce nel nirvikalpa samādhi, si ripristina ove il Conoscitore proceda nell'iti iti alla integrazione della molteplicità della Pura Realtà (Ātman) nella Realtà Assoluta (Brahman) perché "la Causa principiale (saguṇa) e l'effetto-manifestazione non sono il nulla" [Glossario Sanscrito, iti iti, Edizioni Parmenides] e lo Jñānin-Conoscitore mantiene la coscienza nel mondo.
Śaṅkara e Rāmaṇa hanno mantenuto la coscienza del mondo, dopo averlo trasceso nel brahman nirguṇa, nonostante il riconoscimento della sua natura di sogno. Śaṅkara e Rāmaṇa sono rimasti nel mondo, hanno parlato nel mondo, hanno insegnato al mondo, hanno scritto per il mondo.
Se considerare il mondo non reale significasse crederlo non esistente (come le corna della lepre) come il nulla, entrambi verrebbero ricordati come dei folli e così non è. Come nel sogno ci si relaziona con i personaggi del sogno, senza essere consapevoli dello stato di sogno, così un Conoscitore si relaziona con i personaggi della veglia, consapevole della natura apparente dello stato di veglia. Dai volumi di Ricordi vediamo come Śrī Rāmaṇa si sia adeguato alle leggi proprie dello stato di veglia, del mondo della molteplicità, nonostante abbia vissuto l'istanza di lasciarlo. Vediamo come sia stato oggetto di dispute legali, come abbia contrastato le carestie, come abbia seguito le necessità editoriali, come abbia vissuto la semplice quotidianità di mondare le verdure, come si sia impegnato nel consacrare un tempio, o nello stabilire chi si dovesse occupare di una pistola.
Qualcuno, per crearsi una verginità spirituale non contestabile da strutture o lignaggi esistenti (per unamigliore e libera offerta di sathsaṅga, corsi, libri), cerca di contribuire all'idea che Śrī Rāmaṇa e Śrī Śaṅkara siano figure diverse se non contrapposte; il primo fautore con la Sua vita del sahajasamādhi, il secondo fautore di un nirvikalpasamādhi che pone il Conoscitore fuori dal mondo avendone negata l'esistenza.
Eppure nonostante i miti avvolgano la vita di Śaṅkara, l'esistenza oggi dei cenobi da Lui fondati, ove pose come pontefici i suoi discepoli, mostra la continuità dell'opera a distanza di oltre un millennio. Anche Śrī Rāmaṇa ha lasciato un āśram esistente e anch'egli come Śrī Śaṅkara lo ha dedicato alla Madre Divina.
Occorre accettare che Śrī Rāmaṇa rappresenti un'eccezione: non a tutti è data la realizzazione attraverso un'indagine durata meno di un'ora, né devono meravigliare la sua umiltà, la profonda umanità, l'intelligenza, l'amore, la dolcezza, l'equanimità... Un Conoscitore si pone a pari livello, secondo la necessità di ciascuno; nella realizzazione metafisica non c'è contrapposizione e tutte le vie sono comprese in un confronto individuale. Questo fa quasi trascurare le difficoltà che sono insite nella coscienza individuale affinché si manifesti la pura Consapevolezza.
Quali aspiranti discepoli dobbiamo comprendere che esseri come Śrī Rāmaṇa o Śrī Śaṅkara sono rarissimi e per questo la loro realizzazione, la non dualità, pur accessibile a ciascuno in quanto sostrato di tutti, è evento inconsueto perché pochi sono coloro che veramente aspirano al dissolvimento di ogni individuazione, i più cercano una migliore condizione individuale.
Occorre anche comprendere che quanto viene detta realizzazione advaita o non duale è una meta che viene esclusa dalla sua semplice concezione.
Se la si pensa non è advaita, se la si immagina, se la si concepisce non è advaita:
« Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra, ... » [Laozi, Daodejing I].
È questo che la rende una meta inarrivabile ai più: se non sono realmente interessati, manca l'anelito che li sostenga quando anche l'individualità inizia a venire meno.
(brano tratto dall'Introduzione all'edizione italiana di Bodhānanda a Ricordi III Edizioni I Pitagorici)