latriplice ha scritto: ↑10/09/2017, 20:24
cielo ha scritto: ↑10/09/2017, 20:07
latriplice ha scritto: ↑10/09/2017, 16:51
Posso sintetizzare il "mio" vedanta, ossia quella filosofia della Vita-Via che scorre sotto i piedi, in poche parole: "entra nella corrente e nuota, cerca di stare a galla e guardati attorno. C'è sempre qualche relitto nell'oceano a cui afferrarti. Il mare è generoso."
Stare a galla e guardarsi attorno per qualche relitto nell'oceano a cui afferrarsi nella speranza di ritardare l'inevitabile, è fonte universale di sofferenza. Tutti indistintamente ne sono affetti di questa illusione tipicamente umana che si chiama speranza.
A quale inevitabile da evitare ti riferisci?
Alla morte?
Io no, semplicemente, stando nella metafora, nell'attraversamento del mare del samsara per "giungere all'altra sponda", quella che l'io identificato vede e percepisce come "altro da sè", può essere utile ogni tanto riposarsi aggrappandosi a un pezzo di legno.
Sarebbe mera presunzione abbandonare ogni galleggiante e credere di potercela fare solo a bracciate nel mare in burrasca.
I sostegni si abbandonano quando non servono più, non prima.
Non hai compreso ed è naturale che sia così. Ne va della tua vita. Nutri ancora la speranza, con i dovuti accorgimenti, di potercela fare. E si sa, la speranza è ultima a morire.
Fino ad allora continuerai a persistere nell'illusione.
Ma questa illusione ha i giorni contati. Arriverà il giorno in cui dovrai ammettere la tua impotenza. E non c'è Vedanta che tenga.
Solo quando accertato l'inevitabilità degli eventi, nuda ed indifesa, ammetterai di essere senza speranza.
E a quel punto inizierai a conoscerti.
Non è da escludere che io non abbia capito il tuo lungo messaggio, e neppure è da escludere che tu non abbia capito le mie più scarne riflessioni sul libero arbitrio, argomento che, ho premesso, considero assai "spinoso" da discutere, e difatti si è verificato un impantanamento generale con fulmini e saette.
Perciò cercherò di esplicitare meglio la parte che hai quotato col tuo primo post che però mancava della frase introduttiva che ti ho grassettato.
Le considerazioni che successivamente rivolgi al "tu" (in quel caso alla sottoscritta, parrebbe di capire) le ho lette come considerazioni tra te e te (la triplice parla a sè stesso, a quel "tu" immaginario che partecipa al gioco cercando di "non crederci").
Alcune tue considerazioni sono più che condivisibili, ad esempio dove dici:
"Non c'è veramente una fuga. Niente ti aiuterà a fuggire da questo."
Vero, partiamo di qui: Non c'è veramente una fuga. Niente ti aiuterà a fuggire da questo (samsara).
Non ci sono chiavi per aprire porte che non esistono.
Passiamo all'espansione, di quanto scritto:
"Altrove si parlava del percorso, di testimoniarsi per ciò che si è, nudi e crudi."
Desideravo cogliere l'invito a parlare della propria esperienza, senza ammenicoli o ornamenti aggiuntivi.
Posso sintetizzare il "mio" vedanta, ossia quella filosofia della Vita-Via che scorre sotto i piedi, in poche parole: "entra nella corrente e nuota, cerca di stare a galla e guardati attorno. C'è sempre qualche relitto nell'oceano a cui afferrarti. Il mare è generoso."
Negli ultimi due anni ho avuto alcune tribolazioni oggettive e la "filosofia metafisica" studiata in una quindicina d'anni circa, non è rimasta appesa come un promemoria in bacheca, ma si è trasformata in tentativo di pratica, di realizzazione di quei "passi" della sadhana descritti nelle scritture lette e rilette, nonchè nelle indicazioni ricevute.
La soluzione che ho trovato è stata quella di "entrare nella corrente e nuotare", ossia accettare gli eventi, seguire le indicazioni proposte e "nuotare", adoperarmi per mantenere la mente calma, l'attenzione focalizzata sulla "meta" e accettare il presente, prove comprese, che la Vita-via (karma) mi aveva messo sul piatto.
Come diceva mia nonna: " O mangi quella minestra, o salti dalla finestra".
Impossibile respingere la portata che la vita ha scritto sul tuo menù e che ti sta offrendo.
Nessuna volontà può influire sulla maturazione dei frutti del karma.
Come disse una volta Ramana, col suo stile diretto ed essenziale:
"Se nella vita dovrai lavorare, lavorerai; se non dovrai lavorare, non lavorerai".
Posso inferire molto su questa frase, ma è semplice, nella sua essenza, e chiara.
Cercare di stare a galla e guardarsi attorno perchè c'è sempre qualche relitto nell'oceano a cui afferrarsi. Il mare è generoso era indubbiamente un po' ermetico come messaggio.
Guardarsi attorno nel mare del samsara significa (per me) cercare di stare nel presente e cogliere in ogni situazione, pur tragica, della vita-via che si percorre, quella luce intrinseca che brilla in ogni essere che partecipa con la sua esistenza individuale all'eterno Essere.
Stando nel presente si vede anche il relitto, la tavola, la barca a cui ci si può afferrare o salire per riposarsi un po' durante il nuotare nella corrente.
Cogliere quella Grazia senza la quale non si arriva al sè, come diceva Ramana, è fondamentale, al mio sentire. E la si coglie solo guardandosi attorno, scrutando il mare, nuotando in consapevolezza e ogni tanto facendo il morto a galla per recuperare le forze.
E' chiaro che in un'ottica puramente non duale viene detto che non esiste alcun libero arbitrio, nessuna scelta, visto che fra cosa e chi mai l'Assoluto in sé dovrebbe scegliere? Si sceglie se c'è un'alternativa, l'unità assoluta la esclude a priori.
E' evidente che la scrivente (io) si colloca ancora in ambito duale-devozionale, cercando di abbandonarsi all'Ideale affinché conceda la Grazia e sostenga nel faticoso nuotare nel mare del samsara.
Abbandonando speranza e paura si sta in quello che c'è, ci si guarda attorno e si coglie il sostegno, sostegno che serve anche al percorso, finchè non si riesce a farne a meno, nei fatti, non con le parole ripetute a sè stessi.
Nuotando nell'oceano si è consapevoli che si può "affondare", ma il nuotatore, l'unica "preoccupazione" che ha è quella di nuotare, non pensa ad altro, non sostiene la paura di perdere la propria individualità, affondando, nuota e basta.
In questo nuotare ci vedo lo sforzo dello jnani che mantiene concentrata l'attenzione sulla consapevolezza di sè: l'unico libero arbitrio possibile, in quest'ambito.
A volte basta poco, anche un tronco d'albero (le piccole cose della vita), per distaccarsi dall'ansia di traversare la corrente, considerato che "l'altra sponda" non c'è (in un'ottica non duale, così come non c'è nessuno che nuota o che affonda, nessun mare da traversare).
Aham brahmasmi.
Concludevo dicendo:
"Se poi ci saranno frutti da raccogliere, da condividere e donare, accadrà.
E se non accadrà è lo stesso. Neanche i frutti marci vanno sprecati, qualcuno li mangerà trasformandoli in sostanza nutritiva."
Anche questa è metafora un po' ermetica che indubbiamente estrinseca ancora una "speranza": quella di poter condividere liberamente una propria riflessione a stimolarne altre altrui, per il puro piacere di comunicare.
Però, è fuor di dubbio che nonostante le buone intenzioni di farsi capire di chi si mette alla tastiera, non è detto che ciò accada.
A volte quello che si credeva un frutto sano da offrire viene buttato via perchè ritenuto acerbo e non commestibile. Capita, ognuno guarda i frutti con i propri occhi.
Si diceva con un amico che davvero il forum sembra la torre di babele dove ognuno parla una lingua diversa e non si riesce, non diciamo a "comprendere" la visione altrui, ma neppure semplicemente a capirsi l'un l'altro, in quanto persone che hanno approfondito i medesimi "argomenti filosofici" filtrandoli con la propria peculiare ed unica visione.
Tutti dicono qualcosa e sembra che nessuno capisca cosa gli altri stanno dicendo. Totale incomunicabilità che sfocia nell'irritazione reciproca.
Proviamo a darci un taglio evitando di salire sulle cassette di frutta a predicare, come i predicatori nei primi 900 a Central Park.