Riflessioni sul Dharma
Inviato: 03/06/2017, 10:32
«Meglio il proprio dharma, quantunque imperfettamente adempiuto, che il dharma degli altri, anche se perfettamente compiuto. È preferibile morire adempiendo il proprio dharma ché quello di un altro produce danno» (Bhagavadgitā: III, 35)
Con riferimento all'articolo di Raphael, Dharma, pubblicato sul sito Vedanta.it e al sutra di cui sopra (cui l'articolo trae spunto) volevo proporre alcune riflessioni sul tema del Dharma, e nello specifico al "dharma altrui", ed ancor più al dharma altrui del "maestro", ossia alla nota locuzione in uso di molti discepoli del dire "condividere il dharma del maestro".
Quindi nello specifico volevo parlare di questo, di cosa significhi, cosa voglia dire e se ne ha un senso compiuto, il dire condividere il dharma di qualcuno, di solito in riferimento ad un maestro o guida.
Senza voler entrare nel merito di un rapporto discepolo-maestro, oltremodo complesso e difficile da fuori da valutare e giudicare, resterei sul discorso più generale del condividere il dharma di qualcuno (che poi per noi questo qualcuno sia maestro, istruttore, guida, riferimento e quant'altro è altro discorso).
La prima che mi viene da pensare in riferimento al condividere (il nostro dharma) con quello di qualcuno (altro da noi) è che bisognerebbe intanto conoscere i due termini di condivisione, il nostro dharma e quello altrui. Quindi due domande che chiedono due risposte ben chiare onde procedere.
1. Conosciamo il nostro dharma? Tanto da poterlo conformare-condividere con quello altrui?
2. Conosciamo il dharma altrui cui ci vogliamo conformare e condividere con?
Se non si conoscono e hanno ben chiari questi due parametri mi viene difficile pensare che ci possa essere alcuna condivisione di.
E comunque, ammesso che si sappia e sia chiaro quale sia il nostro di dharma, perchè un dharma ce l'abbiamo già, qui ora e adesso, mi domando perchè questo deve essere condiviso o si scelga di condividerlo con quello altrui, fosse anche quello di dio in terra?
A meno che i due dharma non fossero già pre-destinati ad una condivisione, quindi essere stati scelti a monte da entrambi gli interessati, fatico un pò a credere ad un dharma condiviso in corsa di esecuzione. E comunque quale che sia la condivisione, se condivisione è, è da parte di entrambi, nel senso che non è un solo dharma che si va a sovrapporre a mò di fotocopia a quello di un altro, che non avrebbe un gran senso, quanto che siano i due dharma a trovarsi in una certa misura sovrapposti e quindi coincidenti-condivisibili di una certa fetta, che potrebbe anche essere totale, nel qual caso si tratterebbe di una condivisione totale del dharma.
Quello che io colgo dall'articolo di Raphael e da mia esperienza di vita è che il dharma, quale che sia in significato che gli si vuole dare ha e trova riferimento nella persona che lo vive. Da cui il mio dharma, il tuo dharma, il suo dharma. Poi posso anche comprendere che ci siano dharma collettivi di varia natura, etnica, nazionale, di gruppo, sociale, di genere etc, ma sono varianti comunque che partono sempre dal dharma del singolo individuo, quel dharma di cui lui\lei è tenuto a rispondere, karma-dharma.
Sostenere una condivisione di dharma, sia in riferimento ad un altro singolo soggetto (tipo un maestro o fratello maggiore) o di gruppo, di sangha, di cenobio e oltre, vuol comunque sempre voler dire (a mio vedere) che il nostro di dharma trova per sua intrinseca natura e maturità una fascia-misura di sovrapposizione e quindi condisione-coincidenza con un altro dharma da cui la condivisione del dharma di cui si parla.
Ma non è modificando le parti che la si ottiene, non è una scelta che ieri non era e oggi dico "voglio condividere il mio dharma con quello altrui" per cui mi altero e modifico nella mia natura e dharma e karma per combaciare con quello altrui.
Io sono ciò che sono, ora e adesso, e questo vuol dire che ora e adesso io sono e vivo un dharma a me inerente, un karma altrettanto a me inerente, ed un'infinità di altri attributi e modi d'essere a me inerenti, e quindi o questi già sono coincidenti e condivisi con quelli di qualcun'altro o altrimenti sarebbe una violenza e manipolazione il volerli modificare, o come dice il sutra meglio il proprio dharma, quantunque imperfettamente adempiuto, che il dharma degli altri, anche se perfettamente compiuto. È preferibile morire adempiendo il proprio dharma ché quello di un altro produce danno.
Con riferimento all'articolo di Raphael, Dharma, pubblicato sul sito Vedanta.it e al sutra di cui sopra (cui l'articolo trae spunto) volevo proporre alcune riflessioni sul tema del Dharma, e nello specifico al "dharma altrui", ed ancor più al dharma altrui del "maestro", ossia alla nota locuzione in uso di molti discepoli del dire "condividere il dharma del maestro".
Quindi nello specifico volevo parlare di questo, di cosa significhi, cosa voglia dire e se ne ha un senso compiuto, il dire condividere il dharma di qualcuno, di solito in riferimento ad un maestro o guida.
Senza voler entrare nel merito di un rapporto discepolo-maestro, oltremodo complesso e difficile da fuori da valutare e giudicare, resterei sul discorso più generale del condividere il dharma di qualcuno (che poi per noi questo qualcuno sia maestro, istruttore, guida, riferimento e quant'altro è altro discorso).
La prima che mi viene da pensare in riferimento al condividere (il nostro dharma) con quello di qualcuno (altro da noi) è che bisognerebbe intanto conoscere i due termini di condivisione, il nostro dharma e quello altrui. Quindi due domande che chiedono due risposte ben chiare onde procedere.
1. Conosciamo il nostro dharma? Tanto da poterlo conformare-condividere con quello altrui?
2. Conosciamo il dharma altrui cui ci vogliamo conformare e condividere con?
Se non si conoscono e hanno ben chiari questi due parametri mi viene difficile pensare che ci possa essere alcuna condivisione di.
E comunque, ammesso che si sappia e sia chiaro quale sia il nostro di dharma, perchè un dharma ce l'abbiamo già, qui ora e adesso, mi domando perchè questo deve essere condiviso o si scelga di condividerlo con quello altrui, fosse anche quello di dio in terra?
A meno che i due dharma non fossero già pre-destinati ad una condivisione, quindi essere stati scelti a monte da entrambi gli interessati, fatico un pò a credere ad un dharma condiviso in corsa di esecuzione. E comunque quale che sia la condivisione, se condivisione è, è da parte di entrambi, nel senso che non è un solo dharma che si va a sovrapporre a mò di fotocopia a quello di un altro, che non avrebbe un gran senso, quanto che siano i due dharma a trovarsi in una certa misura sovrapposti e quindi coincidenti-condivisibili di una certa fetta, che potrebbe anche essere totale, nel qual caso si tratterebbe di una condivisione totale del dharma.
Quello che io colgo dall'articolo di Raphael e da mia esperienza di vita è che il dharma, quale che sia in significato che gli si vuole dare ha e trova riferimento nella persona che lo vive. Da cui il mio dharma, il tuo dharma, il suo dharma. Poi posso anche comprendere che ci siano dharma collettivi di varia natura, etnica, nazionale, di gruppo, sociale, di genere etc, ma sono varianti comunque che partono sempre dal dharma del singolo individuo, quel dharma di cui lui\lei è tenuto a rispondere, karma-dharma.
Sostenere una condivisione di dharma, sia in riferimento ad un altro singolo soggetto (tipo un maestro o fratello maggiore) o di gruppo, di sangha, di cenobio e oltre, vuol comunque sempre voler dire (a mio vedere) che il nostro di dharma trova per sua intrinseca natura e maturità una fascia-misura di sovrapposizione e quindi condisione-coincidenza con un altro dharma da cui la condivisione del dharma di cui si parla.
Ma non è modificando le parti che la si ottiene, non è una scelta che ieri non era e oggi dico "voglio condividere il mio dharma con quello altrui" per cui mi altero e modifico nella mia natura e dharma e karma per combaciare con quello altrui.
Io sono ciò che sono, ora e adesso, e questo vuol dire che ora e adesso io sono e vivo un dharma a me inerente, un karma altrettanto a me inerente, ed un'infinità di altri attributi e modi d'essere a me inerenti, e quindi o questi già sono coincidenti e condivisi con quelli di qualcun'altro o altrimenti sarebbe una violenza e manipolazione il volerli modificare, o come dice il sutra meglio il proprio dharma, quantunque imperfettamente adempiuto, che il dharma degli altri, anche se perfettamente compiuto. È preferibile morire adempiendo il proprio dharma ché quello di un altro produce danno.