Mauro ha scritto: ↑07/04/2017, 15:38
Mi dispiace ma io la leggo in una prospettiva di "storia del pensiero umano", nel quale è accertato che Shankara fu il controriformatore dell' induismo, così come il Buddha ne fu il riformatore (con la precisazione di non confondere i termini "riforma" e "controriforma" con quelli desunti dal cristianesimo).
Le prospettive metafisico - realizzative non sono alla mia portata.
Non dispiacerti, ognuno ha, correttamente, la visione che ha, l'importante, secondo me, è riuscire a esprimerla rendendola comprensibile all'altro, in modo che le visioni si coniughino e non si contrappongano. Così si scambia in armonia, com'è giusto che sia, in questa relatività di aspiranti cercatori che cercano di usufruire del tempo a disposizione senza far danni e magari imparando qualcosa attraverso l'interazione, anche perchè in questa prospettiva storica del pensiero umano attuale, si nota un pensiero collettivo spesso sovraccarico di paura, rabbia, sofferenza ed egocentrismo.
Le prospettive metafisico - realizzative non sono alla tua portata?
Nemmeno alla mia, anche perchè "adottare il punto di vista del Sè" è un paradosso nei termini, non essendo il Sè un soggetto che osserva da un punto di vista, ma la consapevolezza totale e onnicomprensiva dei vari piani di esistenza nella contingenza, nel qui ed ora.
O si realizza questa potenzialità insita in ogni essere, oppure inutile menarsela con parole e concetti.
Eppure va di moda esprimere "il punto di vista del Sè" ripetendo gli assiomi vedantici, che si trasformano in mera teoria, da stratificare insieme ad altra. Chi lo fa se ne assumerà la responsabilità.
Personalmente mi pare di aver compreso che il processo realizzativo non è acquisitivo e non consiste in azioni, pur se, dovendo svolgere comunque l'azione in quanto incarnati, aiuta se l'azione è svolta nel dharma riconosciuto come proprio di questa vita (giocare "pulito" sul campo e combattere, come fece Arjuna, anche se non hai voglia di farlo) e in modo equanime, offrendo l'agire all'Ordine cosmico e senza aspettarsi di raccogliere succosi frutti in un futuro immaginario e senza lagnarsi, rigettando gli amari in quanto non rispondenti alla propria "santità" e buona volontà. (Perchè Dio non mi grazia?).
Inoltre il processo realizzativo non è neppure un processo di azione, ma bensì di terminazione dell'azione, un "processo non processo", non codificabile nello svolgimento (anche se durante il percorso, in quanto apprendisti, ci aiuta appoggiarci a sistemi di regole autodisciplinanti), non identificabile negli eventi della vita di un individuo, anche se se ne possono trarre delle tracce generali. (Come dire: anche l'assassino di ieri ha il seme della Realizzazione nel proprio presente).
Non ci sono i punti da accumulare nel processo, come al supermercato, che ti assicurano il premio finale se completi la tessera (e poi di solito, per avere il premio, il supermercato chiede anche una parte di denaro, per avere l'oggetto desiderato e sponsorizzato nella raccolta punti).
Come diceva sempre Premadharma, è la vita stessa dell'ente il processo realizzativo o, se vogliamo o crediamo, più vite dell'ente:
"Questo tipo di liberazione perfetta è il risultato di meriti accumulati nel corso di innumerevoli nascite"
(Shankara, Vivekacūḍāmaṇi, 5).