latriplice ha scritto: ↑09/04/2017, 15:48
Il protrarsi dell'argomentazione era dovuta alla tenacia ostinatezza perseverante di Kaara di indulgere nell'osservare da una prospettiva dualistica una questione che ha la sua ragione d'essere appunto da tale prospettiva, diversamente risolvibile se avesse preso in considerazione gli assunti del Vedanta che stabilisce la natura non-duale della realtà, che ho puntualmente già dalla prima pagina, fatto presente:
Non so se Kara stesse guardando l''argomento da una prospettiva duale o non duale, non sono sicuro di poter capire ciò leggendolo, però mi viene da chiedere se ci sia davvero differenza, alla fin fine. Voglio dire: se il problema che era stato posto si trova nel "due", ma poi "l'uno" o lo "zero" portano inevitabilmente (o comunque non c'è niente che lo impedisca, il che è praticamente lo stesso) sempre e comunque al "due", siamo sicuri che i problemi siano risolvibili semplicemente riportandoci all'uno e allo zero in modo "totalitario"? In fondo, proprio perché nell'uno o nello zero non ci sono problemi, non ci sarà niente (e nessuno, neanche un senso del "me") che ci informerà che il due è un problema. E visto che il due può sorgere (di questo ne siamo attualmente più che certi), sorgerà, non importa se certe sue modalità erano state messe a tacere precedentemente. Mi sono andato a leggere l'Advaita Bodha Dipika, più volte citata nelle pagine di "è solo un'occhiata". Ce l'avevo da anni, trovato "per caso" su di una bancarella in una fiera sull'India. Effettivamente anche lì si dice che, prima o poi, tutti i Jiva, anche quelli che avevano seguito la via dell'estinzione formale, trovano, dopo la Realizzazione della loro vera natura non duale, un "accomodamento" formale su di uno dei piani di esistenza formali. La forma, formalmente, resta (perdona l'imbroglio di parole), anche se ormai è riconosciuta solo come riflesso di una realtà non duale. Come si vede anche qua sotto, sembra essere quello che dicevi anche tu:
In conformità a "Si diventa ciò che si pensa", in Malkuth abbiamo l'Ain soph che intrattiene il punto di vista di un corpo governato dagli istinti, e la visione che si palesa sarà conforme a quel punto di vista e così via.
In altre parole vediamo la realtà per ciò che è attraverso i filtri della mente ed il risultato è una apparenza.
Tu in quanto Brahman stai osservando te stesso in quanto Brahman, ma non lo sai e vedi qualcos'altro. Maya appunto.
Questo è il succo dell'intera faccenda.
"...e che forse si può capire senza tante parole comprendendo che quel "dissolversi" della bambolina non è una sparizione formale, ma solo un riconoscimento (che il sale della forma di bambola è lo stesso del sale del mare infinito), o, se vogliamo, una disidentificazione (del sale dalla semplice forma di bambolina)..."
Ho forse detto qualcosa di diverso?
Il principio fondamentale del Vedanta è che la realtà è non-duale: c’è soltanto il Sé e nient’altro. Pertanto come è possibile che possa apparire una molteplicità di cose come il corpo sottile, il corpo grossolano, e così via inclusa la bambolina di sale? A causa dell’ignoranza. In altre parole, tramite l’incomprensione vedi innumerevoli oggetti differenti dove in verità c’è solo la coscienza non-duale ed informe, cioé quando ignori il Sé, prendi le apparenze dei vari oggetti come il corpo e la mente per reali sovrapponendoli al Sé e quindi identificandoti con tali sovrapposizioni. Il problema è che da questa prospettiva falsata la questione della maya-apparenza che è la conseguenza dell'ignoranza non può essere risolta finché persiste tale sovrapposizione. Pertanto l’ignoranza “causa” gli oggetti dal momento che fa apparire il Sé non-duale ad essere qualcosa diverso da ciò che realmente è. Nella fattispecie l’ignoranza è sinonimo del corpo causale ed il corpo causale è la causa della mente e del corpo. Dal momento che il corpo causale è la causa di tutto, esso stesso non ha una causa. Pertanto in questo senso è senza inizio, o più precisamente, incausato.
Appunto, è ciò che dici anche tu. Quindi dove stava la ragione di considerare sbagliato quello che diceva Kara, visto che dicevate la stessa cosa? A me sembra che Kara cercasse di aggiungere semplicemente un suggerimento utile, o, se non utile, per lo meno veritiero nell'atto pratico, ovvero: guardate che sarà la forma (in questo caso, il jiva) a lasciare la testimonianza che "maya è pur sempre l'Assoluto, e quindi non esiste molteplicità, perché solo l'Assoluto esiste". Senza tale testimonianza formale, non cambia niente in assoluto: l'Assoluto rimane l'Assoluto, e la maya rimane pur sempre anch'essa l'Assoluto. Quel che cambia è che, senza tale testimonianza formale, ci sarà quel "piccolissimo problema" che abbiamo ora: siamo l'Assoluto ma crediamo di essere molteplici e quindi soffriamo.
Pertanto l'ignoranza, in virtù dell'illimitatezza del Brahman, è una sua modalità vitale espressiva e condivide al pari del Brahman, l'eternità. Nel dire che l’ignoranza ha un inizio significa che aveva una non-esistenza precedente. Come può qualcosa che non esiste, come le corna di una lepre, venire mai in esistenza? Non è possibile, pertanto l’ignoranza deve sempre essere esistita. Inoltre, se l’ignoranza aveva una non-esistenza anteriore, che cosa doveva esserci al suo posto? Conoscenza. E se la conoscenza era già presente, l’ignoranza non poteva giungere in esistenza. Così per tutti questi motivi, l’ignoranza deve essere senza inizio e ce la dobbiamo tenere a meno che tu non prenda in considerazione la seguente ipotesi suggerito dal video. Anzi constatazioni evidenti se solo ti concedessi il lusso dell'auto-indagine:
Anche io comincio a credere che l'ignoranza e la conoscenza ce li dobbiamo tenere, il punto è "solo" che dobbiamo tenercele con modalità (formali, già) diverse da come le abbiamo adesso. A noi in quanto Assoluto non cambia niente, ma formalmente cambia eccome. In fondo qualunque spiritualità non può mai riferirsi all'Assoluto, ma qui sotto dici...
QUATTRO MODI PER LA DISSOLUZIONE[/b][/center]
Ashtavakra disse:
1. Tu sei libero dal contatto con qualsiasi cosa. Pertanto, puro come sei, a che cosa vuoi rinunciare? Distruggi il complesso corporeo ed in questo modo entra nello stato di dissoluzione.
2. L'universo sorge da te come le onde sorgono dal mare. Così conosci il Sé nell'essere Uno ed in questo modo entra nello stato di dissoluzione.
3. L'universo, poiché è irreale, essendo manifestato come il serpente nella corda, non esiste in te che sei puro, sebbene sia presente ai sensi. Pertanto in questo modo entra nello stato di dissoluzione.
4. Tu sei perfetto e lo stesso in miseria e felicità, speranza e disperazione, e vita e morte. Pertanto in questo modo entra nello stato di dissoluzione.
Astavakra Gita
Il primo verso è una constatazione, il
distacco. Il distacco non è da realizzare o da
praticare, ma riconoscere che è già presente. Il corpo e la mente e le relative esperienze sono oggetti che appaiono e scompaiono e per questo non sono in alcun modo legate a te, infinita consapevolezza eternamente presente.
A cui segue la seconda constatazione,
l'unità. Il distacco non significa separazione poiché gli oggetti appaiono e scompaiono all'interno della tua sfera coscienziale, sancendo così l'unità di entrambi e l’amore universale che ne consegue.
A cui si giunge alla terza constatazione, la
dissoluzione. Dal momento che tu non dipendi dagli oggetti per la tua esistenza mentre gli oggetti dipendono da te per la loro esistenza, essi non possono essere altro che te stesso portando così in dissoluzione l'universo che li contiene.
Il quarto verso è una conseguenza dell’aver constatato l’evidenza espressa nei versi precedenti.
"... Lo hai presentato però dicendo che esso si rivolge direttamente a me: a me chi? A me in quanto assoluto?..."
Esattamente, si rivolge a te in quanto assoluto, non alla sovrapposizione di cui si parlava in precedenza che impedirebbe il dissolvimento della
tua ignoranza:
"...Il problema è che da questa prospettiva falsata la questione della maya-apparenza che è la conseguenza dell'ignoranza non può essere risolta finché persiste tale sovrapposizione..."
Cioè dalla prospettiva dell'individuo.
All'Assoluto nessun testo o maestro o esperienza, potranno mai rivolgersi. Queste parole, di questo testo citato, possono solo riferirsi alla nostra forma (in particolare, a quella complessivamente chiamata jiva). Essa è pur sempre l'unico ed indiviso Assoluto, ma è solo formalmente che essa può comprender ciò, e che può comprendere quindi anche la lezione che qui è impartita: comprendere che gli oggetti dipendono da me per la loro esistenza. La conseguente dissoluzione di cui si parla, quindi, o è intesa come "dissoluzione della presunta differenza tra Assoluto ed oggetti" (Jiva compreso tra questi ultimi), oppure, se presa letteralmente come "dissoluzione formale", significherà la sparizione formale anche della lezione qui acquisita. E l'eterna ignoranza e conoscenza potranno tornare a fare l'esatto gioco doloroso che fanno adesso, invece che farlo in modo molto più innocente e consapevole (cioè con la nostra forma ben conscia della sua natura di Assoluto non duale), come ci auspichiamo di riuscire a fare con la spiritualità.
In pratica, dicevate la stessa cosa, ma non è male porre l'accento sul fatto che è la forma ad essere inconsapevole della propria natura di assolutezza non duale e che poi "impara" l'illusorietà della molteplicità. Se tale forma dovesse invece dissolversi nel senso grossolano del termine, tale lezione andrebbe perduta. Tutto questo, tra l'altro, ci aiuta anche a ricordarci che l'Assoluto non è un qualcosa, un qualcosa che deve svegliarsi, che può imparare, che può ricordare. Esso è invece la sostanza, sia della sostanza-prakriti che dell'essenza-purusha. Le "lezioni" e i "risvegli" servono solo alle combinazioni di questi due elementi formali, ma non possono rivolgersi alla loro sostanza assoluta.