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Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 20/07/2017, 12:54
da Mauro
... soprattutto se il "dialogo" di latriplice si svolge sotto il segno di epiteti quali: "siete ignoranti!", "beata ignoranza!", "studia, ignorante!"...

Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 20/07/2017, 15:43
da lux o
triplice
ho letto la BG e le UP e Bs
hanno tante interpretazioni quanti sono coloro che le leggono
parli di discriminare tra atman e anatman
come traduci atman? in senso upanisadico o sankariano? o buddhista o hindu o samkhya o yoga?
e chi ti dice che una di queste sia quella esatta? rispetto a che?
anatman upanisadico sankariano o buddista? sanscrito o pali?
contesti ed interpretazioni diverse
discriminare? per farlo occorrono tutti e due i lemmi del di-lemma
se li hai ben presenti è inutile discriminare e se non li hai è inutile discriminare
la BG è un campo di battaglia e come tale è un campo minato
lo sai da cosa deriva il termine krsna ? e quanti significati ha? circa 30
e arjuna? sta sui 25
sai come si adoperano nello yoga?
leggere ed ascoltare non vuol dire capire e capire non vuol dire conPrendere e conTenere
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 20/07/2017, 16:40
da latriplice
lux o ha scritto: ↑20/07/2017, 15:43
triplice
ho letto la BG e le UP e Bs
hanno tante interpretazioni quanti sono coloro che le leggono
parli di discriminare tra atman e anatman
come traduci atman? in senso upanisadico o sankariano? o buddhista o hindu o samkhya o yoga?
e chi ti dice che una di queste sia quella esatta? rispetto a che?
anatman upanisadico sankariano o buddista? sanscrito o pali?
contesti ed interpretazioni diverse
discriminare? per farlo occorrono tutti e due i lemmi del di-lemma
se li hai ben presenti è inutile discriminare e se non li hai è inutile discriminare
la BG è un campo di battaglia e come tale è un campo minato
lo sai da cosa deriva il termine krsna ? e quanti significati ha? circa 30
e arjuna? sta sui 25
sai come si adoperano nello yoga?
leggere ed ascoltare non vuol dire capire e capire non vuol dire conPrendere e conTenere
Badarayana, l'autore del
Brahmasutra, ha codificato nella sua opera l'insegnamento del Vedanta esposto nelle Upanishad con l'intento di dare la corretta prospettiva interpretativa dei contenuti più profondi e significativi delle Upanishad riproponendo le asserzioni dei vari darsana (
Sruti e Smrti) evidenziando la loro concordanza nel riconoscere l'atman non-duale e pertanto nirguna quale ultima realtà.
Tu non hai letto il Brahmasutra altrimenti non avresti proposto a me questo ciarpame.
Un'altro ignorante che si aggiunge alla lista.
Faresti meglio a non confondere il Vedanta con lo yoga e osserva come si schiariscono le idee.
Il Vedanta non è un sentiero yoga chiamato jnana yoga.
IL Vedanta non ha nulla da congiungere, pertanto non rappresenta il culmine di una esperienza.
Il Vedanta è solo discriminazione tra il Soggetto (atma) e gli oggetti (anatma) che risulta in liberazione (moksha), pertanto è conoscenza (jnana).
E non essendoci una effettiva relazione tra la realtà (atma) e l'apparenza (anatma) , il Vedanta stabilisce la natura non-duale dell'Atman.
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 20/07/2017, 17:14
da Fedro
latriplice ha scritto: ↑20/07/2017, 16:40
Un'altro ignorante che si aggiunge alla lista.
Prendo atto che questo sia il tuo procedere.
Prendo atto ancora una volta, che per te, ignorante, stia per non informato.
Dunque ti ritieni un sapiente, OK.
Qual'è la diretta attinenza di ciò con la Conoscenza?
Secondo te, quest'ultima, è un contenuto che si acquisisce?
Sto cercando davvero di capire se parliamo la stessa lingua, o almeno, dello stesso soggetto.
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 20/07/2017, 17:37
da latriplice
Fedro ha scritto: ↑20/07/2017, 17:14
latriplice ha scritto: ↑20/07/2017, 16:40
Un'altro ignorante che si aggiunge alla lista.
Prendo atto che questo sia il tuo procedere.
Prendo atto ancora una volta, che per te, ignorante, stia per non informato.
Dunque ti ritieni un sapiente, OK.
Qual'è la diretta attinenza di ciò con la Conoscenza?
Secondo te, quest'ultima, è un contenuto che si acquisisce?
Sto cercando davvero di capire se parliamo la stessa lingua, o almeno, dello stesso soggetto.
Il mio soggetto e linguaggio é il Vedanta conforme al tema proposto in questo forum. Stai forse cercando di dirmi che mi devo adattare al tuo di linguaggio che mette sullo stesso piano la conoscenza dell'Atman e l'ignoranza?
La conoscenza dell'Atman é assoluta perché é eternamente presente ed innegabile pertanto non acquisibile.
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 20/07/2017, 18:15
da lux o
badarayana è personaggio leggendario più o meno databile tra il 200-500 dc e spesso identificato con vyasa altrettanto leggendario
nel Bs tra l'altro confuta le divergenze tra le scuole eterodosse e principalmente il buddhismo
favorevole con samkhya e yoga nei sutra 2.1.3 e 4.2.21
parla di brahman che è termine neutro nelle UP mentre atman è maschile
il vedanta è un sistema filosofico metafisico basato su dogmi e credenze assunti a verità ovvio che non congiunga nulla
nè lo fa lo yoga degli YS che è sistema psicofisico e non metafisico
lo jnana yoga non esiste come yoga e infatti patanjali non lo descrive
la BG è adoperata nello yoga nath come evidente dai significati dei termini krsna e arjuna
la discriminazione descritta è di derivazione buddhista con significati dei due termini dal dialetto pali diversi dal sanscrito
che esista atman e che sia reale è indimostrabile
lo stesso per anatman e relazioni tra loro e non dualità
oppure dimostralo e porta le prove provate e non dogmi
benvenuto nella lista degli ignoranti
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 20/07/2017, 18:25
da latriplice
La tua confusione é palese dal modo in cui concepisci la punteggiatura e la sintassi, che neanche la riporto citando.
Purtroppo questo forum non è dotato di un bastone virtuale per colpire gli ignoranti saccenti come te a distanza.
L'Atman non essendo un oggetto è indimostrabile. Ignorante.
Che tu esista (sat) e sei consapevole (cit) in quanto atman non te lo deve dimostrare nessuno, è auto-evidente. Studia.
Pertanto la discussione per me finisce qui.
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 20/07/2017, 19:37
da lux o
come imaginavo
non sai cosa rispondere e citi dogmi e credenze
quidquid in buccam venit
non uso apposta la punteggiatura
obbliga ad essenzialità e chiarezza mentale
che atman esista e non sia un oggetto lo affermi tu
che sia realmente così lo si deve dimostrare
io sono cosciente di essere me stesso
esistere è norma dettata dalla paura di non esserlo ed io non ne ho
questo atman non lo conosco e sono cosciente lo stesso
sei giovane pertanto ti perdono
prima o poi anche tu riuscirai a discriminare tra ciò che è e ciò che credi che sia
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 20/07/2017, 19:47
da Fedro
latriplice ha scritto: ↑20/07/2017, 17:37
Fedro ha scritto: ↑20/07/2017, 17:14
latriplice ha scritto: ↑20/07/2017, 16:40
Un'altro ignorante che si aggiunge alla lista.
Prendo atto che questo sia il tuo procedere.
Prendo atto ancora una volta, che per te, ignorante, stia per non informato.
Dunque ti ritieni un sapiente, OK.
Qual'è la diretta attinenza di ciò con la Conoscenza?
Secondo te, quest'ultima, è un contenuto che si acquisisce?
Sto cercando davvero di capire se parliamo la stessa lingua, o almeno, dello stesso soggetto.
Il mio soggetto e linguaggio é il Vedanta conforme al tema proposto in questo forum. Stai forse cercando di dirmi che mi devo adattare al tuo di linguaggio che mette sullo stesso piano la conoscenza dell'Atman e l'ignoranza?
La conoscenza dell'Atman é assoluta perché é eternamente presente ed innegabile pertanto non acquisibile.
Ma allora che ci azzecca ciò che uno legge o meno con l'essere ignoranti, visto che lo dici praticamente a tutti?
Chi è un ignorante per te?
Ti riferisci all'avidya, quindi dici in senso metafisico?
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 20/07/2017, 21:18
da Mauro
Oltretutto, per chi ha letto veramente il Brahmasutra, cosa che evidentemente la triplice ha fatto sul bignami, si evince immediatamente il fatto che è posteriore a gran parte delle Upanishad e ha essenzialmente funzione dialettico-confutativa.
Per non parlare della B.Gita, una storiella bhakta inserita malamente nel Mahabharata solo per darle autorità agli occhi del popolino di allora, e, leggendo quanto afferma latriplice, anche di ora.
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 20/07/2017, 21:26
da Mauro
Pertanto la discussione per me finisce qui.
Peccato! Ora che cominciavo a divertirmi!
Ma si sa, latriplice fa come i bambini di una volta che suonavano al citofono a caso e a chi rispondeva dicevano cose tipo : "ti puzza il culo!", per poi scappare a gambe levate per la paura

Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 23/07/2017, 10:04
da A-U-M
lo jnana yoga non esiste come yoga e infatti patanjali non lo descrive
Ciao di nuovo a tutti. Perdonate se mi intrometto in un discorso già avviato estrapolandone solo un frammento, ma mi ha lasciato perplesso: in che senso, lux o, dici che lo Jnana Yoga non esiste? Affermare che non sia uno Yoga perché Patanjali non lo descrive, mi sembra come se dicessimo (scusa l'esempio stupido) che la pallavolo non è uno sport perché Michael Jordan non la praticava.
Altro dilemma:
che atman esista e non sia un oggetto lo affermi tu
che sia realmente così lo si deve dimostrare
Se ho ben compreso il Vedanta, l'atma è solo il nome che diamo al fatto che abbiamo una esperienza la cui radice, proprio perché soggettiva, non sarà mai oggettivabile. Mi sembra che il punto del Vedanta advaita sia questo, e voler cercare qualcosa di diverso da ciò in tale filosofia significa non comprenderla e non accettarla (il che non è un obbligo, ovviamente): come potremo mai dimostrare oggettivamente un soggetto?
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 23/07/2017, 11:21
da latriplice
Se osservi attentamente i vari interventi, è probabile che tu colga una generale insofferenza dell'applicazione sistematica allo studio che comporta in nome della libertà tipicamente italica di protagonismo, di dissentire ed interpretare a proprio piacimento i contenuti, nella fattispecie il Vedanta.
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 23/07/2017, 11:26
da Mauro
latriplice ha scritto: ↑23/07/2017, 11:21
Se osservi attentamente i vari interventi, è probabile che tu colga una generale insofferenza dell'applicazione sistematica dello studio che comporta in nome della libertà tipicamente italica di protagonismo, di dissentire ed interpretare a proprio piacimento i contenuti, nella fattispecie il Vedanta.
Eh si, ci sono gli "italici" come il sottoscritto e gli "italioti" come latriplice.
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 23/07/2017, 11:32
da latriplice
Mauro ha scritto: ↑23/07/2017, 11:26
latriplice ha scritto: ↑23/07/2017, 11:21
Se osservi attentamente i vari interventi, è probabile che tu colga una generale insofferenza dell'applicazione sistematica dello studio che comporta in nome della libertà tipicamente italica di protagonismo, di dissentire ed interpretare a proprio piacimento i contenuti, nella fattispecie il Vedanta.
Eh si, ci sono gli "italici" come il sottoscritto e gli "italioti" come latriplice.
Hai dimenticato un'altra categoria a sostegno specifico di quello che ho scritto: gli "sinistrati". Loro si che devono sempre dire la loro e dissentire. Ma non per una vera ragione. Hanno la sindrome da protagonismo. Come te.
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 23/07/2017, 11:49
da Mauro
...e come te.
Solo che io non salgo in cattedra ad impartire insegnamenti come fai tu, tacciando di "ignorante" coloro che non condividono il tuo punto di vista.
Io sarò un "sinistrato" (nel senso di "disastrato", però), ma tu sei il tipico esponente dei "talebani del vedanta".
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 26/07/2017, 18:20
da latriplice
Lux o ha scritto:
che atman esista e non sia un oggetto lo affermi tu
che sia realmente così lo si deve dimostrare
Aum ha scritto:
Se ho ben compreso il Vedanta, l'atma è solo il nome che diamo al fatto che abbiamo una esperienza la cui radice, proprio perché soggettiva, non sarà mai oggettivabile. Mi sembra che il punto del Vedanta advaita sia questo, e voler cercare qualcosa di diverso da ciò in tale filosofia significa non comprenderla e non accettarla (il che non è un obbligo, ovviamente): come potremo mai dimostrare oggettivamente un soggetto?
"...come potremo mai dimostrare oggettivamente un soggetto?..."
In effetti, il soggetto privo di attributi, in associazione con una appendice limitante acquisisce temporaneamente gli attributi di quest'ultima e appare con qualità oggettive osservabili.
Prendiamo come esempio l'acqua versata in un bicchiere, essa nonostante sia informe assume l'aspetto cilindrico del bicchiere, un attributo che non le appartiene.
Ci si potrebbe chiedere in che modo l'Atman non-duale, che esclude pertanto la dualità soggetto-oggetto e tutte le categorie di pensiero, possa associarsi con una appendice limitante e apparire con qualità oggettive di nome e forma quando in effetti c'è soltanto l'Atman?
La risposta a questo fondamentale quesito giace nella stessa natura illimitata dell' Atman, pertanto privo di restrinzioni, di apparire diverso da ciò che è. Questo potere, cioè di rendere possibile l'impossibile è maya, l'appendice limitante (upadhi), che soggetta all'auto-indagine secondo i criteri del Vedanta, rivela il suo carattere apparente.
L'Atman in associazione con l'appendice limitante di maya appare Isvara, la totalità della creazione composta dai tre fattori necessari per creare e che sono anche i suoi attributi: conoscenza (satva), potere (rajas) e sostanza (tamas).
L'Atman in associazione con l'appendice limitante dell'ignoranza (avidya) appare jiva, l'identificazione con una parte specifica della creazione, nella fattispecie l'oggetto inerte ed inconscio dell'apparato psicosomatico, che genera per via di questa apparente associazione causata dal potere velante (tamas) e proiettivo (rajas) il pensiero "io" e "mio".
In altre parole:
Tu Atman, consapevolezza, appari come jiva fintanto sei ignorante della tua natura in quanto Atman.
Tu Atman, consapevolezza, appari come Isvara quando questa ignoranza (avidya) viene a cessare. Questa corrisponde a moksha, liberazione dalla persona che credi di essere.
Tu Atman, consapevolezza, cessi di apparire come i vari oggetti (Isvara, Jiva) nel momento in cui realizzi che l'universo e tutto il suo contenuto non è altro che consapevolezza non-duale, e che soltanto per virtù di maya sembrava qualcos'altro.
E trattandosi di una apparenza, anche la realizzazione che ha sancito la sua dissoluzione è parte di quell'apparenza.
Pertanto alla luce del Vedanta come rispondiamo a questa affermazione:
"....che atman esista e non sia un oggetto lo affermi tu che sia realmente così lo si deve dimostrare...."
Se qualcuno ha effettivamente studiato il Vedanta una boiata cosmica del genere non può affermarla, almeno per tre ragioni:
1) Un oggetto dipende dalla consapevolezza per giungere in apparente esistenza.
2) Pertanto gravato da questa dipendenza necessità di un mezzo di conoscenza (i sensi) per essere conosciuto.
3) La consapevolezza-atman d'altro canto, è auto-svelante, non necessità di un mezzo di conoscenza per essere rivelato.
Se qualcuno è qualificato e sottopone la propria mente alla logica degli insegnamenti secondo criteri di studio prestabiliti, il Vedanta fa il lavoro e ti conduce a destinazione.
Se hai perso il treno del Vedanta, il motivo per cui non sei salito a bordo è semplice:
a) non sei qualificato
b) non studi e preferisci le tue inferenze allo studio.
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 26/07/2017, 19:33
da Fedro
latriplice ha scritto: ↑26/07/2017, 18:20
Se qualcuno è qualificato e sottopone la propria mente alla logica degli insegnamenti secondo criteri di studio prestabiliti, il Vedanta fa il lavoro e ti conduce a destinazione.
Se hai perso il treno del Vedanta, il motivo per cui non sei salito a bordo è semplice:
a) non sei qualificato
b) non studi e preferisci le tue inferenze allo studio.
Va benissimo se per te funzionano queste tue opinioni, ma non vedo perchè estenderle come "verità assolute".
In ogni caso, Shankara, rispetto alle qualificazioni ci ha speso almeno qualche sutra, come questo, in cui sintetizza:
03.
I più rari presupposti (per la liberazione) sono tre e sono dovuti all'influsso del grande Signore (mahapurusa): la nascita in un corpo umano, l'ardente volontà di liberazione (mumuksutvam), la protezione di un Saggio già realizzato.
(Vivekacudamani)
PS cosa significa per te "studiare"?
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 26/07/2017, 20:14
da latriplice
STUDIO:
L’auto-indagine, il Vedanta, ha tre fasi. Il primo si chiama shravana, ascolto. Questa fase consiste nel sospendere temporaneamente le idee che hai riguardo te stesso e ascoltare cosa ha da dire l’insegnante con una mente aperta. Solo dopo aver ascoltato attentamente senza critica o giudizio puoi riprendere le tue idee ed esaminarle alla luce del Vedanta, ma non viceversa.
Se valuti il Vedanta sulla base di quello che pensi o senti, non funzionerà per il semplice motivo che se quello che pensi fosse stato totalmente in linea con il Vedanta, non saresti alla ricerca della libertà attraverso il Vedanta in primo luogo. Pertanto è importante esaminare le tue vedute secondo la logica del Vedanta, mantenere quelle che sono in armonia con la verità di ciò che sei, e scartare il resto. Questo processo è la seconda fase dell’auto-indagine denominata manana, riflessione.
Una volta che ti sei sbarazzato delle false idee che hai di te stesso dovute all’abitudine, i modelli di pensiero negativi che hai precedentemente sviluppato da loro possono continuare a sorgere. Quando ciò accade è necessario riportare la tua mente alla conoscenza di chi sei di continuo fino a che le tendenze negative cessano o perlomeno sono attenuate. Questa fase si chiama nididhyasana, assimilazione, che consiste nel conformare il tuo pensiero coerentemente con ciò che sei veramente.
QUALIFICAZIONI:
Discriminazione
Che cos’è la discriminazione? È la comprensione che solo il Sé è eterno ed immutabile. Pertanto, solo il Sé è reale. Tutto il resto, il non sé, è temporaneo e mutevole, quindi irreale. Distinguere tra il reale, il Sé, e l’irreale, il non sé, è discriminazione.
È importante qui esporre il significato tra “reale” e “irreale”. Nel Vedanta, il termine per “reale” è satya, un termine usato per descrivere la natura del Sé. Satya significa “esistenza” o “quello che esiste in modo indipendente”. Il termine per “irreale” invece è mithya che significa “quello che dipende dal Sé per la sua esistenza”. Un vaso di argilla è un esempio comune utilizzato per illustrare satya, mithya e la relazione tra i due. Il nome e la forma a cui fai riferimento per “vaso” non esiste in modo indipendente. Esso dipende invece dall’argilla per la sua apparente esistenza perché senza argilla non c’è alcun vaso. Ma se elimini il nome e la forma “vaso”, l’argilla rimane. Essa non dipende dal nome e la forma “vaso” per esistere. Anche se l’argilla viene usata per creare una statuetta, essa continua ad esistere e rimane completamente inalterata nella sostanza. Pertanto in questo esempio, l’argilla è satya ed il nome e la forma riconducibile al vaso di argilla è mithya.
Allo stesso modo, il Sé è satya. Esiste indipendentemente prima, durante e dopo tutti i nomi e le forme. I nomi e le forme che appaiono nel Sé sono mithya, il non-sé. Come il vaso rispetto all’argilla, essi prendono in prestito la loro esistenza apparente dal Sé. Ma come il vaso rispetto all’argilla, puoi rimuovere tutti i nomi e le forme ed il Sé rimane inalterato. Questo è un fatto importante da ricordarsi riguardo il Sé perché qualcosa può essere reale, satya, se non cambia mai. Se qualcosa è una cosa specifica in un certo momento, e qualcos’altro nel momento successivo, oppure che viene all’esistenza e poi cessa di esistere, si può dire solo che è mithya, irreale. Comprendere la distinzione e la relazione tra satya e mithya è fondamentale per la discriminazione.
Approfondendo l’indagine, considera quando esperisci un albero, il tuo corpo o il pensiero, quello che è presente è la coscienza più un albero, la coscienza più un corpo, la coscienza più un pensiero. In ciascuna di queste esperienze gli oggetti, l’albero, il corpo e il pensiero, vengono in esistenza, rimangono un po’ per poi uscire dall’esistenza. E mentre gli oggetti esistono, essi sono soggetti a mutamento. Questo significa che sono mithya.
Ma per quanto riguarda la coscienza presente in ciascuna di queste esperienze? Essa esiste prima, durante e dopo l’apparizione degli oggetti. Ed in ogni fase dell’esperienza, la coscienza rimane invariata. Devi forse avere un altro tipo di coscienza per sperimentare un albero, il tuo corpo o un pensiero particolare? Assolutamente no. Questo significa che la coscienza è satya. È il Sé.
Un altro modo di vedere quest’aspetto è di chiedersi come faccio a sapere che un oggetto esterno come un albero o uno interno come un pensiero esistono? Se ci pensi attentamente, la conclusione a cui giungi è che un oggetto si può dire che esiste solo quando viene visto nella luce della coscienza. L’oggetto in questione non può rivelare se stesso senza la coscienza, pertanto dipende dalla coscienza per la sua esistenza. E la coscienza invece, dipende dall’oggetto per la sua esistenza? Niente affatto, perché la coscienza è auto-evidente e indipendente dagli oggetti che nella sua luce rivela. Pertanto la coscienza è satya, esistenza indipendente, e gli oggetti sono mithya, dipendenti da satya per la loro apparente esistenza.
Nota che quando la parola “coscienza” non si riferisce ad una parte, proprietà, prodotto o funzione del corpo o della mente o ad una combinazione di entrambi. La “coscienza” è una parola che si riferisce alla natura del Sé. E la coscienza che è il Sé è quella che rivela le parti, le proprietà, i prodotti e le funzioni del corpo e della mente. Il corpo e la mente che sono in continua evoluzione e soggetti al cambiamento e che dipendono dal Sé per la loro esistenza, sono mithya.
Distacco
Che cos’è il distacco? È la comprensione che i risultati di tutte le azioni sono temporanei perché sono condizionati dal tempo. Pertanto essi non possono concedere la libertà permanente dal senso di limitazione e carenza personale, che è quello che stai veramente cercando e non i risultati stessi. Quando questo viene compreso, l’obiettività e l’indifferenza sorgono naturalmente riguardo i risultati delle tue azioni. Mentre potresti ancora compiere azioni con l’intento di realizzare certi risultati, tu sei libero dall’eccessiva preoccupazione e bramosia nei loro confronti. Questo è il distacco.
Se desideri la libertà permanente devi capire che non puoi ottenerla con l’azione perché i risultati delle azioni sono sempre temporanei. Non ha senso pensare che un gran numero di azioni finite possono dare come somma un risultato infinito.
Tuttavia, il modo in cui ti accosti all’azione è molto importante per preparare la tua mente per la libertà. In che modo? Di solito la tua mente è preoccupata nell’ottenere quello che vuoi e nell’evitare quello che non vuoi. In altre parole, sei sempre inquieto e preoccupato riguardo i risultati che le tue azioni comporteranno. Questo provoca una notevole ansia per la mente, e una mente ansiosa non è adatta per cercare l’auto-conoscenza.
Ma è giustificata questa ansia? Dal momento che i risultati temporanei non ti daranno la libertà permanente che stai cercando, allora no. Che vantaggio c’è nell’essere agitato dal fatto che l’azione non può darti qualcosa che è incapace di concederti in primo luogo? Inoltre, se consideri l’azione stessa, noterai che l’unica parte del processo che è sotto il tuo controllo è quella di eseguire l’azione al meglio delle tue capacità. Ma avendola compiuta, non hai alcuna idea di ciò che potrebbe accadere. Potresti ottenere ciò che ti eri prefissato, oppure un esito indesiderabile. Nessuna delle due, oppure qualcosa di completamente inaspettato. Sapendo questo, preoccuparsi dei risultati delle tue azioni sembra irragionevole, non è vero?
Quindi, quando comprendi chiaramente che l’azione non può darti quello che vuoi veramente e che i risultati delle azioni non dipendono da te in ogni caso, allora puoi felicemente compiere azioni senza essere ansioso riguardo i risultati. Questo aiuta nel produrre una mente adatta per acquisire l’auto- conoscenza.
Le sei realizzazioni
Quali sono le sei realizzazioni? La prima realizzazione è una mente composta (shama), disponibile per la contemplazione.
La discriminazione, la chiave per la libertà permanente, richiede una costante contemplazione. Questo non è possibile in una mente disturbata piena di eccessive paure, desideri o emozioni negative. Ma non puoi semplicemente aspettarti che queste paure, desideri e emozioni negative si dissolvono a comando. Al contrario, essi devono essere esaminati alla luce delle affermazioni del Vedanta la quale dice che sei non-duale, illimitato, intero, completo e immutabile. Queste affermazioni verranno spiegate in dettaglio più avanti nel testo, ma per ora puoi prenderle in considerazione in chiave ipotetica e riflettere sulle loro implicazioni.
La prima implicazione è che in quanto Sé non-duale, non c’è nient’altro oltre a te e che sei immutabile. Se non c’è nient’altro oltre a te, allora non c’è nulla da temere, a meno che tu non abbia paura di te stesso. E se sei immutabile, il che significa non puoi essere danneggiato e nulla ti può essere sottratto, allora non c’è alcun motivo di avere paura. La seconda implicazione è che dal momento che sei intero e completo, nel senso che non manchi di nulla, che bisogno c’è per desiderare? La terza implicazione e morale della favola nell’essere non-duale, illimitato, intero, completo e immutabile, è che sei sempre a posto. Pertanto qual è la ragione di trattenere emozioni negative?
La seconda realizzazione è il controllo dei sensi (dama).
Se i sensi non sono adeguatamente controllati, la mente sarà estroversa e preoccupata nel sperimentare oggetti. Con l’attenzione della mente legata agli oggetti, la costante auto-indagine richiesta per la libertà non è possibile. Pertanto i sensi devono essere frenati, e perché ciò avvenga è necessario riflettere sul fatto che la felicità non risiede negli oggetti dei sensi che vuoi esperire. Se così fosse, ogni oggetto darebbe la felicità indistintamente a tutti, e una volta ottenuto l’oggetto del tuo desiderio non avresti bisogno nuovamente di ricercare la felicità. Ma persone diverse reagiscono in modo diverso rispetto allo stesso oggetto. E un oggetto che ti concede la felicità inizialmente, può essere fonte di infelicità successivamente. Nel contemplare questo, i sensi possono essere gradualmente trattenuti dalla perseguire in modo compulsivo gli oggetti, liberando la mente nel cercare la vera sorgente della felicità, la libertà della tua natura illimitata.
La terza realizzazione è l’osservanza dei propri doveri (uparama), l’abilità di fare sistematicamente ciò che deve essere fatto e di evitare ciò che non deve essere fatto, a prescindere dalle preferenze personali.
La vita ti ha dato assolutamente tutto: il mondo intero, così come un corpo ed una mente per sperimentarla. In cambio, tutto quello che devi fare è di rispondere in modo adeguato alle situazioni che incontri. Questo si chiama seguire il dharma, che è dettata dal buon senso o, se ti manca il buon senso, fare riferimento ai testi. Se basi le tue scelte esclusivamente sulle tue simpatie ed antipatie senza prendere in considerazione il dharma, la tua mente diventa disturbata. Perché? Per il semplice motivo che rischi di agire in modo inappropriato per ottenere ciò che vuoi o trascurare ciò che deve essere fatto al fine di evitare ciò che non vuoi. Pertanto fare ciò che deve essere fatto, quando deve essere fatto, attenua le tue simpatie ed antipatie e contribuisce a calmare la mente così da favorire l’auto-indagine.
Questo include eseguire azioni che sono opportunamente adatte alla tua natura. Non è utile cercare di essere qualcuno o qualcosa che non sei, perché questo atteggiamento ti conduce al conflitto interiore. Apprezza te stesso per quello che sei e agisci di conseguenza, prendendoti sempre cura delle contingenze quotidiane al fine di assicurare una corretta crescita e maturazione.
La quarta realizzazione è la capacità di sopportare situazioni difficile e spiacevoli (titiksha).
La quarta realizzazione può essere descritta come l’attitudine al confronto positivo. Con i suoi alti e bassi, la vita è già abbastanza difficile di per sé. Trattare la tua vita mentre si sta costantemente discriminando, è ancora più difficile e richiede molta determinazione. Ma quando il tuo obiettivo, la libertà , è chiaro, sarai incline a soffrire volentieri i piccoli inconvenienti della vita al fine di realizzarlo.
La quinta realizzazione è una mente aperta e fiduciosa nei confronti delle parole dell’insegnante e dell’insegnamento (shraddha).
Essenzialmente tutto il Vedanta ti sta chiedendo di credere che sei a posto, finché hai fatto sufficiente indagine da sapere per certo che ciò è vero e corrisponde ad un fatto. Pensare che non sei a posto è solo una credenza, falsa per inciso. Pertanto perché non fidarsi dei testi e adottare la nuova credenza che “io sono a posto, sono integro e completo”? Questo atteggiamento rende l’indagine molto più facile. Avere dei dubbi va bene. Il Vedanta ti dà volentieri gli strumenti per risolverli. Ma essere innamorati dei propri dubbi e costantemente mettere in discussione l’insegnamento è improduttivo. Uno scettico rimane uno scettico se è incapace di diventare un onesto e serio cercatore della verità. In altre parole, un cercatore della verità non diventerà mai un trovatore della verità senza una mentalità aperta e la volontà di esaminare, alla luce della conoscenza, le stesse credenze e supposizioni che lo tiene nell’ignoranza.
La sesta realizzazione è una mente focalizzata che è in grado di concentrarsi su un determinato argomento (samadhana).
La discriminazione richiede una vigilanza costante. Pertanto l’auto-indagine non funziona a meno che la tua mente sia capace di concentrarsi su di essa per lunghi periodi di tempo.
Desiderio bruciante per la libertà (mumukshutwa).
Che cos’è un desiderio bruciante per la libertà? È quando la libertà è il tuo desiderio primario e la principale priorità. Quando comprendi appieno che non puoi ottenere la libertà permanente dal perseguire gli oggetti, puoi rinunciare nell’inseguirli e perseguire la libertà direttamente attraverso l’auto-conoscenza. Tutti i tuoi desideri che erano in precedenza rivolti agli oggetti ora sono diretti alla libertà.
È importante ricordare che questo non significa che devi lasciare il tuo lavoro e scappare dalla tua famiglia e responsabilità; tieni in mente che la terza realizzazione è fare il proprio dovere personale. Pertanto, nel capire che non otterrai la libertà permanente dalle tue attività quotidiane, non significa che smetterai di farle o di gioirne. Semplicemente eseguirai le azioni con la giusta attitudine e nel modo corretto, al fine di preparare la tua mente per l’auto-conoscenza. Ed è l’auto-conoscenza, non l’abbandono delle tue responsabilità, che ti conduce alla libertà permanente.
Queste sono le quattro qualificazioni che sono richieste per realizzare la discriminazione tra il Sé ed il non sé. Questa discriminazione è necessaria dovuta al fatto che il Sé, che è sempre libero, illimitato ed immutabile è scambiato per il non sé: il corpo, la mente e tutte le forme dell’esperienza. A causa di questa ignoranza (avidya), il Sé viene falsamente creduto di essere soggetto alla schiavitù, limitazione e cambiamento. Così, la sofferenza sorge e un mezzo è necessario per rimuoverla. Quel mezzo è la conoscenza della verità a cui si giunge tramite la discriminazione.
Qual è la conoscenza della verità? È la stabile comprensione che solo il Sé è reale, e che tutto il resto, il non sé, è irreale e, che “Io sono quel Sé, sempre libero dal corpo, mente ed esperienza. Io sono esistenza, coscienza e illimitatezza”.
Re: Riflessioni dal silenzio
Inviato: 26/07/2017, 20:16
da Fedro
visto che usi il copiaincolla, mettere anche l'autore no?
PS dov'è che dice che lo studio sia una qualificazione?