PER TUTTI o quasi:
Effettivamente avete ragione, la speculazione intellettuale è una consolazione, oltre ad essere tante altre cose sia piacevoli che spiacevoli. Come qualunque altra cosa. Qualunque. Anche uno spontaneo soave sorriso stile Buddha sorto in un momento meditativo perfetto, preso di per sé, è una consolazione. O come la più perfetta forma di servizio al prossimo. O come la più estasiante visione della forma divina apparsa durante un momento devozionale particolarmente intenso. Dipende tutto da dove partono tali eventi: da un senso dell'io che cerca di perdurare? Da una sadhana che cerca di risolvere tale io? (Questi due aspetti si alternano creandosi e respingendosi reciprocamente). O da una più o meno definitiva assenza di distinzione egoica? Questo lo sa solo "Dio" (nel senso più interiore che si può dare a questa abusata parola).
Come appunto avete detto bene tutti voi, il proprio percorso è sia una consolazione che, appunto, un percorso.
Noto però (e non è una critica, è appunto solo un'osservazione) che non c'è niente come la via speculativa (più o meno pallida imitazione di un idealmente perfetto Jnana yoga) che genera commenti poco entusiasti. Pochi (tra gli aspiranti spirituali, non parlando al primo che passa per strada, s'intende) si metterebbero a notare quanto sia inutile la meditazione. O quanto sia metafisicamente arida la devozione. O quanto sia narcisistica la buona azione compiuta il più perfettamente possibile. No, di solito si nota solo quanto sia "deviante dal Brahman" il dialogo su argomenti complessi, e come i veri Maestri l'abbiano rifiutato. Eppure, Shankara ha fondato la sua intera dottrina nel valutare parola per parola dieci Upanishad, quasi "peggio" di quello che un Qabbalista fa con la Torah. Il Buddha o Nisargadatta hanno fatto l'esatto contrario, ma quello era il loro insegnamento; che aborriva anche la devozione. Eppure Ramana Maharishi ha composto odi e inni ad una montagna quale personificazione emotiva dell'Assoluto. E vengono tutti considerati realizzati.
Vedo bene che il mio modo di pensare appaia contorto, nonostante a me venga piuttosto naturale, senza per questo avere la dignità di Shankara e Raphael, che di certo però appiano verbosi e spiritualmente aridi a molti ricercatori e aspiranti che amano maggior poesia e devozione (nonostante non manchino di certo ad entrambi, in alcune loro opere).
Provo quindi a sintetizzare il discorso che ho fatto fin'ora nei riguardi dell'argomento di questi post (sintetizzazione che ho fatto anche qua sotto alla fine della mia risposta a latriplice):
La Conoscenza è una interiorizzazione/intuizione con la quale si risolve l'Ignoranza (che non è altro che guardare ai nomi, e quindi alle forme), Ignoranza che ci nasconde momentaneamente il fatto di essere l'assoluto. Risolta questa Ignoranza, anche la Conoscenza svanisce all'istante (ha adempiuto al suo scopo, ma soprattutto è un termine che ha senso solo finché sussiste il suo contrario).
Cosa impedisce quindi all'Ignoranza di apparire di nuovo?
Non sarebbe più saggio, come alcuni insegnamenti dei Maestri sembrano suggerire, stabilire già da ora che "un po' d'Ignoranza" deve rimanere, in modo che rimanga anche un po' di Conoscenza? Un po' come svegliarsi da un sogno, ma restare nel dormiveglia, o sognare di nuovo ma stavolta lucidamente, senza svegliarci del tutto: perché è proprio da una "veglia totale" (quella dell'assoluto) che è avvenuto l'addormentamento attuale, quindi se ci svegliamo del tutto, niente (NIENTE: in assenza di Ignoranza-Conoscenza, non ci sono parametri nell'assoluto) impedirà di addormentarci di nuovo.
latriplice ha scritto:A quanto vedo [...]
Tu in quanto Brahman stai osservando te stesso in quanto Brahman, ma non lo sai e vedi qualcos'altro. Maya appunto.
Questo è il succo dell'intera faccenda.
Sì. Questo (ho accorciato i quotamenti per non ingombrare ulteriormente i post) è chiaramente il succo dell'intera faccenda. Se con "intera faccenda" ci riferiamo alla tradizione metafisica, e al punto di vista dell'assoluto. Meraviglioso. Nei post precedenti ho cercato di mostrare che qualcosa, intellettualmente, l'ho compreso anche io, di tutto ciò.
Ciò che voglio puntualizzare però non è questo. Qui io non sto discutendo su cosa è la maya, né sto cercando di fare una esposizione intellettuale della dottrina.
Io sto cercando invece di far presente un solo punto, di solito trascurato, o per meglio dire implicito. Lo espongo di nuovo usando questo tuo ulteriore post:
latriplice ha scritto:KaaRa ha scritto:
".....sapere che tutto è maya aiuta....."
E sapere che tutto è Brahman no?
Chi è che lo sa, che tutto è Brahman?
1) Noi in quanto Brahman? No. Non ne abbiamo bisogno. Non abbiamo bisogno della Conoscenza per essere Brahman.
2) Noi in quanto manas? Sì (per lo meno io e te, e gli altri nel forum, e non so quanti altri nel mondo). E può essere utile oppure no. E' solo una formula mentale.
3) Noi in quanto buddhi? Chissà, dipende dai casi. Magari io non conosco (appunto con la Buddhi) tale verità, mentre te sì: dipende quanto tale formula mentale è interiorizzata e "coscienzializzata". Nel caso che lo sia, vuol dire che è "vera Conoscenza". Utile per risolvere qualunque distinzione, per comprendere che la maya (cioè, appunto, la distinzione-dualità-molteplicità-ecc.) non è altro che un nome. Dopodiché, anche questo dato "buddico" diventa inutile, si rivela anch'esso quel che è: solo un'altra distinzione. E' la spina gettata via dopo che ci è servita a togliere la spina nel piede (è un'immagine classica). A questo punto, la Buddhi ha esaurito la sua funzione, il manas è ancora più inutile, e visto che il jiva si regge su essi, e sul corpo fisico, scomparso anche il corpo fisico ogni traccia di distinzione nominale è sparita. Siamo al punto 1: c'è solo Brahman, senza neanche la Conoscenza (la spina utile è stata gettata con la spina fastidiosa). Sono Brahman, fantastico. Ma non è esattamente lo stadio di partenza, quello "prima" della distinzione nominale? Distinzione che è solo un nome, ma sembra comunque così vera?
Cosa le impedirà (ecco, finalmente, e di nuovo, il punto fondamentale di questo argomento) di sorgere di nuovo, dando così l'impressione che esista di nuovo il jiva? (In nuovi contesti universali e individuali.) Non lo impedirà certo la Conoscenza che hai saggiamente suggerito tu ("sapere che tutto è Braman"), perché essa andrà interiorizzata di nuovo (e sarà possibile? Siamo sicuri che tutte le possibilità di manifestazione della maya del Brahman implichino una via di uscita? ...qui è meglio non ipotizzare ulteriormente).
Se vogliamo di nuovo sintetizzare: sono Brahman, ma soffro pensando ignorantemente di essere un jiva (errante in varie vite secondo la legge di causa-effetto). Annullo il jiva con la Conoscenza, e anch'essa, avendo finito il suo scopo, si annulla. Cosa impedisce che nel Brahman sorga di nuovo l'ignoranza che fa pensare di essere un jiva?