KaaRa ha scritto: ↑28/01/2017, 15:02
Cielo:
Di conseguenza, sarebbe opportuno esercitarsi nel fermala, la mente, ovvero di essere consapevoli
KaaRa:
Spero non ti dispiaccia, Cielo, se prendo una tua frase non rivolta esplicitamente a me, ma ne sorge una domanda legittima per tutti noi, visto come sta andando l'argomento:
come è possibile esercitarsi a fermare la mente con la consapevolezza, se la consapevolezza è la meta a-temporale (sappiamo che essa, chiamata atma, è lo stesso Brahman), che quindi presuppone non ci possa essere nessun esercizio per attuarla?
La risposta, secondo quanto ho compreso dall'insegnamento, è che l'esercizio non è esercitato dalla consapevolezza, ma dagli strumenti temporali di cui siamo in possesso:
corpo (karma yoga)
istinto (hatha yoga)
emozioni (bhakti yoga)
pensieri-volontà (raja yoga
intelletto-intuito (jnana yoga)
intuito puro (dhyana yoga)
contemplazione [ovvero l'anandamayakosha] (asparsha yoga)
Nessuno di questi strumenti ferma la mente, perché TUTTI loro sono un esercizio mentale. Ciò nonostante, è con essi che dobbiamo proseguire. La consapevolezza sorgerà da sé. Non è, questo, uno degli insegnamenti di base del Vedanta?
Ferma le bocce.
Hai eliso una parte fondamentale di quanto precedentemente scritto: [sarebbe opportuno esercitarsi nel fermala, la mente, ovvero di essere consapevoli
che è attaccata al palo delle proprie convinzioni e speculazioni, girandoci in tondo.
Messa generica: "essere consapevoli" è "parlar da guru front line", dice tutto e dice niente.
Essere consapevoli de che? Del mio sè, del tuo sè, del Sè, del respiro, della mente, del Brahmaṇ (che mai potrà essere oggetto del pensiero, come ripete Shankara)...facile a dirsi, impegnativo a farsi.
Troppe pentole sul fuoco.Il granaio troppo pieno e il popolo che muore di fame.
Tutto il resto [che si può dire sul fatto che la mente giri in tondo e non possa spiegarsi il perchè non è mai soddisfatta del pasto appena fatto, dunque non felice], come diceva un compagno di viaggio, "è letteratura".
Esercizi mentali, dici bene. Ma solo per chi li rende tali, credendoli veri, e non mere apparenze. Dovrebbe svilupparsi il disgusto per i propri pensieri e desideri "mondani" dice il Mahaswamigal di Kanci Kamakoti Peetam.
I corpi, le vie, le classificazioni, le parole sanscrite e i loro multipli significati, i mantra, i riti di potenza, le evocazioni, e chi più ne ha più ne metta sono giostre per criceti.
Ramana mi è sempre piaciuto perchè lo trovo "facile", mi si perdoni l'ardire perchè Ramana è la purezza stessa della sadhana advaita fatta Persona, eppure la sua istruzione è diretta, sfrondata, passa per poche parole, sempre quelle, ma dai significati insondabili. Ramana è il silenzio eterno della sacra montagna: Arunachala. E insegna nel silenzio, potendo coglierlo.
Non usiamo il "Chi sono io?", troppo manipolato dagli interpreti che si sono mossi in decenni di interpretazioni, che aggiungono strati e vanno a coprire il "cuore della cipolla".
Come entrarci, come penetrare quell'Ignoto da cui le parole recedono?
Come fondersi col Principio che dimora nel cuore stesso del nostro essere, quello che permane nei tre stati di coscienza: veglia, sogno e sonno profondo?
Forse con la mente si può arrivare a quel Puro Essere, a quel "Sono" (non "io sono"), al Sè?
Ramana dice di no, che la mente è da spegnere, visto che è il proiettore che proietta continui film fatti di piccoli fotogrammi (i pensieri).
Niente schermo bianco e puro, se c'è un film in corso. Se c'è un "corpo", un "io" una "mente" a cui si dà continuità, in cui ci si identifica non si arriva allla Presenza di Quello che solo E'.
Teniamo conto che la mente non si spegne quando il corpo dorme, e va in risparmio energetico nel letto. Crea un sogno per continuare a saltellare.
Solo nel sonno profondo la mente è disattivata, eppure l'essere che sono è ancora autocosciente di sè, sa di esistere. Non è incoscienza pura, assoluta, il sonno, altrimenti la mattina non avremmo coscienza di aver dormito un bel sonno profondo e ristoratore, oppure di aver dormito "da cane": tanti piccoli sonni intervallati da sogni incasinati.
Dunque Ramana suggerisce di riportare sempre l'attenzione, la mente a quel nucleo, a quel puro essere che "simbolicamente" dimora nel Cuore, il ricettacolo del Divino in noi stessi. I sensi dovrebbero essere ritirati all'interno, come fa la tartaruga, diceva Patanjali, e la mente focalizzata all'interno, non lanciata all'esterno, nel relativo, a conoscere oggetti da fare propri. Propria struttura, ricordo, personalità. Altrimenti ci si separa da Quello, si viaggia nell'apparenza del divenire, nell'"io sono tal dei tali". Sempre alla ricerca di qualcosa che non è. Neti neti.
Quel quid, quel senso di essere, "sono", sarebbe da attenzionare, secondo Ramana, non altro, non i pensieri, le emozioni, le fantasticherie, i voli pindarici, e neppure il corpo, il respiro, sono esercizi, non "pallottole magiche" che scacciano l
'avidya, l'ignoranza in cui siamo immersi, pur con tutta la nostra sapienza secolare e dottrinaria.
E' pur vero che uno studente va a scuola e pian piano progredisce, al liceo non studia le stesse cose che alle elementari, o meglio approfondisce sempre più determinate materie fondamentali, facendone esperienza e superando gli esami. Dopo aver imparato a contare da uno a dieci passa alle equazioni, ci vuole tempo, impegno, ardente aspirazione, anelito. Il Fuoco del filosofo che aspira alla brahmavidya.
Ma per tirare il goal finale: realizzare la Realtà assoluta, non bastano le nostro chiacchiere mentali. La mente gira in tondo danzando con le parole e i concetti che ha assemblato: castelli di carte.
Quel Puro essere senza tempo e spazio e causalità, che sempre E', ci attira come una calamita, ma spesso andiamo in direzione opposta a quella felicità sempre presente a cui attingere.
I proverbi indiani dicono: "cerchi il tesoro e ci sei seduto sopra".
Ognuno troverà il suo modo e la sua via, martellando il suo sasso, colpo su colpo.
Purtroppo non si può raggiungere la Realtà assoluta per mezzo del relativo e la mente lo è, era qui e non c'è più, e quando mi serve capita pure che si rifiuti di collaborare, viviamo di illusioni, anche di poter fermare la mente con qualche esercizio mentale "speciale", di quelli per pochi, segreti.
Abracadabra.
E pure ci crediamo.
Come ritornare all'Assoluto?
Il vedanta invita alla discriminazione tra il relativo e il Permanente, ma Quello non si si scopre di relativo in relativo.
Occorre diventare consapevoli della relatività del pensiero, di quei fotogrammi proiettati sullo schermo bianco. Altrimenti, pur sapendo che c'è lo schermo, sempre lì, sempre Quello, saremo solo dei personaggi che recitano la propria parte, tronfi di essere degli attori consumati che sanno che è solo un film, ma dirlo non basta, occorre realizzarlo. Di sonno in sonno? Di vita in vita? Oppure è qui, ma "io" sono là, dove sta girando la mente?
Ogni tanto, il Regista ci fa la Grazia di mostrarci il film che si è sognato, facendoci sedere sulla sua sedia, quella dove di solito c'è scritto "ciak, si gira!" (quelle classiche), ma siamo troppo affezionati alle nostre parti, ai copioni che abbiamo imparato a memoria.
Ahimè!
Meglio ancora sarebbe stare dietro al proiettore, almeno quando è finito il film avremmo la fortuna di rimirare lo schermo bianco e assaporare il silenzio della sala silenziosa.
Tutti gli spettatori ormai a casa, a raccontare il film alla nonna rimasta a fare il minestrone. Troppo vecchia per uscire.
shanti