Re: Sul silenzio e sul vuoto
Inviato: 18/02/2017, 0:51
In effetti, non si capisce.
Scriba ha chiesto: sono tue riflessioni, latriplice?
Condivido la domanda.
Scriba ha chiesto: sono tue riflessioni, latriplice?
Condivido la domanda.
Un breve testo per descrivere il tuo forum
https://vedanta.it/forum/
Latriplice ha scritto:
Shankara non presenta il Sé come il culmine di una esperienza estatica e resa permanente attraverso la pratica, anche perché tutte le esperienze indistintamente sono transitorie. Ti immagini una mente perennemente vuota? Anche Ramana andava a comprarsi il giornale dall'edicolante e si teneva occupato nella lettura. Sono queste castronerie da mente vuota che impedisce l'apprezzamento del proprio Sé riflessa e resa palese in una mente pacificata dalla meditazione. Solo la pura conoscenza, data dalla riscoperta di Sé, è permanente, perché non c'è mai stato un momento che io non sia questo Sé. Pertanto le riflessioni di Shankara le ho condivise e le ho fatte mie.
Diciamo invece che confermi di evitare sempre di rispondere alle domande dirette, procedendo sempre in modo ambiguo e torbido.[
Diciamo che sono conclusioni a cui altri sono giunti sui quali ho riflettuto a lungo ed infine, dissipati i dubbi, condiviso. O mi state chiedendo indirettamente se sono illuminato?
Beh, in verità, non sono illuminato. Ma neanche non illuminato. Sono la luce.![]()
ciascuno risponde come sente e se lo sente...basta essere onesti rispettosi e chiari nella risposta, non credi?
qual è il problema se fossero cadute nel vuoto (il luogo giusto di tutte le nostre risposte relative?)Ma tutti alla carica per sapere se le affermazioni di latriplice sono dedotte da sue esperienze oppure no, e giù a far consideraziini sul suo "modus operandi", allorchè se la triplice le avesse espresse come proprie esperienze, sarebbero comunque cadute nel vuoto.
lo senti vuoto, in quanto è sconosciuto, come qualsiasi sprofondare.NEL MERITO: ti ringrazio, latriplice, per l'input, anche se quella pratica che proponi è per me piuttosto difficile.
Il vuoto dentro di me non lo trovo nel silenzio ma nel tumulto delle mie emozioni. È nell'osservare questo senso di inadeguatezza, di limite, di sofferenza, che ho scoperto il vuoto, che vedo come abisso.
In che senso parlava a te?Mauro ha scritto: ↑18/02/2017, 8:50Fedro, sei la dimostrazione lampante di come a te interessi il "pour parler" che anima la mente che tu dici di disprezzare, invece di guardare la "ciccia" delle cose.
Latriplice rispondeva ad una mia domanda sul "come affrontare l'abisso"
A te non è interessato leggere cosa ha scritto latriplice in risposta alla mia domanda, secondo la sua modalità (censurabile o no, almeno lui ha risposto, tu no).
A te è interessato sindacare sul come e perchè lo ha scritto, da dove ha tratto i testi etc. Tipico esempio di fariseismo, girando intorno al dito che indica, criticando l'unghia sporca, invece di capire cosa il dito indicasse.
E comunque latriplice parlava a me. Magari ero io che dovevo chiedergli se i suoi consigli erano farina del suo sacco o no.
scriba ha scritto: ↑18/02/2017, 10:10Per cui ritorno a chiedere a Latriplice, per cortesia, di rispondermi con chiarezza: sono riflessioni tue o sono brani presi in prestito? No, non sto chiedendo se sei illuminato, la domanda è semplice e diretta, e finalizzata a comprendere solo questo. Sono riflessioni tue o riportate da altri?
Latriplice ha scritto: Pertanto le riflessioni di Shankara le ho condivise e le ho fatte mie.
latriplice ha scritto: ↑18/02/2017, 1:47Latriplice ha scritto:
Shankara non presenta il Sé come il culmine di una esperienza estatica e resa permanente attraverso la pratica, anche perché tutte le esperienze indistintamente sono transitorie. Ti immagini una mente perennemente vuota? Anche Ramana andava a comprarsi il giornale dall'edicolante e si teneva occupato nella lettura. Sono queste castronerie da mente vuota che impedisce l'apprezzamento del proprio Sé riflessa e resa palese in una mente pacificata dalla meditazione. Solo la pura conoscenza, data dalla riscoperta di Sé, è permanente, perché non c'è mai stato un momento che io non sia questo Sé. Pertanto le riflessioni di Shankara le ho condivise e le ho fatte mie.
Diciamo che sono conclusioni a cui altri sono giunti sui quali ho riflettuto a lungo ed infine, dissipati i dubbi, condiviso. O mi state chiedendo indirettamente se sono illuminato?
Beh, in verità, non sono illuminato. Ma neanche non illuminato. Sono la luce.![]()
Non ci sono né tecniche, né scorciatoie, nè formule, solo Vita da vivere nel distacco dai frutti delle azioni
Non conosco riflessioni di Shankara, soltanto testimonianze dello stato di Coscienza Shankara.NowHere ha scritto: ↑18/02/2017, 10:21scriba ha scritto: ↑18/02/2017, 10:10Per cui ritorno a chiedere a Latriplice, per cortesia, di rispondermi con chiarezza: sono riflessioni tue o sono brani presi in prestito? No, non sto chiedendo se sei illuminato, la domanda è semplice e diretta, e finalizzata a comprendere solo questo. Sono riflessioni tue o riportate da altri?
Credo abbia già risposto:
Latriplice ha scritto: Pertanto le riflessioni di Shankara le ho condivise e le ho fatte mie.
Appunto le ha descritte, se ci avesse riflettuto sopra ne avremmo una concettualizzazione mentale, e tutti potremmo accedere a quello stato tramite li stesso strumento (mente)Mauro ha scritto: ↑18/02/2017, 11:39Che Shankara sia solo uno stato coscienziale lo vivi tu.
Per me è stato un uomo in carne ed ossa che ha esperito certe condizioni di coscienza e le ha descritte.
Quindi il termine "riflessioni di Shankara" ci sta tutto, specialmente nel senso etimologico del termine "riflessione".
La differenza sta tra la conoscenza diretta, in cui non vi è interferenza/inferenza della mente (solo la trasposizione in un linguaggio Intelleggibile) e al contrario, la conoscenza indiretta che presuppone l'inferenza mentale.Mauro ha scritto: ↑18/02/2017, 11:50Se le ha descritte, lo ha fatto con la mente e col linguaggio.
Comunque il termine "riflessione" non vuol dire solo "ponderazione" o "mumble mumble", come tu credi.
Anche la mente è un "riflesso" di coscienza.
Quindi le "riflessioni" di Shankara sono trasposizioni in termini intelligibili, di stati di coscienza "riflessi" (dalla sua mente).
Riflessioni, appunto.