Kaara ha scritto:
Alla luce di ciò, come impostiamo la sadhana? (Presumendo che nessuno abbia nel frattempo avuto una risoluzione istantanea da asprasha yogin.) La impostiamo per risolvere totalmente il jiva? Cioè risolviamo gli effetti che lo formano, ovvero si esauriscono le cause che danno tali effetti? Sparendo così anche tutte le sue paure e i suoi timori? Ovvero sparisce tutta l'Ignoranza (e di conseguenza anche la Conoscenza)? Bene. Una perfetta realizzazione da manuale. Ma, in questo modo, così come stiamo COMUNQUE avendo la sensazione di sperimentare e di essere Jiva (pur non essendoci nessuno sperimentare e nessun Jiva), tale sensazione potrà tornare senza problemi. Così come non ha avuto problemi ad esserci ora, ora che stiamo qui a ripeterci che c'è un'illusione da risolvere.
Come impostiamo la sadhana? Dovresti chiedere ad un insegnante qualificato che io non sono. Io so soltanto una cosa, che sono ciò che rende ogni esperienza possibile e sono indipendente dall'esperienza. Questo vale per tutti, anche se qualcuno non lo sa. L'esperienza d'altro canto dipende da me per la sua sussistenza. Sono due ordini di realtà completamente diversi, una reale (sathya) e una apparente (mithya). Quello che si sta discutendo qui sta avvenendo nella realtà apparente, in un sogno. Tutto ciò che concerne la mondanità e la spiritualità
incluso il risveglio da questo sogno è un sogno. Pertanto non sono preoccupato di qualcosa che non sta accadendo trattandosi appunto di un sogno. Questo lo so con certezza. Trasmetterti questa certezza non è il mio compito, l'unico consiglio che possa darti è di praticare l'auto-indagine che non è esperienza ma l'applicazione della conoscenza discriminante tra sathya e mithya che equivale a moksha. Pertanto non è la meditazione a meno che la conoscenza che la meditazione è ideata per impartire viene totalmente assimilata, cioè “Io sono l’intera e completa consapevolezza non-duale” e non il meditante, l’esperienza termina perché era soltanto quella, una esperienza. Ogni esperienza ha luogo nel tempo e perciò ha un inizio ed una fine, il che è vero per ogni esperienza spirituale: estasi, samadhi o risveglio della kundalini.
L’esperienza di auto-realizzazione che la meditazione può recare non necessariamente conduce alla libertà (moksha) e nemmeno nella duratura pace mentale. Rafforzare la pratica della meditazione aggrava il problema perché la questione principale rimane ignorata il che spiega il motivo per cui ci sono così tanti meditanti o sperimentatori spirituali frustrati in giro, che cercano di richiamare indietro l’esperienza estatica. Anche se ci riescono probabilmente saranno destinati a “perdere” l’auto-realizzazione una volta ancora perché la conoscenza che loro sono ciò che rende ogni esperienza possibile, cioè la consapevolezza, a loro sfugge.
Il beneficio della meditazione viene persa senza l’auto-conoscenza e un valido mezzo di conoscenza che spieghi cosa significhi essere la consapevolezza. Non appena la meditazione termina, la persona è ancora lì con tutti i suoi problemi, molto spesso anche peggio di prima a causa della sensazione di aspettative fallite come molti sperimentano.
La meditazione non è differente da qualsiasi altra attività compiuta per raggiungere un particolare risultato. E’ indubbiamente utile se praticata con l’attitudine del karma yoga, che implica consacrare ogni parola ed azione ad Ishvara, il campo dell’esistenza, con un atteggiamento di gratitudine e nell’accettare qualsiasi risultato che arriva come un dono (prasad).
Forse la parte del problema che si incontra in quanto meditanti è che non applicano questa conoscenza, pertanto sono delusi dai risultati. Ma i risultati non dipendono da loro, perché dipendono da Ishvara, la forza creativa che crea, mantiene e distrugge ogni cosa nella realtà apparente.
La conoscenza che la meditazione indica è che la meditazione è soltanto un altro oggetto che appare in te, permettendo al riflesso del Sé di apparire in una mente immobile. Tuttavia, osservare che alcuna esperienza può avere luogo senza di te, consapevolezza, e perché come consapevolezza sei non-agente, alcuna esperienza speciale è richiesta per sperimentare il Sé. Tu stai sempre sperimentando il Sé, sia che tu stia meditando oppure no. Semplicemente non lo sai.
L’auto-indagine non è una esperienza, è l’applicazione della conoscenza discriminante. Pertanto l’auto-indagine è molto differente dalla meditazione. Il suo successo dipende dalle qualificazioni presenti nella mente. L’auto-indagine ti rivela che la consapevolezza è la tua vera natura e che tutte le esperienza (oggetti) sorgono da te e appaiono in te, ma tu sei libero dagli oggetti. Gli oggetti sono te, ma tu non sei gli oggetti. Tenendo questa conoscenza in mente e costantemente contemplandola è auto-indagine.
L’auto-indagine come pratica è diversa dalla meditazione perché la conoscenza è mantenuta da un atto di volontà mentre nella meditazione l’auto-conoscenza “Io sono la consapevolezza” appare (o non appare) durante una particolare esperienza. L’auto–conoscenza generalmente non fa la sua comparsa durante la meditazione, e se lo fa il meditante di solito non realizza l’importanza del pensiero o comprende cosa significhi, pertanto non assume la consapevolezza come la propria identità e così la conoscenza non viene assimilata. Perciò l’auto-indagine è superiore alla meditazione perché l’agente non ha bisogno di mantenere un particolare stato ed attendere per la conoscenza. Egli ha già la conoscenza e la applica costantemente.
I meditanti non conoscono il valore dell’auto-conoscenza, mentre gli indagatori si. Questo è il motivo per cui i meditanti meditano. L’atto di volontà richiesta per l’auto-indagine è un ardente desiderio per la libertà dalle limitazioni nata dalla conoscenza che non c’è nulla da guadagnare attraverso il possesso degli oggetti, siano essi situazioni, persone o cose. Pertanto non possiamo comparare l’auto-indagine con la meditazione, essi sono completamente differenti. L’auto-indagine comporta l’assoggettare la mente con grande dedizione ad un valido ed indipendente mezzo di conoscenza, il Vedanta.
Dando per scontato che l’auto-indagine viene fatto correttamente, cioè con l’attitudine del karma yoga, che le necessarie qualificazioni sono presenti e sei istruito da un insegnante qualificato, l’auto-conoscenza fa il “lavoro” di rimuovere l’ignoranza. Alcuna azione intrapresa da una entità limitata può produrre un risultato illimitato (moksha), perciò la meditazione come azione senza l’attitudine del karma yoga molto spesso risulta in frustrazione perché non rimuove l’ignoranza. L’auto-indagine d’altro canto, sebbene sia un’azione, può produrre un risultato illimitato perché l’esito è l’auto-conoscenza “ Io sono l’ordinaria, imperturbabile, consapevolezza non-nata, non-duale e non-agente”, che è illimitata e ha il potere di rimuovere l’ignoranza.
I meditanti in genere non sono interessati nel negare il meditante, essi sono interessati nell’ottenere una particolare esperienza per il meditante. Pertanto il meditante rimane intatto, infatti il meditante o l’agente viene rinforzato dalla meditazione.
Il Vedanta stabilisce che moksa è viveka, che significa discriminazione basata sulla conoscenza. Essa insegna che soltanto l’auto-conoscenza, non l’esperienza, è capace di rimuovere l’ignoranza. Molti occidentali coinvolti nello yoga hanno l’idea che la rimozione di tutti i pensieri e le vasane (vritti/vasana kyshaya) costituisce la liberazione (moksha). Se vedi moksha come yoga (citta vritti nirodha) non è moksha , perché il Sé è libero e può essere conosciuto come il proprio sé indipendentemente dalla presenza o meno delle citta vritti. Lo yoga è efficace nel rimuovere le vritti e possiamo sostenere con forza che è altamente improbabile che uno yoghi possa discriminare l’intelletto dalla consapevolezza se le vritti tamasiche e rajasiche non sono state attenuate in una certa misura dallo yoga.
Possiamo considerare lo yoga come un “errore che conduce”, in quanto uno yoghi lavorando sulle proprie vasane e raggiungendo vari samadhi potrebbe dopo un certo tempo convertire il desiderio di sperimentare il samadhi nell’auto-indagine che conduce a viveka, discriminazione. Ma è l’eccezione piuttosto che la regola perché gli yoghi tendono a praticare lo yoga con la convinzione che moksha è samadhi e non discriminazione. Si è più orientati all’esperienza che alla conoscenza derivante dalla discriminazione. Lo ripeto:
Si è più orientati all’esperienza che alla conoscenza derivante dalla discriminazione.
Molti cercatori vogliono alleviare la loro sofferenza con un qualche tipo di esperienza beatifica e sono attratti dallo yoga per questa ragione. Se occasionalmente ci riescono, di solito continuano ad aumentare i loro sforzi per ottenere samadhi sempre più sottili e finiscono frustrati perché nessun jiva può controllare l’esperienza. Questo è il lavoro di Ishvara. E gli yoghi tendono ad avere dei grandi ego perché possono più o meno raggiungere elevati stati mentali con la forza della volontà credendo che sono i responsabili. L’agente è vivo e scalpitante.
Quando possiedi l’auto-conoscenza non c’è più bisogno di meditazione, esperienze spirituali o stati elevati d’essere, perché come il Sé tu sei oltre ogni stato mentale, tu sei la meditazione. Non hai bisogno di rincorrere l’esperienza della consapevolezza perché sai che stai soltanto sperimentando da sempre la consapevolezza, non importa cosa succede o non succede nella mente. Nessun bisogno di indossare capi a tema o farsi crescere una lunga barba per dare l’impressione di essere illuminati. Puoi essere una persona normale e molto ordinaria che vive una vita apparentemente normale ben sapendo che non sei la persona che credevi di essere ma la consapevolezza, così sperimentando discretamente una vita straordinaria.
Come ha sapientemente espresso Fedro e io sono d'accordo, trattandosi di un sogno, tutto questo è ancora immaginazione, congettura, pensiero, inferenza, aderenza ecc. come tutto il resto che è stato partorito in questo thread.