Mauro ha scritto:A me pare-più semplicemente- che Epitteto parli di "accettazione" degli eventi.
In questo includendo anche i desideri che li impulsano.
Quindi, e mi rivolgo a cielo, a me pare che non vi sia niente da annullare, bensì accettarne "stoicamente" (quanto è azzeccato il termine in questo caso!) ogni conseguenza.
"Se c'è soluzione perché ti preoccupi? Se non c'è soluzione perché ti preoccupi?"
(Frase attribuita ad Aristotele rivolto ad Alessandro Magno)
Difatti, concordo, non è opportuno parlare di annullamento dei desideri, anche se uno vorrebbe non averli e li ha lo stesso, ma di accettazione. Almeno vederli come impulsano l'azione, nella speranza di apporre qualche cambiamento a quel tormento interiore di cui accennavo prima.
Leggevo, giorni fa, sul sacrificio nei Veda, dove si afferma che "il sacrificio è l'uomo", poichè è l'uomo (o la donna) che offre, ed è sempre per il suo tramite che il sacrificio viene compiuto. Perciò si può anche dire che "l'uomo è sacrificio" in quanto l'azione sacrificale (consapevole) implica sia l'immolazione che una nuova vita. L'ultimo sacrificio è quello sulla pira funeraria quando ci si libera del corpo mortale.
I debiti fondamentali sono verso gli Dei, i saggi, gli antenati e gli altri esseri umani e ci sono cinque grandi sacrifici rituali da compiere: a tutti gli esseri, agli uomini, agli antenati, agli Dei e al Brahman (o Sè).
"2. Giorno dopo giorno un uomo offre sostentamento alle creature, quello è il sacrificio agli esseri. Giorno dopo giorno l' uomo offre ospitalità ai suoi ospiti, anche di un bicchiere d'acqua; quello è il sacrificio agli uomini. Giorno dopo giorno un uomo compie offerte funebri, anche di un bicchiere d'acqua; quello è il sacrificio agli antenati. Giorno dopo giorno un uomo fa offerte agli Dei, anche solo di legna da ardere; quello è il sacrificio agli Dei.
3. E il sacrificio a Brahman? Il sacrificio a Brahman consiste nello studio sacro".
[Brano tratto da Puruṣayajña in Śatapatha - brāhmaṇa, in "I Veda" di Raimon Panikkar (Rizzoli, Bur classici)]
Per come la vedo io, lo "studio sacro" implica, più che lo studio delle scritture sapienziali, il conosci te stesso, l'accettazione stoica di ciò che si è, desideri compresi.
Osservandoli e "tenendoli tra le mani" potrebbero sciogliersi come un cubetto di ghiaccio, ma certamente ci vuole quel "calore ascetico", quell'austerità che viene espresso dalla parola sanscrita tapaṣ e anche nello "stoicismo" di Epitteto.
Anche il coraggio di vivere?