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IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

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Fedro
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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da Fedro » 15/02/2024, 19:47

latriplice ha scritto:
15/02/2024, 17:38
La libertà di essere dispensati dall'obbligo di lottare ed immolarsi per qualcosa che paradossalmente non è mai stato tuo.

Credere di essere qualcuno è ciò che spalanca le porte dell'inferno e ti riduce in schiavitù.[/justify]
Credere di essere qualcuno:
identificarsi in un pensiero "io"/agente, che si illude di potersi impegnare per proiettarsi in un miglioramento (impossibile) di ciò che si è;
Illusione e schiavitù.
In pratica ci si immola e lotta per questa idea che chiamiamo sadhana, e che prolunga semplicemente l'agonia di quell'inferno, sostenendo quel melodramma di cartapesta, creduto vero.

latriplice
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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da latriplice » 19/02/2024, 16:10

Fedro ha scritto:
15/02/2024, 19:47
latriplice ha scritto:
15/02/2024, 17:38
La libertà di essere dispensati dall'obbligo di lottare ed immolarsi per qualcosa che paradossalmente non è mai stato tuo.

Credere di essere qualcuno è ciò che spalanca le porte dell'inferno e ti riduce in schiavitù.[/justify]
Credere di essere qualcuno:
identificarsi in un pensiero "io"/agente, che si illude di potersi impegnare per proiettarsi in un miglioramento (impossibile) di ciò che si è;
Illusione e schiavitù.
In pratica ci si immola e lotta per questa idea che chiamiamo sadhana, e che prolunga semplicemente l'agonia di quell'inferno, sostenendo quel melodramma di cartapesta, creduto vero.

La libertà di essere dispensati dall'obbligo di lottare ed immolarsi per qualcosa che paradossalmente non è mai stato tuo è il culmine del karma yoga dove giungi a realizzare per implicazione, smentito il mito della proprietà, di non essere l'agente personale dell'azione.

La conoscenza (cit) e l'esperienza (sat) sono aspetti dell'esistenza indissolubilmente complementari e le vie spirituali che si prospettano secondo me a disposizione pertanto, sono fondamentalmente due e vanno percorse entrambe ed integrate.

La via della conoscenza, l'auto indagine, agisce nella sfera dell'intelletto dandoti una prospettiva metafisica (jnana) sull'esistenza.

Mentre la via dell'esperienza, l'abbandono che implica la resa incondizionata, agisce nella sfera del cuore, la sede dei sentimenti e delle convinzioni più radicate e mai messe in discussione che condizionano il tuo agire (karma) nell'esistenza.

Quali sono quindi queste convinzioni dure a morire che lo yoga della conoscenza non è in grado di intaccare e scalfire come ho tentato personalmente nella stesura del Principio Differenziatore e che mi ha condotto in una crisi esistenziale?

Che sotto sotto, inconfessato persino a me stesso e quindi dato per scontato, che ci sia qualcosa di mio qua che valga la pena di proteggere e lottare con la lama tra i denti e non importa a quale ardita visione il mio intelletto sia giunto, sono sempre soggetto a crollare sotto il peso del martello di questa convinzione recondita e ancestrale.

Esso rappresenta il "guardiano della soglia" che prima o poi dovrai affrontare che ti impedisce di staccarti dalla terra e librarti nel cielo sconfinato.

cielo
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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da cielo » 20/02/2024, 9:05

latriplice ha scritto:
19/02/2024, 16:10

La libertà di essere dispensati dall'obbligo di lottare ed immolarsi per qualcosa che paradossalmente non è mai stato tuo è il culmine del karma yoga dove giungi a realizzare per implicazione, smentito il mito della proprietà, di non essere l'agente personale dell'azione.

La conoscenza (cit) e l'esperienza (sat) sono aspetti dell'esistenza indissolubilmente complementari e le vie spirituali che si prospettano secondo me a disposizione pertanto, sono fondamentalmente due e vanno percorse entrambe ed integrate.

La via della conoscenza, l'auto indagine, agisce nella sfera dell'intelletto dandoti una prospettiva metafisica (jnana) sull'esistenza.

Mentre la via dell'esperienza, l'abbandono che implica la resa incondizionata, agisce nella sfera del cuore, la sede dei sentimenti e delle convinzioni più radicate e mai messe in discussione che condizionano il tuo agire (karma) nell'esistenza.

Quali sono quindi queste convinzioni dure a morire che lo yoga della conoscenza non è in grado di intaccare e scalfire come ho tentato personalmente nella stesura del Principio Differenziatore e che mi ha condotto in una crisi esistenziale?

Che sotto sotto, inconfessato persino a me stesso e quindi dato per scontato, che ci sia qualcosa di mio qua che valga la pena di proteggere e lottare con la lama tra i denti e non importa a quale ardita visione il mio intelletto sia giunto, sono sempre soggetto a crollare sotto il peso del martello di questa convinzione recondita e ancestrale.

Esso rappresenta il "guardiano della soglia" che prima o poi dovrai affrontare che ti impedisce di staccarti dalla terra e librarti nel cielo sconfinato.
Mollare la lama tra i denti è quanto mai vero, convinzione recondita e ancestrale che muove i destini del mondo odierno, così differenziato e particellato sulla base degli "attributi" dell'Essere incarnato in nomi e forme diverse raggruppabili per tipicità: razze, religioni, opinioni di ogni genere, credenze, culture, usanze, preferenze sessuali...gli esseri umani si separano da altri esseri umani, con la lama tra i denti per modo di dire. Missili, droni, testate, carri armati, sateliti...Poi ci si stupisce che la terra sia infuocata, l'aria che respiriamo corrotta di fumi venefici e che l'acqua dolce si asciughi progressivamente. Le fiamme salgono. e le lame si moltiplicano.

Di tanto in tanto qualcuno con la scimitarra tra i denti ne mostra il filo tagliente: "se alzi la voce la gola la taglio a te, alla tua progenie, anzi sai che ti dico, la taglio a tutti, in un supremo olocaustro in cui certamente saremo "io" e i "miei" i soli a cavarcela. Fantasie, burattini attorcigliati nei propri stessi fili. Bachi chiusi nel bozzolo. Larve che strisciano tra una foglia e l'altra, aggrappati alla lama tra i denti.

Qualcosa del genere, il mondo va dove deve andare e la "visione metafisica" tenta di scollarsi da questo gioco al massacro e si rifugia nel mondo delle idee cristalline, quelle pure purissime che trascendono il tempo. Che parlano di Assoluto da realizzare nel qui ed ora, contornati dall'evanescente ed effimero divenire, quello che vive nelle proiezioni e nelle sovrapposizioni della mente, ma che "in fondo" non c'è. Quando ci fa comodo la mente non esiste.
Effettivamente se ci crediamo il divenire "non c'è", c'è solo un testimone al centro della giostra che gira, ma un doloroso mal di pancia potrebbe farci riconsiderare la faccenda che "non c'è".
Dunque che si fa?

Il Vedanta spiega che è impossibile cogliere oggettivamente lo specchio mentre vi contempliamo la nostra immagine.
La descrizione dell'esperienza non è l'esperienza.

Staccarsi dalla terra e librarsi nel cielo sconfinato è esperienza mistica durante la quale si avverte la beatitudine, ma non c'è un io che ne è cosciente perchè il tempo e lo spazio sono spariti, dissolti, le forme non esistono, eppure sono tutte insieme in quel nulla di infinita pienezza dove non esiste divenire, nè paragoni da fare tra questo e quello. Qualcosa si unisce a qualcos'alto per fare il miracolo della cosa unica: Quello è.

Però, da queste esperienze estatiche (samadhi) da cui non si può tornare indietro, compaiono considerazioni a posteriori nel tentativo di descrivere l'indescrivibile.
Ramana per lo più stava in silenzio, testimonianza vivente che la verità metafisica non si può trasferire, si può solo sperimentare, attraverso una costante spoliazione di ciò che si crede di essere e di avere.

Nell'assolutezza, tutte le forme di dualità vengono dissipate e trascese. non c'è più un altro con cui interfacciarsi, non si sperimenta neppure l'esperienza, non essendoci un soggetto consapevole di sperimentarla come "accaduta a sè".
Solo nel brahman nirguna "si è" l'assolutezza (io- io), non si è "nell'assolutezza" (io - Tu) e dunque in quello stato supremo, raccontano le Scritture, si lascia il corpo nel giro di pochi giorni, a meno che, come ad esempio nel caso di Ramana, si accetti di stare nel mondo, pur avendo sperimentato la Totalità, e si abbassi il proprio livello coscienziale, quel tanto che basta a rimanere a pelare le patate in cucina insieme ai devoti. o ad accogliere ogni giorno i visitatori questuanti sempre con un ineffabile sorriso.

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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da cielo » 29/02/2024, 9:33

latriplice ha scritto:
28/01/2024, 16:33
I realizzati non seguono una particolare via. Semplicemente rinunciano alla dualità cessando di immaginarsi le cose. Per loro, la liberazione viene così ottenuta facilmente.[/center]
Sri Dattatreya (Avadhuta Gita; 2.28)

Questo passaggio dell'avadhūtagītā proposto da Latriplice mi ha lasciata un po' perplessa in quanto nel testo che utilizzo, ovvero l'Avadhūtagītā con il commento di Bodhananda (edizione I Pitagorici) e che mi accompagna da anni, non ci sono nei sutra riferimenti ai "realizzati", Dattātreya si guarda bene dal definirli, parla invece degli yogi ( e delle loro "fatiche" e problematiche) come anche il Vivekacudamani.

Riporto alcuni sutra del capitolo II (Autoconoscenza) tra cui il sutra 2.28:


26. E stato detto che il destino di coloro che sono dediti all’azione è lo stesso che essi immaginano quando sono alla fine, ma il destino di coloro che hanno realizzato lo yoga non è condizionato dai pensieri finali.

27. Con la parola si può esprimere il destino di coloro che sono dediti all’azione ma il destino degli yogi è sempre inesprimibile e trascendente.

28. Conoscendo ciò che non può essere detto, gli yogi hanno un cammino particolare. Per essi il cammino è l’abbandono della dualità. La suprema realizzazione arriva da sé.

29. Lo yogi, in qualsiasi posto sia morto, in un luogo sacro o nella dimora di un intoccabile, non rivedrà il seno materno poiché viene assorbito nel Brahman supremo.


Riflessioni sui sutra a confronto:

L'abbandono della dualità è il cammino. Non può chiamarsi una via da seguire eppure Dattatreya rimarca che nessuna via può portare al Sé ma se non si percorrono queste vie non si può arrivare al Sé.

Non si parla di immaginazione.
Cessare di immaginarsi le cose corrisponde alla conoscenza di ciò che non può essere detto?
Come si verifica questa conoscenza?

Per loro , la liberazione viene così ottenuta facilmente? Nessuno che sia in schiavitù, nessuno da liberare.
Facilmente rispetto a cosa, rispetto ad altro che si ottiene con fatica? E' un giudizio di merito?

La suprema realizazione arriva da sé, non è un qualcosa da ottenere più o meno facilmente.
Il soggetto che potenzialmente la consegue, finchè permane, è chiamato yogi da Dattatreya e a volte, da Bodhananda, filosofo che impegna se stesso nella ricerca metafisica, un cercatore d'oro, seduto sulla montagna d'oro, il cui "destino", come anche quello degli yogi, è sempre inesprimibile e trascendente.
Cosa fa il filosofo?
Il filosofo mira alla comprensione che l’Essere-ātma o l'Uno-brahman non sono percettibili, ma solo intuibili dalla mente. Che non costituiscono un ottenimento, uno scopo, una meta della vita di un individuo definibile da nome e forma nel tempo-spazio in cui sta transitando.
E' autoconoscenza di sè in atto, ora e nel persempre.

L’Uno non può essere definito, perché l’Uno in sé corrisponde alla Realtà assoluta, non avendo parti che possano concepirla o individuarla.
È a questo che mira il Filosofo: sciogliere ogni legame possibile con tutti i veicoli (risolvere le sovrapposizioni velanti: upadhi), non essere più soggetto all’illusione dell’esistenza fenomenica e, pertanto, libero da ogni dualità di dolore-piacere, conoscenza- ignoranza, desiderio-rinuncia.
L'agire nel mondo dovrebbe essere spontaneo, un costante e libero donarsi alla Vita, non influenzato da leggi morali, dogmi religiosi, fattori biologici, etnici, sociali, familiari.

Io sono nettare di conoscenza, esistenza omogenea, come il cielo,
dice l' avadhūta.

latriplice
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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da latriplice » 01/03/2024, 10:45

Cielo ha scritto:
Non si parla di immaginazione.
Cessare di immaginarsi le cose corrisponde alla conoscenza di ciò che non può essere detto?
Come si verifica questa conoscenza?
Hai ragione, osservare il passerotto sul davanzale restando consapevole della tendenza della mente di separare l'evento dell'osservazione immaginandosi il soggetto e l'oggetto distinti ed in opposizione giungendo in loro assenza all'incanto dell'unione di cui consiste il risveglio, è appannaggio dei realizzati.

Detto questo, desidero ringraziare te, Fedro e Ortica per gli interventi che si sono susseguiti su questo argomento che mi hanno stimolato una ulteriore riflessione per giungere ad una mia conclusione personale che include il tema della resa che inizialmente avevo trascurato. Pertanto vorrei condividere con voi il riassunto che ho tratto da questa interazione con questa appendice che va a completare il testo "Il Principio differenziatore" e nel contempo annunciarvi che la mia ricerca termina qui.

VIA OPERATIVA

La conoscenza (cit) e l’esperienza (sat) sono aspetti dell’esistenza complementari e intimamente correlate, pertanto le vie spirituali che si prospettano a disposizione sono fondamentalmente due e vanno percorse entrambe ed integrate.

La via della conoscenza, l’auto indagine, opera nella sfera dell’intelletto dandoti una prospettiva metafisica (jnana) sull’esistenza come quella riportata nel testo in questione.

Mentre la via dell’esperienza che ha come suo apice la resa incondizionata, opera nella sfera del cuore, la sede dei sentimenti e delle convinzioni fortemente radicate che condizionano il tuo agire (karma) nell’esistenza.

Fornirsi soltanto di una visione metafisica per compiacere l’intelletto non è sufficiente ad alleviare le avversità che le contingenze del vivere comporta e la conseguente spirale discendente nel quale si può precipitare.

L’onestà pertanto, è quell’elemento cruciale nel processo di risveglio indispensabile nel non raccontarsi alibi sofisticati al solo scopo di perpetuare l’io con il suo istinto di sopravvivenza nel difendere i propri presunti raggiungimenti e possessi.

Perché esattamente di questo si tratta se vogliamo andare al nocciolo della faccenda. L’io si alimenta e si sostiene attraverso il mio. La mia vita, la mia salute, il mio lavoro, i miei familiari, il mio conto in banca e le mie conoscenze di cui vado fiero ed orgoglioso.

Tutte cose che onestamente sono state prese in prestito con data di scadenza che alla fine del tempo assegnato si dovranno restituire. Non prenderne atto significa vivere sotto la costante minaccia della perdita ed esporsi psicologicamente ad una crisi esistenziale dal momento che, l’importanza che l’io si attribuiva in relazione ai propri presunti raggiungimenti e possessi, viene scossa e messa in discussione.

Non è paradossale il fatto che l’io trascorra gran parte dell’esistenza a ritagliarsi per sé una porzione della vita una ed indivisa per accrescere la propria importanza e a difendere ad oltranza l’appropriazione indebita quando questa è minacciata seriamente? Quella di assumere un atteggiamento difensivo nel proteggere qualcosa che fondamentalmente non è mai stato suo in primo luogo? Che tipo di vita potrebbe essere dunque, quella di opporre costantemente resistenza al flusso dell’energia vitale in manifestazione che scorre in un senso cercando disperatamente di contenerla per non essere travolti, se non una parvenza di vita surrogata nella sua espressione?

Tutta la faccenda spirituale pertanto si riduce a questa semplice constatazione appena descritta, nell’essere onesti con sé stessi e riconoscere che la vita stessa che io reclamo e rivendico come mia dal quale ricavo importanza agli occhi miei e degli altri, in realtà non mi è mai appartenuta e che io stesso non mi appartengo.

L’identificazione con la mente ed il corpo è un dispositivo utile per sbrigare le faccende mondane e a limitarsi soltanto a questo. Il problema sorge quando alla mente e alla sua sfera emozionale, al corpo e le sue attività che conducono a possessi e raggiungimenti, alle relazioni di parentela e di amicizia, ci appiccichi l’etichetta “mio”. Da ciò deriva la sensazione di essere “qualcuno” e la necessità di prendere posizione nel proteggere il proprio orticello dalle intemperie che ingenuamente si crede di aver duramente coltivato.

Ma è una farsa a cui ci apprestiamo ad interpretare e a crederci, che è la ragione principale alla base della crisi esistenziale e agli scombussolamenti personali che essa comporta.

Basta una malattia, un amore tradito, uno screzio con un amico, un lutto inaspettato, un tracollo finanziario, la perdita del lavoro, cose di cui è fatta la vita, per innescare attrito e conflitto tra intenzioni opposte per generare quel fardello pesante come un macigno appeso al collo che la vulnerabilità di essere “qualcuno” comporta.

Non temo smentita pertanto, nel dichiarare sulla base di una constatazione innegabile che al mondo siamo giunti a mani vuote e che ce ne andremo altrettanto a mani vuote, che di nostro qua fondamentalmente non c’è nulla e nel riconoscerlo, l’importanza di essere “qualcuno” che dal “mio” dipendeva, viene ridotto ai minimi termini.

In ciò consiste la liberazione. La libertà di essere dispensati dall’obbligo di lottare ed immolarsi per qualcosa che paradossalmente non è mai stato tuo. Questo non significa che devi buttare tutto all’aria, semplicemente in caso di necessità te ne occupi provvedendo l’azione adeguata senza per questo farne una tragedia personale.

Credere di essere qualcuno pertanto, è ciò che spalanca le porte dell’inferno e ti riduce in schiavitù.

La libertà quindi di essere dispensati dall’obbligo di lottare ed immolarsi per qualcosa che riconosci non ti è mai appartenuto è il culmine del karma yoga dove giungi a realizzare per implicazione, smentito il mito della proprietà, di non essere l’agente personale dell’azione.

Dare per scontato che ci sia qualcosa che mi appartenga di diritto e che valga la pena di proteggere e lottare con la lama tra i denti, e non importa a quale ardita visione il mio intelletto sia giunto, mi costringe a crollare sotto il peso di questa convinzione recondita ed ancestrale.

Esso rappresenta il “guardiano della soglia” che prima o poi dovrai affrontare che ti impedisce di staccarti dalla terra e librarti nel cielo sconfinato.

Quell’io che per la sua stessa genesi resiste il corso degli eventi, nell’abbandonarsi alla resa incondizionata, cioè nel restituire ciò che aveva sottratto illegittimamente alla totalità vibratoria energetica della Vita, in quest’ultima si dissolve.

Non per meriti acquisiti tramite azione interessata mossa dall’io per ottenere un risultato prestabilito, ma per una questione puramente meccanica:

Ciò a cui resisti, persiste.

La resistenza che si oppone al flusso entrante delle contingenze che il vivere comporta genera inavvertitamente un accumulo di energia sospesa che non fluisce e tende a persistere sotto forma di massa contratta che via via si condensa sempre di più fino ad innescare un processo distruttivo dell’equilibrio psicofisico interno che può condurre ad una crisi esistenziale dalle conseguenze piuttosto serie.

Nell’abbandonarsi alla Vita una ed indivisa, non c’è traguardo da raggiungere, istanza da soddisfare, cambiamento da apportare.

Se la tua spazialità coscienziale è soffocata dalla presenza ricorrente e alienante di pensieri, immagini, emozioni e sensazioni, sappi che è la tensione derivante nel resistere che mantiene in vita sia l’io che la presenza di questi contenuti coscienziali, pertanto astieniti dall’occupartene e permetti incondizionatamente che quello che si sta manifestando si esprima in tutti i suoi effetti.

E quella contingenza non incontrando resistenza che è la caratteristica messa in campo dall’io, perde vigore fino a dissolversi insieme a quest’ultimo nella totalità vibratoria dell’Essere.

Ciò rappresenta il coronamento della via dell’esperienza (sat):

3. Il mondo dei nomi e delle forme che così nella sua molteplicità espressiva giunge in esistenza sussiste fino a che, grazie al risveglio, il moto pensativo e le percezioni inerenti non si riassorbono del tutto consentendo alla verace natura del sostrato di emergere e di palesarsi in quanto Brahman, l'Assoluto incondizionato.


Da questa preliminare visione unitaria della Vita una ed indivisa di cui consiste il risveglio, si realizza per induzione non essendoci altro oltre a te da conoscere, il detto socratico “so di non sapere” che è paradossalmente il coronamento della via della conoscenza (cit):

4. Dalla prospettiva del Brahman invece, ogni eventuale proiezione mentale che possa spontaneamente sorgere e sovrapporsi viene dissolta per quello che è veramente: Brahman, l'Uno senza secondo, ed in ciò si cela se viene colto, il segreto del risveglio.

Giungo pertanto a concludere per assurdo che in un verso non sono nessuno e che nell’altro non so nulla.

“Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà,
ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà.”
Matteo 16,25

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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da Fedro » 01/03/2024, 17:38

latriplice ha scritto:
01/03/2024, 10:45
annunciarvi che la mia ricerca termina qui
e adesso da quale "prospettiva" parli (per utilizzare un termine a te caro)?

Se è da quella del Brahman non sarebbe mai cominciata...

Se è da parte di un "me" che qui si dichiara, vuol dire che ancora permane nell'illusione del nato
(o nel non morto) quindi c'è ancora.

Ma, oltre alla contraddittorietà di questo evento che qui poni:
qual è il senso di porla?
Soltanto per un io che dice di essersi fermato nella ricerca (pur nel supporsi morto) avrebbe senso, o no?
Se davvero è caduta l'istanza quindi...non vi è nemmeno quella di un ricordo/immagine di un prima da proporre, nè di un dopo mai cominciato

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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da cielo » 03/03/2024, 10:16

latriplice ha scritto:
01/03/2024, 10:45
Hai ragione, osservare il passerotto sul davanzale restando consapevole della tendenza della mente di separare l'evento dell'osservazione immaginandosi il soggetto e l'oggetto distinti ed in opposizione giungendo in loro assenza all'incanto dell'unione di cui consiste il risveglio, è appannaggio dei realizzati.

Detto questo, desidero ringraziare te, Fedro e Ortica per gli interventi che si sono susseguiti su questo argomento che mi hanno stimolato una ulteriore riflessione per giungere ad una mia conclusione personale che include il tema della resa che inizialmente avevo trascurato. Pertanto vorrei condividere con voi il riassunto che ho tratto da questa interazione con questa appendice che va a completare il testo "Il Principio differenziatore" e nel contempo annunciarvi che la mia ricerca termina qui.

(...)

Credere di essere qualcuno pertanto, è ciò che spalanca le porte dell’inferno e ti riduce in schiavitù.

La libertà quindi di essere dispensati dall’obbligo di lottare ed immolarsi per qualcosa che riconosci non ti è mai appartenuto è il culmine del karma yoga dove giungi a realizzare per implicazione, smentito il mito della proprietà, di non essere l’agente personale dell’azione.

Dare per scontato che ci sia qualcosa che mi appartenga di diritto e che valga la pena di proteggere e lottare con la lama tra i denti, e non importa a quale ardita visione il mio intelletto sia giunto, mi costringe a crollare sotto il peso di questa convinzione recondita ed ancestrale.

Esso rappresenta il “guardiano della soglia” che prima o poi dovrai affrontare che ti impedisce di staccarti dalla terra e librarti nel cielo sconfinato.

Quell’io che per la sua stessa genesi resiste il corso degli eventi, nell’abbandonarsi alla resa incondizionata, cioè nel restituire ciò che aveva sottratto illegittimamente alla totalità vibratoria energetica della Vita, in quest’ultima si dissolve.

Non per meriti acquisiti tramite azione interessata mossa dall’io per ottenere un risultato prestabilito, ma per una questione puramente meccanica:

Ciò a cui resisti, persiste.

(...)

4. Dalla prospettiva del Brahman invece, ogni eventuale proiezione mentale che possa spontaneamente sorgere e sovrapporsi viene dissolta per quello che è veramente: Brahman, l'Uno senza secondo, ed in ciò si cela se viene colto, il segreto del risveglio.

Giungo pertanto a concludere per assurdo che in un verso non sono nessuno e che nell’altro non so nulla.

“Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà,
ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà.”
Matteo 16,25
Ciao Latriplice, grazie a te per aver condiviso liberamente i frutti della tua ricerca personale, dandone testimonianza, che si sente che è sincera e onesta.
D'altra parte, e lo marchi pure tu, ci vuole coraggio per testimoniare se stessi, ascese e cadute, idee ormai morte e rinsecchite e idee nuove che affiorano come germogli e rendono dinamica e in costante trasformazione la nostra "visione personale" e conseguente l'opera nel mondo duale dove si misurano le forze contapposte che ci divorano con lo scorrere del tempo.
Così come ci vuole onestà a riconoscere ed ammettere di non sapere, riconoscendo l'ignoranza di base, quella che crea la differenza e non coglie l'unità nella diversità. L'importante che il non sapee non diventi un alibi per sentisi piccoli piccoli e insignificanti, sarebbe un peccato d'orgoglio al contario.

Mi piacerebbe però che mi spiegassi che significa che la tua ricerca termina qui.
La intendo che tu ti riferisci alla ricerca sul Principio differenziatore quale piccolo saggio con appendice connessa.
Non alla "ricerca" riferita alla Vita, unico oggetto di conoscenza a nostra disposizione.
Come diceva il nostro amico-autista alle domande sulla sadhana e sulle "vie" da percorrere: la vita è la sadhana. Si può partire solo da dove si è.

Ed essere ciò che si è, non che si immagina di essere.
Per quello che mi riguarda la ricerca è riconoscere l'io individuato e separativo (sono questo e quello e possiedo beni) che svela, tra le pieghe del suo quotidiano i suoi attributi aberranti, causa di conflitto e di sofferenza, per me stessa e conseguentemente per il prossimo.
Scoprire la libertà di una coscienza non dipendente dai contenuti individuati e contingenti, non identificata e attaccata al lato forma, ma al lato Vita, che è imperitura e senza cambiamento, e parla nel silenzio.

Auspico che tu mantenga l'apertura allo scambio e al dialogo su questo forum di quattro gatti, a prescindere dalle ricerche in corso o concluse.

ortica
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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da ortica » 04/03/2024, 1:20

mia ricerca termina qui.
Sicuro?

😊


Leggo ancora certezze nel tuo scritto, forse troppe.
Non hai più domande? Hai trovato tutte le risposte?
Hai esperito la fragilità dell'esistenza umana e questo costituisce un grande insegnamento.
Forse che la liberazione non è esattamente quella che tu definisci tale?
Quella è una liberazione, non la liberazione.

Sai come dice Ujio ad Algren ne L'ultimo Samurai, “troppa mente”.

Ti ringrazio, comunque, di aver portato la tua testimonianza.

latriplice
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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da latriplice » 07/03/2024, 18:52

ortica ha scritto:
04/03/2024, 1:20
mia ricerca termina qui.
Sicuro?

😊


Leggo ancora certezze nel tuo scritto, forse troppe.
Non hai più domande? Hai trovato tutte le risposte?
Hai esperito la fragilità dell'esistenza umana e questo costituisce un grande insegnamento.
Forse che la liberazione non è esattamente quella che tu definisci tale?
Quella è una liberazione, non la liberazione.

Sai come dice Ujio ad Algren ne L'ultimo Samurai, “troppa mente”.

4. Dalla prospettiva del Brahman invece, ogni eventuale proiezione mentale che possa spontaneamente sorgere e sovrapporsi viene dissolta per quello che è veramente: Brahman, l'Uno senza secondo, ed in ciò si cela se viene colto, il segreto del risveglio.

Il segreto del risveglio consiste nel renderti conto che sei tu il Principio differenziatore, che sei tu a scinderti come mente e a contemplare te stessa nella forma di un pensiero, immagine, emozione o sensazione. Osserva questa tendenza incontenibile che tu sei, a scinderti attraverso una rappresentazione mentale per poterti conoscere ed esprimere un giudizio su te stessa e sulla tua stessa manifestazione e da quest’ultima concepire per inavvertenza l’idea della liberazione.

Essendo l’unica, solitaria realtà senza secondo, non hai altri mezzi a disposizione per intrattenerti con la parodia dell’altro oltre a me, che scinderti.

cielo
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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da cielo » 08/03/2024, 14:50

latriplice ha scritto:
07/03/2024, 18:52

4. Dalla prospettiva del Brahman invece, ogni eventuale proiezione mentale che possa spontaneamente sorgere e sovrapporsi viene dissolta per quello che è veramente: Brahman, l'Uno senza secondo, ed in ciò si cela se viene colto, il segreto del risveglio.

Il segreto del risveglio consiste nel renderti conto che sei tu il Principio differenziatore, che sei tu a scinderti come mente e a contemplare te stessa nella forma di un pensiero, immagine, emozione o sensazione. Osserva questa tendenza incontenibile che tu sei, a scinderti attraverso una rappresentazione mentale per poterti conoscere ed esprimere un giudizio su te stessa e sulla tua stessa manifestazione e da quest’ultima concepire per inavvertenza l’idea della liberazione.

Essendo l’unica, solitaria realtà senza secondo, non hai altri mezzi a disposizione per intrattenerti con la parodia dell’altro oltre a me, che scinderti.
Bene, finalmente posso dire di aver messo a fuoco che cosa intendi con Principio differenziatore e condivido la tua chiara sintesi, qui proposta.
Siamo noi che creiamo la differenza, e questo è frutto dell'identificazione con l'io e il mio, alimentato dal gioco proiettivo e di sovrapposizione che fa la mente. Perfetto dove dici che la mente si separa e si scinde dal centro interiore di "gravità permanente" e rivolge l'atttenzione verso se stessa nella forma di un pensiero, immagine, emozione o sensazione. Ma di solito fa il cane da riporto: va nel modo, eslora, cerca, mangia se può e torna col bottino e lì contempla fallimenti e successi, a volte piangendosi addosso.
Cerca di "attribuire" qualcosa a qualcuno, ad esempio vede le "colpe" degli altri o i loro difetti e carenze rispetto al proprio metro e misura, ovvero decreta attibuti con riferimento a ciò che legge, ascolta, vede, sempre a conferma che ciò che pensa e ciò in cui crede sia "giusto", bello, buono, conforme alla tradizione sapienziale preferita. La mente si fa coraggio come può per non morire a sè stessa e dissolversi come una nuvola.

La mente, procedendo a zig zag, cerca solitamente conferme alle proprie convinzioni e credenze, per poterci aderire e vivere di esse.
Per questo si dice all'aspirante che l'adesione (a pensieri ricorrenti, credenze, emozioni e sentimenti) se davvero risolta e bruciata nel fuoco, non torna più con quelle forme e modi.
Ma sradicare le abitudini dicevamo che è difficile, richiede spietatezza verso se stessi e negazione della consolazione per le proprie lagnanze e preferenze o aspettative di "compimento dell'opera" che, si dimentica, è sempre personale di chi ha voluto contemplare.

Posso testimoniare che ad esempio dei miei sentimenti, come la gelosia, sono stati risolti e non sono più tornati, anche se a volte, necessitando, si potrebbe recitare la parte della "gelosa".
Ma ci sarebbe un distacco, un sorrisetto, un vedere un po' dalle quinte l'attore che recita sul palcoscenico la parte che gli hanno affibiato.
Si potrebbe dire che è sempre il principio differenziatore che consente di vedere l'altro oltre me attraverso la parodia della manifestazione in atto (atto dopo atto, con un copione in costante mutamento).

Con questo non posso certo testimoniare/affermare di aver superato tutte le evasioni che la mente cerca creando non solo differenza, ma anche similitudine. Piace dire che si è simili, fratelli e sorelle, aspiranti della medesima via...ma il rischio è che si cerchi conforto, perfino complicità e non vera e autentica condivisione della testimonianza di ciò che si è, e non di ciò che si vorrebbe essere.

latriplice
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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da latriplice » 09/03/2024, 2:47

Cielo ha scritto:

La mente, procedendo a zig zag, cerca solitamente conferme alle proprie convinzioni e credenze, per poterci aderire e vivere di esse.
Per questo si dice all'aspirante che l'adesione (a pensieri ricorrenti, credenze, emozioni e sentimenti) se davvero risolta e bruciata nel fuoco, non torna più con quelle forme e modi.
Ma sradicare le abitudini dicevamo che è difficile, richiede spietatezza verso se stessi e negazione della consolazione per le proprie lagnanze e preferenze o aspettative di "compimento dell'opera" che, si dimentica, è sempre personale di chi ha voluto contemplare.
L'abitudine fondamentalmente si riduce soltanto ad una, a quella tendenza inconscia di scindersi in quella relazione duale del soggetto e dell'oggetto di cui è costituita la mente e che riempie la tua sfera coscienziali di contenuti psichici e fisici.
Non è la mente a separarsi in due, ma sei tu che inavvertitamente a forza dell'abitudine ti scindi polarizzandoti nei due termini del testimone e del testimoniato e diventi mente, ciò a cui fa riferimento il Principio differenziatore.

E' sufficiente che tu ne sia consapevole di questa abitudine che tende a manifestarsi ed esprimersi come il contenuto della tua sfera coscienziale perché perda il suo automatismo e ritornare alla tua condizione originale di "non mente".

Una tendenza (vasana) trae unicamente la sua forza latente dalla tua inattenzione.

Pertanto la soluzione non risiede nell'impedire che la tendenza si manifesti generando tensione tra intenzioni opposte che è alla base di quella dualità che vorremmo invece trascendere, ma semplicemente nel rendersene conto.

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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da cielo » 09/03/2024, 14:29

latriplice ha scritto:
09/03/2024, 2:47
Cielo ha scritto:

La mente, procedendo a zig zag, cerca solitamente conferme alle proprie convinzioni e credenze, per poterci aderire e vivere di esse.
Per questo si dice all'aspirante che l'adesione (a pensieri ricorrenti, credenze, emozioni e sentimenti) se davvero risolta e bruciata nel fuoco, non torna più con quelle forme e modi.
Ma sradicare le abitudini dicevamo che è difficile, richiede spietatezza verso se stessi e negazione della consolazione per le proprie lagnanze e preferenze o aspettative di "compimento dell'opera" che, si dimentica, è sempre personale di chi ha voluto contemplare.
L'abitudine fondamentalmente si riduce soltanto ad una, a quella tendenza inconscia di scindersi in quella relazione duale del soggetto e dell'oggetto di cui è costituita la mente e che riempie la tua sfera coscienziali di contenuti psichici e fisici.
Non è la mente a separarsi in due, ma sei tu che inavvertitamente a forza dell'abitudine ti scindi polarizzandoti nei due termini del testimone e del testimoniato e diventi mente, ciò a cui fa riferimento il Principio differenziatore.

E' sufficiente che tu ne sia consapevole di questa abitudine che tende a manifestarsi ed esprimersi come il contenuto della tua sfera coscienziale perché perda il suo automatismo e ritornare alla tua condizione originale di "non mente".

Una tendenza (vasana) trae unicamente la sua forza latente dalla tua inattenzione.

Pertanto la soluzione non risiede nell'impedire che la tendenza si manifesti generando tensione tra intenzioni opposte che è alla base di quella dualità che vorremmo invece trascendere, ma semplicemente nel rendersene conto.
Per quello che mi riguarda la mente è solo uno strumento di questo tu - io di cui si parla, ovvero il testimone della mente- attenzione concentrata su vari oggetti di conoscenza che trattiene o lascia andare.
Raga-dvesha: atrazione repulsione.

A volte il tu-autista della mente osserva che sta guidando una ferrari, dalle alte performance cognitive e mnemoriche. Perfino strabilianti e anomale in una persona di una certa età.
A volte la mente è un ronzino, con tutto il rispetto per i ronzini attempati, che esce per prendere qualcosa in dispensa e resta in contemplazioni di frutta e verdura, casse d'acqua...e cerca di ricordarsi perchè è lì, a fare cosa.
Per esperienza personale ritengo che l'osservazione costante della mente sia pratica che aiuta ad acquisire consapevolezza di quanto la mente si proietti all'esterno cercando di riempire i suoi vuoti, e quanto poco si rivolga all'interno a contemplare-essere il testimone della giostra che gira.
Costante e determinato nell'osservazione di seé stesso, in autoconoscenza di ciò che è, di come e cosa sta vivendo.
Un desiderio, un'emozione, una paura, una soria di presunzione ed orgoglio, o avidità di "donna/uomo e oro" per dirla alla Ramakrishna?

La condizione originaria di non-mente passa attaverso l'accettazione dei vortici dei pensieri che si producono a fronte dei desideri che impulsano.
Come mi raccontava Dharmarama, il mio maestro di yoga,se sei in un fiume e mentre stai nuotando in acque placide cadi in mulinello, l'unico modo che hai per salvarti è rimanere immobile, farti trascinare sul fondo e avere fiducia che il fiume ti riporterà su. Ma immobile però!
Non facile.

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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da latriplice » 01/04/2024, 15:27

Cielo ha scritto:

Per quello che mi riguarda la mente è solo uno strumento di questo tu - io di cui si parla, ovvero il testimone della mente- attenzione concentrata su vari oggetti di conoscenza che trattiene o lascia andare.
Raga-dvesha: attrazione repulsione.
Il fatto di avere mangiato il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male che costituisce il peccato originale, indica chiaramente che aderire alla tendenza della mente di creare distinzioni sotto forma di coppie di opposti conduce al vivere separato caratterizzato da attrazioni e repulsioni, i desideri e le paure che sono alla base della sofferenza tipicamente umana.
Cielo ha scritto:

La condizione originaria di non-mente passa attraverso l'accettazione dei vortici dei pensieri che si producono a fronte dei desideri che impulsano.
L'io è quella polarità delle coppie di opposti con cui ci identifichiamo, pertanto se ci consideriamo in schiavitù, l'altra polarità rappresentata dalla liberazione è l'obbiettivo che ci prefiggiamo per affrancarci dalla polarità scelta con la quale ci concepiamo.

Chi si considera libero, è libero. Chi si considera in schiavitù è schiavo poiché "Si diventa ciò che si pensa, questo è l'eterno mistero...."

Che tu ne sia consapevole o meno, saltare da un polo all'altro dell'altalena dei due termini in opposizione ti confina sempre all'interno del regno mentale.

La condizione originaria di non-mente pertanto è rappresentata dal perno della bilancia in cui non si predilige una concezione polare rispetto un'altra poiché "....Bisogna invero, con ogni sforzo purificare il pensiero"(Maitry Upanishad, VI, 34)

Questa è in sintesi la conclusione a cui sono giunto per quanto riguarda l'intera faccenda spirituale:

Samsara = Nirvana
L’illusione e illuminazione si fondono nell’Uno.
Quando si dissolve l’io, tutto è il Sé, anche il mondo illusorio.

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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da cielo » 02/04/2024, 15:17

latriplice ha scritto:
01/04/2024, 15:27
Cielo ha scritto:

Per quello che mi riguarda la mente è solo uno strumento di questo tu - io di cui si parla, ovvero il testimone della mente- attenzione concentrata su vari oggetti di conoscenza che trattiene o lascia andare.
Raga-dvesha: attrazione repulsione.
Il fatto di avere mangiato il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male che costituisce il peccato originale, indica chiaramente che aderire alla tendenza della mente di creare distinzioni sotto forma di coppie di opposti conduce al vivere separato caratterizzato da attrazioni e repulsioni, i desideri e le paure che sono alla base della sofferenza tipicamente umana.
Cielo ha scritto:

La condizione originaria di non-mente passa attraverso l'accettazione dei vortici dei pensieri che si producono a fronte dei desideri che impulsano.
L'io è quella polarità delle coppie di opposti con cui ci identifichiamo, pertanto se ci consideriamo in schiavitù, l'altra polarità rappresentata dalla liberazione è l'obbiettivo che ci prefiggiamo per affrancarci dalla polarità scelta con la quale ci concepiamo.

Chi si considera libero, è libero. Chi si considera in schiavitù è schiavo poiché "Si diventa ciò che si pensa, questo è l'eterno mistero...."

Che tu ne sia consapevole o meno, saltare da un polo all'altro dell'altalena dei due termini in opposizione ti confina sempre all'interno del regno mentale.

La condizione originaria di non-mente pertanto è rappresentata dal perno della bilancia in cui non si predilige una concezione polare rispetto un'altra poiché "....Bisogna invero, con ogni sforzo purificare il pensiero"(Maitry Upanishad, VI, 34)

Questa è in sintesi la conclusione a cui sono giunto per quanto riguarda l'intera faccenda spirituale:

Samsara = Nirvana
L’illusione e illuminazione si fondono nell’Uno.
Quando si dissolve l’io, tutto è il Sé, anche il mondo illusorio.
Ottime considerazioni, condivisibili in toto.

"Mentalmente parlando", la via della non considerazione (non questo, non quello) aiuta a mollare la presa sulle illusioni.
L'illusione è uno dei sei ariṣadvarga: i nemici, i cobra che stringono il collo del vivente, ombre cupe e dense che si addensano sulla psiche: desiderio, ira, avidità, illusione, orgoglio e gelosia. Si considerano autoacquisite, non sono caratteristiche innate dell'essere umano, in sanscrito mānava: colui che si comporta senza ignoranza.
Nuovole nere che oscurano il sole sorgente della pura consapevolezza.

Finchè si sta al gioco polare della mente, del raga-dvesha, attrazione-repulsione, si è sempre succubi della mente e della sua polarità.
La mente sovrappone e proietta e si illude di sapere, di conseguire, di risolvere, di realizzare.
Chi si considera libero è libero? La mente ha mille trabocchetti, l'io che si crede d'essere qualcosa è ancora un bruco che si avvolge nel filo da lui stesso prodotto. La trasformazione in farfalla è però inevitabile, tempo al tempo.
Il bruco non durerà, e neppure la farfalla.

Chi si considera libero al pari di chi si considera in schiavitù sono entrambi succubi della mente e del gioco polare della mente. Siamo ciò che pensiamo, sia che ci pensiamo liberi sia che ci pensiamo in schiavitù.
Quindi meglio non pensarsi.
Prima o poi riporteremo la mente alla sua funzione strumentale, da usare quando serve, da deporre per contemplare il bambù crescere, come diceva il nostro amico.
Condurre la vita umana al di là delle coppie d'opposti.

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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da latriplice » 16/04/2024, 16:55

Cielo ha scritto:

Chi si considera libero al pari di chi si considera in schiavitù sono entrambi succubi della mente e del gioco polare della mente. Siamo ciò che pensiamo, sia che ci pensiamo liberi sia che ci pensiamo in schiavitù.
Quindi meglio non pensarsi.
Restando in tema del "gioco polare della mente", invece del "meglio non pensarsi" sarebbe più preciso dire "non polarizzarsi" come la conclusione a cui sono giunto indica:

Samsara = Nirvana
L’illusione e illuminazione si fondono nell’Uno.
Quando si dissolve l’io, tutto è il Sé, anche il mondo illusorio
.

Prendiamo per ipotesi che la concezione del nirvana corrisponda a questa descrizione:

“L'umile saggio, illuminato dalla vera conoscenza, vede con occhio equanime il brahmana nobile ed erudito, la mucca, l'elefante, il cane e il mangiatore di cani” (Bhagavad Gita 5.18).

Saresti portata a pensare che la visione equanime in cui il principio differenziatore non stia operando sia la condizione ideale alla quale aspirare. Ma essa, nonostante rappresenti l'apice dell'esperienza spirituale, contiene in sé un potenziale differenziatore dal momento che da questa premessa puoi per induzione estrapolare la concezione contraria del samsara:

"L'ignorante, oscurato dalla falsa conoscenza, vede con occhio parziale il brahmana nobile ed erudito, la mucca, l'elefante, il cane e il mangiatore di cani”.

Stabilendo così una interazione polare tra i due termini in antitesi che contiene implicitamente il seme del conflitto dal momento che si instaura, a causa dell'identificazione con uno dei due poli con il quale l'io si concepisce, una costante tensione nella sfera psicologica ed emotiva tra ciò che è (la condizione nella quale crediamo di trovarci) e ciò che dovrebbe essere (la condizione ideale che a nostro giudizio è quella auspicata).

E anche se tu dovessi realizzare quella condizione nirvanica in cui osservi il mondo con occhio equanime, vivresti comunque nella paura di una possibile ricaduta nella visione samsarica (visto le costanti pressioni a cui siamo sottoposti dalle contingenze quotidiane che il vivere comporta) poiché per inavvertenza sei tu che hai generato questa batteria a due poli che si alimenta senza soluzione di continuità finché non ne scopri il meccanismo perverso che è alla base.

La "Materia Prima" degli alchimisti per esempio, è quel principio indifferenziato che è alla radice dell'azione polare, neutrale all'opposizione tra io e non io, tra materia e spirito, tra samsara e nirvana. Dissolvere tali polarità nella "Materia Prima" è per gli alchimisti il fondamento di tutta la loro arte.
Pertanto se al colore nero che tipicamente nella tradizione alchemica corrisponde alla corruzione del samsara, e al colore bianco la purezza del nirvana, il colore rosso invece rappresenta per sintesi l'annullamento dell'interazione polare di come dici tu, del gioco perverso della mente.


“Se queste due parole ti sembrassero troppo tronche, e neppur da Filosofo, parlerò un pò più estesamente e comprensibilmente. Solvere è convertire il Corpo del nostro Magnete in puro Spirito. Coagulare, è far di nuovo corporale questo Spirito, secondo il precetto del Filosofo, che dice: Converti il Corpo in Spirito e lo Spirito in Corpo. Chi capisce queste cose avrà tutto, e nulla, chi non lo capisce.” (Potier nella sua Philosophia Pura)





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Re: IL PRINCIPIO DIFFERENZIATORE

Messaggio da cielo » 18/04/2024, 18:56

latriplice ha scritto:
16/04/2024, 16:55

La "Materia Prima" degli alchimisti per esempio, è quel principio indifferenziato che è alla radice dell'azione polare, neutrale all'opposizione tra io e non io, tra materia e spirito, tra samsara e nirvana. Dissolvere tali polarità nella "Materia Prima" è per gli alchimisti il fondamento di tutta la loro arte.
Pertanto se al colore nero che tipicamente nella tradizione alchemica corrisponde alla corruzione del samsara, e al colore bianco la purezza del nirvana, il colore rosso invece rappresenta per sintesi l'annullamento dell'interazione polare di come dici tu, del gioco perverso della mente.


“Se queste due parole ti sembrassero troppo tronche, e neppur da Filosofo, parlerò un pò più estesamente e comprensibilmente. Solvere è convertire il Corpo del nostro Magnete in puro Spirito. Coagulare, è far di nuovo corporale questo Spirito, secondo il precetto del Filosofo, che dice: Converti il Corpo in Spirito e lo Spirito in Corpo. Chi capisce queste cose avrà tutto, e nulla, chi non lo capisce.” (Potier nella sua Philosophia Pura)


La purificazione, la spogliazione di ciò che non si è (neti neti), è certamente opera alchemica, è opera di soluzione delle incrostazioni che ci siamo creduti essere da una vita. Su questo non ci sono dubbi. L'opera è personale.
Consideriamo nostri e definizione di noi stessi, sia le avversità, il dolore e la sofferenza, ma anche i desideri, gli aneliti, le aspirazioni, gli ideali.
Il principio differenziatore tritura i desideri e gli oggetti dei desideri e ne genera di nuovi. Economia circolare basata sul riciclo.
Soggetto e oggetto sono tra loro incatenati, come il nome e la forma.

Il distacco, quello risolutivo delle sovrapposizioni velanti, dovrebbe essere sia nei confronti del dolore e della sofferenza (avversità), sia anche nei confronti dei desideri e delle aspirazioni-aneliti.

C'è un bel proverbio sufi che suona più o meno così: "il paradiso è una prigione per il sapiente, così come il mondo (del samsara) è una prigione per il semplice credente."

Fuggire l'inferno per ricercare il paradiso è ancora dualità, e non si risolve con la volontà applicata al divenire, con il mero pensiero analitico che scompone la luce nel prisma focalizzando sul raggio dell'intelletto. Quel raggio illumina i nostri passi, ma ci tocca camminare tra il chiaro e lo scuro e sulle nostre gambe. E poi Quello non è oggetto di conoscenza, la mente recede prima di dissolversi. Sa di non sapere.

La dualità non si risolve neppure rifugiandosi nel luminoso stato del misticismo polare caratterizzato anch’esso dal dualismo creatore-creatura, paradiso inferno, buono cattivo, penitenza e ricompensa, colpa e riscatto.

Nella coscienza interiorizzata che vive del proprio universo-creato, ognuno si premia e si castiga da sé stesso.
Anche il paradiso o l'idea di un luogo dove ricevere ricompense e riconoscimenti , è attaccamento, non si molla la presa. Come palline nel flippeṛ, impulsate dalla percezione e dal manas che non demorde, e sfugge da tutte le parti, come mercurio liquido.

Il desiderare, lo spostarsi, il voler risiedere, tutti connessi all'idea di un percorso, di un progresso, di un prima e un dopo.
Ahimè, il tempo è relativo, apparenza dell'Essere: indifferenziato, unità di pura coscienza, pienezza di felicità.

Come diceva qualcuno che non mi ricordo:
“Dove ci sono io, non ci sei tu.
Dove ci sei tu non ci sono io.
Insieme siamo Uno.
Questo è l’eterno mistero."

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